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29 giugno, da marzo stipendi a rischio

30 Gennaio Gen 2015 0911 30 gennaio 2015

In cassa ci sono fondi solo per coprire i mesi di gennaio e febbraio. I 1.300 dipendenti della cooperativa fondata da Salvatore Buzzi: «Ci sentiamo impotenti perché non abbiamo risorse, né risposte da dare agli ospiti dei nostri centri»

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Salvatore Buzzi
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In cassa ci sono fondi solo per coprire i mesi di gennaio e febbraio. I 1.300 dipendenti della cooperativa fondata da Salvatore Buzzi: «Ci sentiamo impotenti perché non abbiamo risorse, né risposte da dare agli ospiti dei nostri centri»

“Una storia diversa per gente normale, storia comune per gente speciale”. Il sito dell’arcinota Cooperativa 29 giugno si apre citando Fabrizio De Andrè. E, in effetti, gli operatori dei servizi di accoglienza per minori, immigrati, rifugiati, poveri, homeless, sono veramente gente speciale e normale insieme. Li vedi fianco a fianco agli utenti quando s’impegnano per far capire – ma dovrebbe essere scontato - che loro con Mafia Capitale e con chi si è arricchito sulle spalle dei ‘poveracci’, non c’entrano proprio un bel niente. Anzi, sono vittime.
Sono lavoratori che prestano servizio con orari massacranti (spesso 12 ore al giorno), ferie scarse, salari bassi (quasi nessuno raggiunge 1000 euro al mese, molti si aggirano sugli 800), in condizioni difficili e spesso – come ci dice il delegato sindacale dell’Usb Pio Congi – “facendo fronte a situazioni delicate e pericolose di persone che ‘danno di matto’ perché esasperate per le condizioni precarie in cui vivono”.
“Ci sentiamo impotenti perché non abbiamo risorse, né risposte da dare agli ospiti dei nostri centri”, afferma Valentina Greco, responsabile sindacale e operatrice del centro Salem della Cooperativa di accoglienza per minori ABC, legata alla 29 giugno. Per questo hanno cercato di unire le loro forze per raggiungere obiettivi comuni: “Sentiamo l’esigenza di unire la nostra lotta di operatori preoccupati del posto con quella degli utenti dei servizi di accoglienza, perché stiamo parlando degli stessi diritti umani fondamentali”, dice con voce ferma e convinta Valentina durante un incontro congiungo per studiare una piattaforme condivisa di azione.
Sono circa 300, i dipendenti delle 26 cooperative della 29 giugno, che si occupano di servizi sociali di accoglienza, di migranti e minori, e che vivono con la paura di perdere il posto di lavoro. Altri 1000 sono invece addetti nei settori dell’Igiene ambientale, della manutenzione del verde; di servizi di portineria e amministrativa, di accoglienza in situazioni di emergenza quali povertà e freddo, che fanno parte della ‘holding del sociale’ messa in piedi da Salvatore Buzzi (in foto) indagato per Mafia dalla magistratura. Con l’avvio delle inchieste sono stati immediatamente congelati i conti correnti della Coop; poi sbloccati permettendo così a gennaio il pagamento degli stipendi di dicembre. La retribuzione di gennaio e febbraio sarebbe stata garantita “e noi speriamo” – ci dice la Greco – “ma corre voce che per marzo – quando scadranno le proroghe - , non ci siano più fondi”. E poi? Simile la situazione per i centri SPRAR (Servizio di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati) per i quali la proroga potrebbe prolungarsi al massimo di altri sei mesi. Un po’ più fortunati gli altri settori che si occupano di ambiente e manutenzione, con molte coop in proroga del servizio di un anno.
Ecco perché i lavoratori avanzano delle richieste precise chiedendo incontri alle istituzioni, al Commissario della 29 giugno, agli stessi rappresentati della Legacoop. Con poca fortuna, finora.
La neo assessore alle Politiche sociali del Comune di Roma Francesca Danese li ha incontrati il 27 gennaio, garantendo impegni e soluzioni. Loro sono giustamente prudenti e aspettano i fatti. Intanto alzano “la posta”, e chiedono: “Proroga degli affidamenti in corso per il tempo necessario alla definizione delle procedure di appalto; 2) conseguente rinnovo a tempo indeterminato di tutti i contratti di lavoro in scadenza; 3) ricognizione delle attività in svolgimento per approntare misure necessarie alla risoluzione delle situazioni critiche relative alla condizione dei lavoratori (turni e carichi di lavoro, livelli, sicurezza, pagamento delle spettanze, ecc.) e a quelle degli utenti; 4) avvio di un procedimento valutativo, con la costituzione di un organismo di diritto pubblico come strumento concreto per la reinternalizzazione delle attività e dei servizi di rilevanza pubblica con il conseguente riassorbimento dei lavoratori oggi impegnati negli enti privati affidatari”. Insomma, un pacchetto di richieste davvero impegnativo, di difficile attuazione, vista l’aria che tira per i conti delle amministrazioni Pubbliche, locali e statuali.
Non temono la trasparenza, anzi, sollecitano le inchieste della magistratura: “figuriamoci!”, scandiscono gli operatori, ma vogliono garanzie sul futuro del loro lavoro.
E intanto provano a costruire un piano comune con gli utenti dei servizi. E diffondono – a firma multipla delle’Usb di lavoratori e rifugiati- un volantino che annuncia un percorso comune per rivendicare i diritti negati: “Noi richiedenti asilo, rifugiati e migranti, da mesi ‘parcheggiati come delle macchine’ nei centri con tempi lunghissimi per la Commissione e privi di una vera e dignitosa accoglienza, - si legge - abbiamo deciso di organizzarci per i nostri diritti e la nostra dignità. Abbiamo deciso di fare questo percorso uniti, insieme agli operatori che come noi sono privi dei loro diritti lavorando con contratti precari e sottopagati … Noi operatori dei centri di accoglienza, da anni sottopagati con contratti precari e turni di lavoro massacranti, siamo ridotti a un lavoro di portierato e di controllo a discapito di un vero servizio di accoglienza verso i richiedenti asilo, rifugiati e migranti. Per questo abbiamo deciso di organizzarci per l’internalizzazione del servizio e dei lavoratori con paga dignitosa”.
Convocano un presidio a fine febbraio: ma il principale impegno – riconoscono – è al momento sensibilizzare tutti, operatori e utenti – molti dei quali, però, temono di esporsi per non correre il rischio di conseguenze negative.

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