Andrea Rapaccini
Il dibattito

Ma questo non è (ancora) un Paese per imprenditori sociali

20 Marzo Mar 2015 1645 20 marzo 2015
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L'intervento di Andrea Rapaccini (Make a Change) dopo il primo via libera della Commissione Affari sociali alla riforma della Terza settore: «Non profit, profit e pubblica amministrazione, ovvero l'ecosistema di riferimento, non sono ancora pronti»

La locuzione “innovazione sociale” è oggi diventata certamente di grande fascino. Insieme al recente fenomeno dei giovani start-upper italiani, l’innovazione sociale sta diventando sempre più di moda, per dirla all’inglese “cool”. In fondo, occuparsi di innovazione sociale risulta meno invasivo di “rivoluzione sociale” e molto più responsabile della semplice “innovazione”; “innovazione sociale” contiene infatti un maggiore contenuto valoriale che riguarda un cambiamento positivo della società e che coinvolge singoli cittadini o gruppi di persone, movimenti della società civile, organizzazioni non profit, le università, la pubblica amministrazione ed infine, ovviamente gli operatori economici, le aziende.

Ma in concreto cosa si intende per innovazione sociale? E per declinare maggiormente la questione, come si definisce un processo di innovazione e quando questa innovazione può essere definita “sociale?

In linea generale, si può parlare di “innovazione” quando una scoperta o un’invenzione è concretamente applicata ad prodotto/servizio o ad un modello/processo, generando benefici rispetto alla situazione di partenza. Ovvero l’innovazione non è esclusivamente legata al “cosa” ma anche al “come”, non riguarda quindi solo l’output (prodotto-servizio), ma anche il processo, le modalità, il sistema con cui l’output viene prodotto e proposto agli utilizzatori. L’elemento di novità deve però essere visibile e misurabile, ed essere in grado di generare un impatto positivo in termini di efficacia e/o di efficienza. Tale concetto di miglioramento è proprio di ogni processo innovativo, poiché non c’è innovazione se non si genera una qualche forma di beneficio.

La tecnologia può essere un elemento che può consentire o facilitare l’innovazione, ma l’innovazione non deve per forza basarsi sulla tecnologia. La tecnologia non è altro che uno dei possibili componenti in cui può manifestarsi e fare leva l’innovazione. Vero è che ultimamente le maggiori innovazioni sono legate al mondo digitale, ma nella recente storia economica sono ancora molteplici i casi in cui l’innovazione ed il vantaggio competitivo di un’azienda o di un paese si è sviluppato senza alcuna discontinuità tecnologica. Che la tecnologia possa anche non essere centrale in un processo di innovazione non è certo una mia opinione, ma una questione oramai data per consolidata dalla maggioranza degli economisti che si sono occupati del tema negli ultimi 50 anni.

Una volta acquisito cosa si intende per innovazione, la definizione di innovazione sociale risulta immediata: perché ci sia innovazione sociale è necessario che il beneficio generato dal processo innovativo sia a favore della collettività. In altre parole, i cambiamenti apportati nei prodotti/servizi erogati e/o nelle strategie e nelle modalità con cui questi vengono realizzati e resi disponibili, devono riuscire a migliorare la qualità della vita del più alto numero di persone possibile. L’innovazione sociale riguarda quindi l’impatto che genera sulle comunità, sull’ambiente, un impatto che deve essere concreto e misurabile. In particolare l’innovazione sociale ha a che fare direttamente con la riduzione delle sperequazioni ed è la principale modalità con cui combattere i disagi sociali e l’ulteriore incremento nella concentrazione della ricchezza a livello mondiale.

Perché venga avviato un vero processo di innovazione sociale, è però necessario riconoscere che nel nostro modello di società c’è veramente qualcosa di profondo da cambiare, da innovare. E’ necessario riconoscere che il modello di relazioni sociali è obsoleto ed inefficace, che il sistema liberista non è in grado da solo di produrre benessere per tutti i cittadini, che la recente finanziarizzazione dell’economia ha aumentato le sperequazioni tra le persone, che il ruolo della pubblica amministrazione è messo in crisi dalla mancanza di progettualità e di risorse , che la distinzione tra soggetti buoni (non profit) e soggetti cattivi (for profit) va superata, imparando a valutare le singole azioni per i benefici che sono in grado di produrre e non la natura o l’area di provenienza dei soggetti che le compiono.

