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Vademecum perché un intervento in Libia non sia un disastro

16 Febbraio Feb 2015 1129 16 febbraio 2015
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Parla Andrea Carati, ricercatore in Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Milano specializzato in particolare sugli interventi militari. «Bisogna imparare dal passato. Senza un obbiettivo politico e strategico di lungo periodo non si risolverà alcun problema»

In Libia la situazione sta precipitando rapidamente. Is ha conquistato Bengasi e Sirte e si prepara all’assalto di Tripoli. Le forze resistenti libiche e quelle egiziane hanno cominciato raid aerei per colpire Isis. Intanto i Paesi occidentali, in particolare l’Italia stanno valutando la necessità di un intervento militare. Per questo abbiamo chiesto ad Andrea Carati, ricercatore in Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Milano specializzato in particolare sugli interventi militari, di ragionare su questa eventualità e analizzare tutti gli aspetti da tenere in considerazione, guardando anche al passato.

Quali sono gli aspetti da tenere in considerazioni per essere sicuri di non ripetere gli errori del passato e organizzare un interventi militare di successo in Libia?
Non esistono ricette universali sugli interventi per definire se siano efficaci . L'analisi deve essere fatta caso per caso alla luce del contesto. Certo per intervenire servono alcune cose. La volontà politica, possibilmente multilaterale, quindi della Nato, cosa che nel 2011 in Libia non c'è stata. Poi è necessario avere un obbiettivo strategico di lungo periodo, sapendo cosa si vuole ottenere. Fermare le forze armate di Gheddafi, senza sapere cosa si volava dalla Libia nel post regime fu un errore. Per intervenire in modo efficace è necessario averte chiaro l'obbiettivo post bellico. Infine servono i mezzi, non strettamente militari. Nel 2011 se non fossero intervenuti gli americani fornendo armi e asset strategici di intelligence agli europei l'intervento si sarebbe arenato.

Quindi non è pensabile un intervento dell’Italia con l’appoggio di altri Paesi come fecero Francia e Gran Bretagna nel 2011?
È da scongiurare sicuramente un'iniziativa unilaterale da parte dell'Italia. Ma non credo che sia nell'agenda politica. Sarebbe velleitario e fuori da ogni calciolo realistico. L'Italia può guidare una missione militare come ha fatto in Libano assumendo il comando delle operazioni ma se dietro c'è l'apparato delle organizzazioni internazionale. In Libia si tratterebbe poi di intervenire in un contesto con un livello di violenza molto alto. Un'intensità militare enorme.

L’Italia è meno strutturata militarmente di altri Paesi. Ma ha una macchina di cooperazione internazionale tra le migliori al mondo. Non è il caso id immaginare un intervento di ricostruzione successivo a quello armato?
Questo lo si fa. È possibile svolgere un ruolo sul piano non governativo con le ong e la società civile ma solo dopo che si è creata una situazione di controllo della zona e con un accordo coi paesi alleati e il conseguente stanziamento di fondi. Ci vuole un disegno. Come nel ‘99 in Kosovo. Se si deciderà mai di intervenire in Libia bisognerà farlo sgombrando il campo da una illusione: che una volta liberato dal dittatore il popolo potrà dar vita a una democrazia in modo spontaneo. Non è sufficiente. Spontaneamente non si crea l'ordine. È un'idea che negli ultimi 20 anni ha creato disastri. Bisogna accompagnare il processo. Ricreare un ordine. Si deve lavorare come si è lavorato in Bosnia e in Kosovo. Ma per farlo servono decine di migliaia di soldati per periodi molto lunghi. Ormai possiamo fare un bilancio degli interventi degli ultimi anni e possiamo dire anche che, pur con tutte queste precauzioni, non c'è garanzia di successo. Un fattore da tenere ben presente

Potrebbe essere, nel caso di un intervento ben organizzato, l’occasione anche di fermare i flussi migratori che, dai Paesi subsahariani e circostanti, portano i barconi di migranti dalle coste libiche all’Europa?
Sì, per una ragione piuttosto semplice. Uno stato fallito com'è la Libia oggi e un territorio senza governo centrale che non riesce a controllare i flussi di persone è il contesto migliore non soltanto per i terroristi ma anche per le bande criminali che sfruttano le migrazioni. Per gestire l'immigrazione e stabilire contratti è necessario che ci sia uno stato che controlla. Quindi certamente ristabilire un'autorità libica sarebbe un ottimo passo avanti.