I Millennials

Ottimisti e con alte aspettative. Ecco chi sono i giovani italiani

28 Gennaio Gen 2015 1259 28 gennaio 2015

Presentata la ricerca su "La condizione giovanile in Italia-Rapporto giovani 2014". Altro che lagnosi o bamboccioni ... Per gli studiosi non c'è vittimismo tra i venti-trentenni di oggi. Cresce anche la voglia d'Europa

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Presentata la ricerca su "La condizione giovanile in Italia-Rapporto giovani 2014". Altro che lagnosi o bamboccioni ... Per gli studiosi non c'è vittimismo tra i venti-trentenni di oggi. Cresce anche la voglia d'Europa

"Comici, spaventati guerrieri". Li aveva fotografati con un titolo di una sua bella canzone a loro dedicata, diversi anni fa il prof Vecchioni, questi giovani Millennials. Sono i giovani diventati maggiorenni dal 2000 in poi e che ora l'Istituto Toniolo con una ponderosa ricerca su "La condizione giovanile in Italia-Rapporto giovani 2014", presentata ieri a Roma, descrive in modo complesso e articolato.

Circa 5000 interviste a persone tra i 19 e i 32 anni e un quadro per molti versi, come si suol dire, a luci ed ombre.

Sono ‘guerrieri’ perché hanno spiccata fiducia in se stessi, sono disposti a mettersi in gioco per dimostrare quanto valgono, non si arrendono facilmente e hanno aspirazioni alte. Altro che lagnosi o bamboccioni ... Per gli studiosi non c'è vittimismo tra questi venti-trentenni. "Tendono ad essere ottimisti, con alte aspettative” e convinti di avere i numeri per migliorare - non solo se stessi - ma persino la realtà in cui vivono. E, aggiungono i curatori della ricerca: "Nelle fasi di età più giovani tendono ad avere progetti ambiziosi e a porsi obiettivi di rilievo nella realizzazione personale e professionale".

Ma poi, nel tempo, interviene la dissuasione della dura realtà ed ecco che diventano ‘spaventati’, consapevoli che il futuro non riserva loro orizzonti favorevoli: "quando si scontrano con le difficoltà nel percorso di transizione alla vita adulta e di accesso al mondo del lavoro, comincia un processo di adattamento progressivo al ribasso". Ed è qui che oltre il 75 per cento di loro (più al Sud che al nord) rinuncia a programmare il proprio futuro per affrontare le difficoltà del presente.

E ‘comici’, perché? Forzando un po’ la metafora artistica si potrebbe accostare un'altra delle caratteristiche che il prof Rosina, demografo e docente di statistica, responsabile per il Toniolo del Rapporto, ha riconosciuto in questi giovani: come tanti dissacratori per professione, anche per i Millennials sta progressivamente venendo meno il principio di autorità, "aumenta l'atteggiamento sospettoso verso le generazioni più anziane e verso la società in generale", e se anche non c’è molto da ridere, ebbene la fiducia, un tempo fondamento di ogni rapporto educativo, si va facendo risorse scarsa. Quindi è più duro per gli adulti farsi ascoltare. Occorre, se si vuole avere “voce in capitolo”, fare da supporto, essere presenti, non affacciarsi di tanto in tanto, e persino riconoscere il dovere di farsi da parte quando è il momento, perché “la grande maggioranza degli intervistati è convinta che, se i giovani faticano a trovare spazi e opportunità per crescere è anche per la resistenza delle vecchie generazioni a difendere e tutelare le proprie posizioni senza rimettersi in discussione, indipendentemente dai risultati raggiunti”.

Ecco allora che i ricercatori lanciano un grido di allarme: questa difficoltà di dialogo tra vecchie e nuove generazioni, un marcato risentimento, associati al persistere di una politica che mostra l’incapacità di migliorare il bene comune, è un combinato disposto che “può corrodere non solo il rapporto tra cittadino e istituzioni, ma arrivare anche a indebolire il senso stesso di appartenenza sociale”. Grave rischio per il futuro della coesione sociale del Paese.

Trova quindi un fondamento sociologico quel dato impressionante dei cosiddetti Neet, (acronimo inglese che identifica gli under 30 che né studiano, né lavorano né lo cercano), mai stato così alto in Italia (dal 19% del 2007 è salito al 26% del 2013).

