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Workers buyout come antidoto alla crisi

30 Gennaio Gen 2015 1535 30 gennaio 2015

Due storie, una di Pisa l'altra di Ravenna, che raccontano la nuova imprenditorialità ai tempi della crisi. I dipendenti delle ditte in difficoltà si organizzano in cooperative e rilevano la proprietà con l'aiuto delle Banche di Credito Cooperativo. Ecco le loro storie

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Operai Raviplast
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Due storie, una di Pisa l'altra di Ravenna, che raccontano la nuova imprenditorialità ai tempi della crisi. I dipendenti delle ditte in difficoltà si organizzano in cooperative e rilevano la proprietà con l'aiuto delle Banche di Credito Cooperativo. Ecco le loro storie

Si diffondono sempre più i casi di workers buyout: per evitare chiusura e licenziamenti, i dipendenti mettono in piedi una cooperativa e acquistano la ditta in crisi. Un'operazione complessa che è diventata più facile grazie anche al sostegno delleBanche di Credito Cooperativo del territorio e all'accompagnamento diConfcooperative e Legacoop. Ecco due storie che possono essere di esempio e modello in Italia.

Ravenna

«I problemi dell’azienda non erano dovuti alla crisi economica. Il problema era la sua cattiva gestione». Mentre controlla che gli imballaggi non abbiano difetti, Susi ci racconta come sono iniziate le difficoltà per la Pansac, l’azienda in cui lavora da 10 anni.Un’azienda florida, leader nel suo settore: produce da oltre un secolo imballaggi plastici per le industrie nella città di Ravenna. Ma nel 2010 entra in crisi finanziaria a causa della cattiva gestione del proprietario.

Due anni di amministrazione straordinaria e due anni di cassa integrazione: «Sono stati quattro anni duri, anni di incertezza per chi aveva bambini, famiglia, un mutuo per la casa da pagare» – racconta Susi – «Non sapevamo se si sarebbe trovato un acquirente, se avremmo mantenuto il posto di lavoro: continuavamo a lavorare con la speranza che qualcosa cambiasse».

Non ci sono compratori all’orizzonte, e i dipendenti capiscono che per salvare il posto di lavoro devono prendere in mano l’azienda. Nasce allora l’idea di costituire la Raviplast, una società cooperativa, per rilevare la Pansac. I timori e le paure non mancano: ci vuole coraggio per passare da dipendenti a imprenditori. Ma la paura più grande era quella di perdere il lavoro racconta Alessandro, da 14 anni operaio nell’azienda: «A me questo lavoro piace, quando si è presentata quest’opportunità, i miei genitori e la mia compagna mi hanno detto: vai, prendila al volo!».
Con l’aiuto delle tre centrali cooperative provinciali (Confcooperative, Legacoop e Agci) viene avviata l’analisi di fattibilità, spiega l’amministratore delegato Carlo Occhiali: creare un’azienda solida dal punto di vista finanziario è fondamentale.


«La BCC Ravennate e Imolese è stata la prima ad averci aiutato e supportato: non solo con linee di credito ordinarie, ma anche con l’anticipazione dell’indennità di mobilità». Sono stati i soci a costruire il capitale sociale usando le loro indennità, a cui si sono poi aggiunti i fondi di sviluppo delle centrali cooperative.

Ma cosa significa essere parte di una cooperativa? «Mi piace pensare che come socio lavoratore, ora il lavoro è nelle mie mani», spiega Susi. Comprare un nuovo macchinario, organizzare i turni di lavoro: prima erano cose comunicate dal proprietario, adesso sono decisioni che si prendono assieme, secondo le competenze di ciascuno. «Noi come soci lavoratori ci mettiamo il lavoro, adesso come prima, ma forse con uno spirito diverso: essere partecipi del proprio lavoro dà una spinta in più».

Per la neo-costituita Raviplast i primi risultati sono incoraggianti e i soci guardano con speranza al futuro: è la loro occasione per dimostrare quello che hanno pensato molte volte, come dice Daniele, direttore commerciale. «Ho lavorato per 30 anni qui, ho pensato spesso che se l’azienda fosse stata mia, mi sarei comportato in modo diverso in molte circostanze. Adesso che l’azienda è in parte anche mia, è l’occasione per mettere in pratica le nostre ambizioni e le nostre idee».

