Libia
L'intervista

Le ong: «In Libia dobbiamo cedere il meno possibile alle armi»

17 Febbraio Feb 2015 1814 17 febbraio 2015
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Parla il presidente di Focsiv, Gianfranco Cattai, che chiarisce quale sia la strategia migliore per affrontare la crisi libica. Con una sottolineatura in particolare: «Nessun terrorista verrà mai in Italia con i barconi di migranti»

Ancora non è chiaro come l’Europa deciderà di muoversi per fronteggiare la crisi libica. Si aspetta un pronunciamento dell’Onu che per ora latita e intanto si sta alla finestra cercando di capire come sia meglio intervenire. Intanto l’Egitto continua i raid aerei e incassa l’appoggio di Putin pronto a prendere parte all’offensiva anti Is. Vita.it ha parlato con il presidente di Focsiv (Federazione organismi cristiani di servizio internazionale volontario), Gianfranco Cattai, per capire quel sia l’analisi di uno dei principali attori del mondo del volontariato e della cooperazione.

Come vede l'evolversi della situazione libica?
Intanto facciamo una premessa. Il fatto che l'Italia e l'Europa, abbiano abbandonato il campo con l'occasione della primavera araba si è tradotto nel tradimento delle aspettative di quelle piazze di speranza. Non abbiamo aiutato un processo di trasformazione non indifferente. Purtroppo l'Is ha trovato tra le tensioni che si sono venuti a creare terreno fertile per penetrare in alcuni quei territori. Questa è una prima riflessione da fare. Il fatto che le due fazioni libiche stiano tentando di dialogare tra di loro per affrontare e contenere il fenomeno fondamentalista poi è un'opportunità da non sottovalutare.

Oggi cosa può fare l’Italia?
Intanto ragionare nel contesto delle Nazioni Unite. Speriamo che le decisioni assunte avvengano in campo internazionale e vedano rapidità e convergenza nel contrastare Is. Poi evidentemente dobbiamo, con una forza militare di sicurezza e contenimento e di intesa con le forze locali, mettere in sicurezza e pacificare il territorio. Questo vuol dire cedere il meno possibile alle armi. Dobbiamo contrastare Is nel modo più possibile non violento. Ma bisogna anche sapere che ogni ora che passa avvantaggia i piccoli gruppi e quindi alimenta l’incertezza.

L'Is minaccia di inviare in Italia 500mila migranti. La trova un'arma credibile?
Intanto non penso che tutto il fenomeno della migrazione sia un piano determinato da Is ma piuttosto da gruppi malavitosi che speculano sulle migrazioni locali e non solo. Ci devono essere per altro connessioni con gruppi malavitosi del nord dell'Europa. È un business fortissimo che abbiamo lasciato crescere in questi anni e sottovalutato. La dimostrazione di questo sta nell’alzata di armi contro una nostra motovedetta. Un episodio che rende lampante che tipo di organizzazione ci sia dietro. Sappiamo tutti che oggi nei campi in Libia ci sono almeno 800 mila internati provenienti dalle zone subsahariane che attendono di fare il grande salto verso l'occidente da mesi, forse anche anni.

C'è chi in queste ore grida all'allarme terrorismo riferendosi ai barconi di migranti...
Penso che i terroristi non vengano in Italia con i barconi. L'intelligence farà il suo lavoro, e la sicurezza italiana è molto più avanti di quanto lasci credere nel procedere coi controlli. Distinguerei tra terroristi e immigrati arrabbiati. Un terrorista entra in Italia per altri canali, senza fare tutta quella fatica e rischiando inutilmente la vita. Che poi un migrante disperato possa lasciarsi andare a derive terroristiche è un altro discorso.

Che idea si è fatto della novità rappresentata dagli sbarchi invernali?
È drammatico. Penso che quelli che vengono buttati fuori, in mare, non siano i migranti dell'ultima ora ma siano persone che già lavoravano in Libia ai tempi di Gheddafi, quindi stranieri che si erano collocati nella vita economica della Libia e che oggi vengano di fatto eliminati.

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