Eppure non mancano i segnali positivi (le luci) di cui tenere conto per il bene del Paese: la forza dei legami, innanzi tutto familiari (che quando sono forti e significativi garantiscono ai giovani un maggior tasso di fiducia e intraprendenza, evitando che di fronte alle difficoltà inevitabili scivolino nel gruppo di coloro che si rassegnano all’emarginazione); quelli amicali, tra pari, con forte desiderio di interazione e di confronto, e anche quelli sociali di appartenenza ad associazioni e gruppi di volontariato e di cittadinanza attiva. Si vedano i dati positivi pubblicati alcuni giorni fa sulla disponibilità dei giovani a svolgere attività di formazione professionale, e quindi di portare benefici all’intera comunità, attraverso l’esperienza del servizio civile universale. Esiste inoltre – per inciso - una non trascurabile domanda di Europa, rimasta “largamente inappagata”: oltre “3 giovani su 4 sono favorevoli ad un’unione politica che arrivi a formare gli Stati Uniti d’Europa e oltre il 60% “riconosce le opportunità dell’Ue anche in termini di occasioni di studio e di lavoro in altri paesi”.

E allora, come “Ripartire dalle nuove generazioni per tornare a crescere”? Come ridurre quell’indecente dato sulla disoccupazione giovanile che ormai supera il 44% ben lontano dai tassi di tanti altri Paesi europei?

Ebbene per Alessandro Rosina (coautore del libro dal titolo provocatorio “Non è un paese per giovani”) si può: le evidenze empiriche dimostrano che i Paesi dove si è investito di più in Politiche attive in questo settore, hanno avuto rendimenti positivi e si trovano ora in posizioni più felici: “Dove i giovani vengono incoraggiati con ‘politiche giuste' questi si danno da fare, sono incoraggiati a fare da se è innescano un circuito virtuoso, migliorano la qualità del sistema produttivo, e rialzano verso l'alto sia le opportunità del Paese che quelle dei giovani stessi ad essere protagonisti attivi.”

Gli fa eco il ministro Poletti, intervenuto al Convegno di presentazione della Ricerca: “Dobbiamo chiederci dove abbiamo sbagliato per arrivare a questo punto – ha esordito -.E la mia risposta è: questo nostro paese ad un certo punto della sua storia ha deciso che era meglio difendere ciò che aveva piuttosto che rischiare di aver qualcosa di più e di meglio. Ha scelto – chiarisce - le rendite rispetto alle opportunità”. Quindi, per il ministro, alla lunga impoverendosi. “Siccome non si può avere tutto – prosegue - bisogna ora avere la forza di decidere, di rischiare e di cambiare totalmente orizzonte, il coraggio di fare rinunce per ottenere frutti migliori. O noi cambiamo radicalmente il modo di pensare di questo Paese e ci orientiamo ad amare quelli che ci provano, e vogliono cambiare e fa ‘a botte’ con loro, o non miglioriamo”. “Il jobs act nasce da questa idea – sottolinea – e dalla volontà di connettersi ai grandi cambiamenti. La stragrande maggioranza di nuovi posti di lavoro nasce nelle e dalle nuove imprese. Perché le vecchie imprese stanno distruggendo lavoro, sostituendolo con le nuove tecnologie.”. E ha dato anche qualche numero sul funzionamento del progetto Garanzia Giovani: siamo a circa 400.000 giovani registrati, circa 180.000 chiamati per colloqui. Puntiamo a breve a superare i 500 mila giovani con una dotazione di 1 miliardo e mezzo di euro. “Ci sono molte cose da perfezionare e lo sappiamo bene anche noi – ha sottolineato – ma non esiste che ci si possa aspettare dopo neppure un anno un funzionamento totalmente positivo. I tempi spesso sono incompatibili con la realtà anche quando hai preso una decisione all’inizio giusta e magari non lo è più quando va a regime”. Il jobs act, per il ministro Poletti “produce le condizioni che se un imprenditore vuole investire ora è in grado di valutare l'effetto della sua scelta, quanto gli costa, cosa deve rispettare e quali certezza avrà.”. Certo non sempre produce direttamente occupazione, ma “sono fiducioso - afferma fiero -: comincio ad incontrare molti imprenditori che mi dicono che con queste regole, possono investire di più. E me lo dicono anche i giovani. Sono piccole soddisfazioni, che mi fanno stare bene e che danno fiducia per il lavoro che stiamo facendo. Dovremmo solo raccontarlo meglio”.