In una frase, per attivare un processo vero di innovazione sociale è necessario mettere in discussione le certezze con le quali siamo vissuti sino ad oggi e, soprattutto, essere capaci di mettere noi stessi in discussione.

Ed è qui il punto.

In Italia si vuole fare veramente innovazione sociale? Si vuole modificare concretamente la società e l’economia verso una direzione di maggiore equità?

Nei fatti non ancora. Il risultato è che l’innovazione sociale italiana è ancora soprattutto un fenomeno mediatico sul quale si esercitano gli accademici, fanno marketing le fondazioni private, si organizzano concorsi pubblici per i giovani “imprenditori sociali”. Si tenta di coinvolgere la società civile in iniziative di stampo culturale, ma gli operatori non sembrano disposti a cambiare in profondità i loro modelli operativi. Più in particolare:

  • Una parte significativa del terzo settore nazionale rimane ancora rintanata all’interno dei suoi tradizionali modelli di operare e fa fatica ad aprirsi al cambiamento e alla collaborazione con il mondo profit
  • La pubblica amministrazione continua a barcamenarsi tra una gestione inefficiente dei propri patrimoni ed attività e una nuova spinta a privatizzare beni e servizi di interesse generale secondo il classico modello liberista. Nessuna nuova visione, nessuna riflessione di sistema su come socializzare i beni di comunità coinvolgendo beneficiari e investitori privati responsabili
  • Le grandi imprese profit operano ancora secondo un tradizionale schema di “CSR a due fasi”: una fase in cui l’obiettivo è massimizzare il ritorno economico ed una seconda fase in cui è necessario ritornare qualcosa alla comunità favorendo l’innovazione sociale; per cui si assiste ad “iniziative schizzofreniche” da parte di gruppi industriali che decidono di mettere in mobilità centinaia di persone esclusivamente con l’intento di migliorare le proprie performance economiche e di borsa e contemporaneamente promuovono concorsi attraverso le loro fondazioni private per favorire l’innovazione sociale, magari premiando progetti orientati ad aumentare l’occupazione giovanile.

Il punto è che non c’è più tempo e spazio per i tatticismi, per le operazioni di facciata, per una discussione infinita sui codici di legge.

Proviamo ad avviare seriamente un processo di innovazione sociale affermando un principio. Un privato, un investitore che decide di investire denaro, capacità e tempo in una iniziativa imprenditoriale che ha l’obiettivo di generare un beneficio sociale per la collettività in modo economicamente sostenibile, sta attivando un processo di innovazione sociale. Quella tipologia d’impresa, in un sistema che continua a perpetuare il dualismo tra profit e non profit e tra pubblico e privato, rappresenta in se il vero strumento di innovazione. Si tratta di un’innovazione di modello culturale , giuridico ed economico; stiamo parlando di una nuova forma di capitalismo che affianca, senza avere l’ambizione di sostituirlo, quello tradizionale. Lo Stato, le Regioni e le pubbliche amministrazioni locali dovrebbero favorire in tutti i modi tali iniziative private, riconoscendone il contributo di innovazione nella gestione dell’interesse pubblico. Le Amministrazioni dovrebbero soprattutto essere in grado di monitorare i benefici prodotti per la comunità da queste imprese, senza grandi distinguo tra forme giuridiche (cooperative sociali o imprese di capitale), e soprattutto senza perdere tempo a definire le tipologie di innovazione (con o senza utilizzo di tecnologia). Uno slancio sincero, concreto e non burocratico all’innovazione sociale potrà veramente consentire l’apertura di una nuova stagione di collaborazione tra pubblico e privato, assegnando alla società civile un ruolo di controllo dei beni e dei servizi di interesse generale.

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