Pizza Sospesa FOR Lì
Buone idee

Pinocchio offre la pizza ai poveri. E non è una bugia

9 Febbraio Feb 2015 1530 09 febbraio 2015
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Si chiama così la pizzeria che ha ideato la pizza sospesa. Accade a Forlì. Questa la sua storia.

L’idea è stata delle suore Clarisse di san Biagio e Paola ha colto al balzo l’invito l’ha realizzata. Così da qualche mese nel locale di piazza del Lavoro 18 c’è la pizza sospesa. I clienti, cioè, lasciano pagata un’intera pizza per chi non la può acquistare. Ogni giorno ci sono almeno due persone che beneficiano di questo dono.

Ora il meccanismo è rodato. Ma ha richiesto un impegno organizzativo e relazionale. Paola Fusillo (nella foto con tre beneficiari dell'iniziativa), titolare della pizzeria, romagnola nella passione e nella concretezza si è fatta subito una domanda: a chi dono le pizze?

«Ci sono tante persone povere che hanno bisogno di un pasto caldo. Ma come faccio a far sapere loro che nella nostra pizzeria possono trovare una pizza? E poi c’è un discorso di discrezione. Molte persone non vogliono far sapere di vivere situazioni di disagio».

Dall’idea alla realizzazione, quali sono stati i passaggi?

«Mi sono rivolta al vescovo di Forlì, monsignor Lino Pizzi che mi ha suggerito di rivolgermi alle parrocchie e alla Caritas che hanno cominciato a fare da tam tam. Hanno anche esposto la nostra locandina all’ingresso delle parrocchie. Anche noi abbiamo esposto in vetrina la locandina e c’è qualcuno che passa la legge ed entra».

Cosa accade quando arrivano in pizzeria? «Così qualcuno ha cominciato a venire in pizzeria. Un paio di persone al giorno. Entrano un po’ sospettosi, si avvicinano a noi e a bassa voce ci chiedono se è vero che c’è una pizza pagata per loro».

Quando sanno che non è una bugia, come reagiscono? «Tutti dimostrano molta discrezione. Un po’ si vergognano, un po’ hanno pudore. Quando ritirano la pizza, gli offriamo anche di mangiarla in pizzeria, seduti al tavolo come tutti gli altri. Fatichiamo a convincerli perché dicono che non vogliono disturbare».

Sono più quelli che ritirano ed escono o quelli che rimangono nel locale? «Metà e metà. Penso che poter venire in pizzeria e mangiare insieme a tutti gli altri è una cosa che li fa sentire uguali agli altri. Sono seduti al tavolo come se quella pizza l’avessero pagata loro. Un momento di normalità, nelle loro giornate sconclusionate».

Chi sono i beneficiari? «La stragrande maggioranza sono italiani. Vengono un paio di volte, non di più. Poi si perdono le loro tracce. qualche mese fa si è presentato un uomo, sulla cinquantina, aveva perso il lavoro e la casa. Prima faceva il pizzaiolo. Mi ricordo anche di un ragazzo, sempre italiano, che andava alla mensa dei poveri, ci è venuto a trovare qualche volta. poi è tornato e ci ha portato un cesto di funghi porcini e ci ha raccontato che stava sull’appennino, che aveva trovato lavoro».

Chi sono i clienti? «I clienti hanno accolto con entusiasmo l’iniziativa. C’è chi paga una pizza, da 4 euro per la margherita, in sù. Altri che ne pagano una decina».