Traguardo più lontano?

Riforma Terzo Settore in Aula non prima di fine marzo

17 Febbraio Feb 2015 1849 17 febbraio 2015

Lo ha detto oggi il sottosegretario Luigi Bobba intervenendo alla presentazione del libro “"La riforma del Terzo settore: un contributo". Il resoconto dell'incontro

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Bobba
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Lo ha detto oggi il sottosegretario Luigi Bobba intervenendo alla presentazione del libro “"La riforma del Terzo settore: un contributo". Il resoconto dell'incontro

La delega al Governo per la riforma del Terzo settore, dell'impresa sociale e per la disciplina del Servizio civile universale, approderà in Aula non prima di fine marzo. Con qualche ritardo dunque rispetto alla prima scadenza indicata dal governo (inizio marzo). La previsione è del sottosegretario Luigi Bobba, che oggi ha chiuso i lavori di presentazione del “Non profit paper n. 3/2014”, dedicato alla riforma del Terzo settore, in un incontro dal titolo "La riforma del Terzo settore: un contributo".

Dopo le relazioni di Ugo de Siervo, presidente emerito della Corte costituzionale e di Donata Lenzi, relatrice del provvedimento è intervenuto il Adriano Propersi, docente di Economia delle aziende non profit nell’Università Cattolica di Milano, già consigliere dell’Agenzia per il Terzo settore. Che ha individuato alcuni punti di carattere “aziendale” molto importanti su cui bisogna ancora lavorare. L’introduzione dell’obbligo del bilancio di esercizio, non sul modello delle imprese, ma degli enti non profit che sono soggetti molto diversi. Bilancio e documenti illustrativi che l’accompagnano. Secondo, indicazioni chiare per la governance, funzionamento dell'assemblea e la democraticità interna, che spesso ha frenato l'attività di molti enti, va definita, e quadrata. Nonché il funzionamento dell'organo amministrativo. Terzo, il patrimonio netto degli enti del non Profit va previsto, perché questi sono enti che hanno bisogno di continuità, e in caso di crisi e d’inadempienza degli enti vanno previste modalità di intervento. Poi, per Propersi, bisogna introdurre la figura del Revisore sociale, un soggetto esterno che cura gli interessi degli stakeholders. Un'attività professionale, che può essere anche remunerata (“senza essere ipocriti”, aggiunge, perché è molto importante,) e nel caso di piccoli enti possono essere gli stessi Centri di servizio di volontariato, con evidente risparmio. Infine: ci sono tanti registri degli enti non profit, per il professore bisogna fa lo sforzo di unificarli e semplificarli, facendo sì che contengano le informazioni essenziali: la Governance; chi sono i responsabili; rendiconti annuali in forma sintetica. E che siano accessibili a tutti.

Per ultimo un passaggio veloce sulla questione del regime fiscale circa la divisione fra attività commerciale e attività istituzionale non commerciale: Propersi è scettico, “non si arriverà mai a una soluzione particolareggiata. Bisogna lavorare per semplificare la vita degli enti, estendendo la forfettizzazione introdotta dalla 398 del 1991 per le imprese non profit. Con vantaggio per lo Stato e semplificazione per gli enti. Vantaggio – però - che va fortemente limitato ai soggetti che lo Stato intende facilitare. Occorre individuare bene i settori da privilegiare.” Il nodo del cinque mille, infine . Non lo tocchiamo, va bene, ha concluso Propersi. Ma lavoriamo facendo in modo che anche le piccole possono accedere ai meccanismi di promozione/pubblicità (a carico dell’Erario, propone) evitando che le grandi fagocitino tutta la raccolta. E, soprattutto, imponendo l’obbligo di rendicontazione su come è sono stati utilizzati i fondi raccolti.

Il dibattito è poi proseguito in modo molto intenso. Secondo Emma Cavallaro (presidente ConVol), “il disegno di legge Delega non tiene nella giusta considerazione il volontariato e la sua autonomia, nonché la capacità di perseguire l'interesse generale, anzi sono marginali. Occorre un registro nazionale, un osservatorio, e delle facilitazioni in termini di orario per i lavoratori che vogliono fare volontariato.