Pisa

Quando arriva la notizia che il proprietario ha deciso di liquidare l’azienda, sono già più di 20 anni che Giuliano lavora come operaio nel capannone della Bulleri Brevetti di Cascina.

«Lavoro qui dal 1977. Quando sono entrato, la ditta andava benissimo, eravamo più di 100 dipendenti. Poi la gestione è peggiorata, si diceva che l’azienda fosse in crisi e da un giorno all’altro mi sono ritrovato senza lavoro». Nata nel 1935, la Bulleri è un’azienda storica del polo industriale di Pisa. Famosa per la produzione di macchinari per la lavorazione del legno, della plastica e dell’acciaio. Rilevata nel 1998 dal gruppo Sicar, nel 2009 si trova ad affrontare difficoltà di gestione e di bilancio. Con la crisi, arriva la liquidazione: 47 dipendenti si ritrovano in cassa integrazione, con mesi di arretrati non pagati.

«È stato un brutto periodo: senza stipendio, ci siamo dovuti appoggiare alle famiglie. Nel mio caso, con mio padre pensionato, era difficile arrivare a fine mese. E c’era la preoccupazione di dover cercare un nuovo posto di lavoro e la paura di non riuscire a trovarlo». Per un anno i lavoratori, le istituzioni e l’intera comunità di Cascina si mobilitano per impedire la chiusura di quella che è una realtà di eccellenza del settore.

«Non potevamo buttare via 20 anni di esperienza: credevamo che ci fosse ancora un futuro per l’azienda, e volevamo dimostrarlo. Tanto più che il lavoro non è mai mancato, gli ordini non erano diminuiti: abbiamo chiuso con sei milioni di commesse».

Non c’è nessun motivo per chiudere la ditta e perdere l’esperienza e le competenze di tanti operai, progettisti, disegnatori. Eppure non si trova nessuno disposto a investire: gli imprenditori locali non sembrano interessati a rilevare l’azienda.Tranne la Banca di Cascina. Che con la garanzia di Fidi Toscana mette in piedi un finanziamento di 600 mila euro. Gli ex-dipendenti decidono così di prendere in mano il futuro, il loro e quello dell’azienda. E si costituiscono in cooperativa. 10 operai rinunciano alla cassa integrazione e ottengono in liquidazione straordinaria 10 mila euro a testa, che versano all’azienda. Altri 16 operai investono la cifra simbolica di 150 euro. Nel luglio 2010 nasce, con il supporto delle istituzioni pubbliche e a fianco della Banca di Cascina, la Nuova Bulleri Brevetti. In forma cooperativa. Vincenzo Littara, direttore della Banca di Cascina racconta: «Come banca abbiamo risposto con entusiasmo alla richieste degli operai della Bulleri, appoggiando incondizionatamente il loro progetto».

L’azienda ricomincia a lavorare tra molte difficoltà: alla riapertura non ci sono nemmeno gli impianti per la produzione di nuovi ordini. I soci riprendono i contatti con i vecchi clienti, e si occupano dell’assistenza e della manutenzione dei macchinari venduti. Poi iniziano ad arrivare le commesse e la produzione ricomincia.

«La vera risorsa dell’azienda è il capitale umano, non le macchine o i capannoni. È da questo dato che siamo ripartiti». Alberto, il presidente della cooperativa, racconta i sacrifici e le rinunce: alla tredicesima, agli straordinari, alle ferie degli operai (ora soci). Soci che ora percepiscono la differenza, rispetto alla precedente condizione di operai, in termini di responsabilità: «Da operaio tanti problemi non li percepivi, entravi alle 8 della mattina e uscivi la sera, non ti preoccupavi se la ditta andava bene. Da quando siamo soci, siamo responsabili del destino della fabbrica: lavoriamo per noi stessi. Un bullone, se prima lo avvitavi così, adesso cerchi di avvitarlo con un po’ più di… coscienza».

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