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Adozioni in Congo: i genitori, perché la Cai tace?

7 Gennaio Gen 2015 1546 07 gennaio 2015

Decine di bambini già da tempo adottati da coppie italiane attendono i abbracciare i loro genitori a Kinshasa. Ma la Commissione adozioni continua a mantenere un silenzio assoluto su trattative e contatti. E mentre negli altri paesi che hanno adottato in Congo montano le proteste, da noi le coppie si sentono abbandonate. E chiamano i giornali

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Decine di bambini già da tempo adottati da coppie italiane attendono i abbracciare i loro genitori a Kinshasa. Ma la Commissione adozioni continua a mantenere un silenzio assoluto su trattative e contatti. E mentre negli altri paesi che hanno adottato in Congo montano le proteste, da noi le coppie si sentono abbandonate. E chiamano i giornali

La strategia del silenzio: è questa la scelta della Commissione adozioni internazionali sul caso dei bambini adottati in Congo e non ancora arrivati in Italia a due anni dai provvedimenti che li hanno già abbinati a decine di famiglie italiane. Un blocco che le famiglie, arrivate all'esasperazione in questi primi giorni del 2015, non comprendono e che cercano continuamente di forzare con i soli mezzi a loro disposizione: i social network (anche la sottoscritta è stata più volte interpellata su facebook e twitter) e l'attenzione della stampa.
“Parlo di tutto, ma non del Congo” aveva esordito d'altra parte la presidente della Cai Silvia Della Monica all'inizio dell'assemblea plenaria con tutti gli enti autorizzati, il 3 dicembre scorso. Una posizione giustificata (anche a Vita) dalla necessità di mantenere riservati i contatti in corso tra il nostro governo e quello di Kinshasa e di evitare qualunque forma di pressione nei confronti dei paese africano, nel quale è in corso una riforma generale del sistema adozioni che però non sembra ancora avviarsi verso una definitiva conclusione.
Nel frattempo, le famiglie aspettano di riabbracciare i loro figli, come hanno fatto lo scorso maggio i genitori che hanno visto scendere dall'aereo proveniente sempre dal Congo i loro figli riaccompagnati dal ministro Elena Boschi. Un'avanguardia di 31 bambini, non certo tutti i minori già adottati da coppie italiane ma ancora bloccati in Africa.
La Cai tace. E dopo aver convocato a fine novembre una riunione con alcuni enti autorizzati coinvolti nella dolorosa vicenda ha reiterato l'invito al silenzio più assoluto. Le famiglie però non ci stanno, e denunciano la soppressione della Linea ascolto Cai, chiamando la quale si riesce solo ad ascoltare un messaggio registrato che informa come il servizio sia temporaneamente sospeso per manutenzione. “Possiamo chiamare solo il centralino. Ogni volta promettono di ricontattarmi ma non succede mai. È giù successo tre volte nell’ultimo mese e mezzo”, ha spiegato una mamma al Fatto Quotidiano, che ha sottolineato come invece negli altri paesi si sia scelto di mantenere alta l'attenzione sul Congo: in Francia i genitori hanno organizzato un sit-in davanti all’ambasciata congolese; gli Usa dopo ogni incontro diplomatico avvisano le famiglie con una videochiamata che riassume l’esito dei colloqui; mentre l’Olanda ha deciso di inviare il proprio ministro della Difesa, Fred Teeven, a Kinshasa.
E mentre stigmatizza la scelta di tacere sulle adozioni in Congo, il secondo ente autorizzato italiano per numero di adozioni, AiBi, critica anche la scelta della Cai di mantenere riservate le visite in Italia delle delegazioni delle autorità centrali per le adozioni degli altri Paesi. “In tutti gli ultimi casi, infatti”, sottolinea AiBi, “gli incontri tra i rappresentanti della CAI e i loro colleghi stranieri sono avvenuti nel riserbo più generale. Un riserbo mantenuto, paradossalmente, anche nei confronti degli enti autorizzati, ovvero i soggetti maggiormente interessati al buon esito di tali incontri, i quali avrebbero avuto il diritto non solo di essere informati, ma anche di partecipare a tali incontri, come prevedono, del resto, le stesse Linee Guida della Commissione”.