Per Giuseppe Guerini (presidente Federsolidarietà-Confcooperative), “la riforma è fondamentale in un Paese come il nostro in cui la crisi ha prodotto delle forti disuguaglianze. Il coinvolgimento dei soggetti che prestano i servizi, e non solo gli effetti per chi se ne avvale, è importante.”

Per Licio Palazzini (presidente nazionale Conferenza Nazionale Enti Servizio Civile): “Il servizio civile ha avuto un consenso enorme, 1.200.000 giovani hanno fatto domanda, ma finora è stato possibile accontentarne solo 300mila. Fare un investimento su centomila giovani all'anno deve servire a creare senso di appartenenza e di cittadinanza”

Monica Poletto (presidente CDO-Opere Sociali) ha affermato che “è importantissimo che questo tentativo di riordino semplifichi e non limiti, perché in Italia c'è una ricchezza enorme di esperienze che non si può schiacciare. L'impresa sociale, ad esempio, produce valore sociale e non sempre questo è monetizzabile.”

Giorgio Righetti (direttore generale ACRI-Associazioni di Fondazioni di Casse di Risparmio e Reti di Volontariato) sostiene che bisogna ribaltare il rapporto di sostanziale sfiducia che, a differenza del mondo anglosassone, c’è in Italia tra Stato e cittadino: “auspico che non si vadano a creare delle norme che rendono ancora più complicato fare volontariato e impresa sociale.”

Infine Stefano Tabò (presidente CSVnet-Coordinamento Nazionale dei Centri di Servizio per il Volontariato), che ha sottolineato come i centri di servizio si aspettano molto e molto deve ancora cambiare. “I centri di servizio sono un'infrastruttura che serve al nostro Paese, proprio per la loro capillarità sul territorio e insieme la capacità di fare sistema di rete. Occorre quindi dare maggior spazio di autogoverno al mondo del volontariato per fare un salto di qualità. La riforma – per Tabò - non deve associare i centri di servizio con la questione della rappresentanza unitaria del mondo del volontariato; i centri di servizi hanno quasi ovunque vinto la spinta alla pluralità dei soggetti, che è diventata valore, benzina, linfa. La riforma deve esser capace di far diventare quest’aspetto una nota di merito.

Le conclusioni dei lavori hanno registrato due indirizzi di fondo reciproci: da una parte quella di Donata Lenzi che invita i soggetti del Terzo settore, in un mondo in cui si ha sempre più spesso l’ossessione di quantificare e dare i numeri su tutto, ad attrezzarsi per abituarsi alla valutazione del proprio operato, ma utilizzando degli indicatori giusti che non siano solo meramente quantitativi, ma in grado anche di manifestare la complessità.

Dall’altra parte, uno dei curatori della libro/rivista Non profit, il costituzionalista Emanuele Rossi, che lancia due suggerimenti con semplicità e chiarezza: “Primo: per favore, parlamentari, scrivete delle cose chiare e comprensibili, perché queste organizzazioni siano in grado di rispettare le leggi senza dover spendere soldi ricorrendo a consulenti per capire e interpretare, avvocati e commercialisti per l’applicazione, eccetera.” Nitido e chiaro, come i testi che auspica. Secondo: “che siano decreti legislativi applicabili. Sappiamo che il rischio delle legislazioni in Italia è spesso di fare ‘leggi manifesto’ ma poi impossibili da applicare. Provate a pensare ogni volta che fate un articolo come renderlo concretamente applicabile.” E ha fatto un esempio: “Il Registro unico, bene: ma bisogna poi pensare a chi lo tiene, con quali risorse, con quali risorse fa la costante verifica, come si può rimediare ad un’iscrizione non corretta, eccetera. Se non si pensa, a come si può applicare concretamente la normativa si taglia le gambe a qualsiasi riforma. Confido nel fatto che nella Commissione ci sono persone che hanno lavorato a lungo nel Terzo settore e che quindi questi suggerimenti saranno seguiti”.

Eccessivamente ottimista, il professore?