Il made in Italy che tira

Peter Holbrook: «La Gran Bretagna dovrebbe copiare il vostro modello cooperativo»

20 Marzo Mar 2015 1714 20 marzo 2015

Intervista con il numero uno di Social Enterprise UK: «La reputazione della Big Society oggi è molto danneggiata, tanto che questo termine non si usa nemmeno più. Ciò che rimane però è l’ambizione di rendere più centrale il ruolo dei cittadini, delle non profit e delle imprese sociali, nei servizi pubblici»

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Peter Hoolbrock
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Intervista con il numero uno di Social Enterprise UK: «La reputazione della Big Society oggi è molto danneggiata, tanto che questo termine non si usa nemmeno più. Ciò che rimane però è l’ambizione di rendere più centrale il ruolo dei cittadini, delle non profit e delle imprese sociali, nei servizi pubblici»

“Dall’Italia la Gran Bretagna dovrebbe copiare il modello cooperativo, soprattutto il supporto che è stato dato a questo settore dal governo”. A parlare è Peter Holbrook, amministratore delegato di Social Enterprise UK, l’ente nazionale britannico per le imprese sociali. Fondatore del pluripremiato progetto di comunità, Sunlight Development Trust, Holbrook è anche fresco di onorificenza reale: a fine febbraio gli è stata appuntata la medaglia di Cavaliere della Regina, per l’impegno nell’economia sociale, direttamente dal principe William. In Italia, per presentare il Social Enterprise World Forum, organizzato da Acra, in collaborazione con Fondazione Cariplo e IULM, il prossimo luglio, Holbrook ha anche spiegato quale sarebbe, secondo lui, l’ingrediente da aggiungere, perché l’economia sociale diventi il primo settore nel nostro Paese.

Cosa dovrebbe prendere l’impresa sociale britannica da quella italiana e cosa dovremmo, invece, noi italiani importare nel nostro Paese?
Noi britannici dovremmo riuscire ad ottenere il sostegno e l’attenzione che il movimento cooperativo ha avuto qui in Italia da parte del governo. Abbiamo usato la cooperazione italiana come esempio per mostrare cosa si può fare per rafforzare il ruolo delle cooperative e delle imprese sociali nei servizi pubblici. Negli ultimi cinque anni, invece, in Gran Bretagna, sono stati dati in gestione alle imprese sociali circa 100 mila spazi pubblici, tra palazzi, scuole e terreni inutilizzati, questo ha incoraggiato moltissimo lo spirito imprenditoriale delle comunità. Incoraggerei l’Italia a fare lo stesso: i governi hanno moltissimi edifici ma poche risorse per farli funzionare e, spesso, poca immaginazione. Darli ai cittadini significa offrire una nuova opportunità di crescita e un nuovo inizio.

A che punto è l’economia sociale in Gran Bretagna? Funziona questa Big Society?
E’ molto difficile non essere d’accordo con ciò che la Big Society vuole raggiungere, i media e molte organizzazioni tradizionali però, hanno subito immaginato che l’obiettivo fosse solo quello di tagliare i servizi pubblici, spingendo i volontari a occuparsi di tutto. La reputazione della Big Society oggi è molto danneggiata, tanto che questo termine non si usa nemmeno più. Ciò che rimane però è l’ambizione di rendere più centrale il ruolo dei cittadini, delle non profit e delle imprese sociali, nei servizi pubblici, e questo è positivo. Per troppo tempo ci siamo aspettati che i nostri governi facessero tutto, ora dobbiamo riconoscere il ruolo che possiamo avere noi, nella creazione delle soluzioni di cui hanno bisogno i nostri paesi.

Qual è il risultato più importante che l’economia sociale ha raggiunto in Gran Bretagna, negli ultimi cinque anni?
Siamo riusciti a far sì che l’economia sociale diventasse mainstream, entrando nell’immaginazione di milioni di studenti e giovani imprenditori. Chi si trova a costituire una nuova azienda, oggi si chiede se costituirsi come società privata o come impresa sociale. Una startup su cinque in Gran Bretagna è un’impresa sociale e la cosa interessante è che non si opera nemmeno più solo nei servizi, i campi di azione sono stati ampliati moltissimo. Abbiamo social business che producono abiti, biancheria intima e cioccolatini e questo è un enorme salto, fatto in un tempo molto breve.

Parlando di crescita dell’economia sociale, qual è un altro Paese al mondo da tenere d’occhio?
La Corea del Sud. L’ultimo Social Enterprise World Forum è stato organizzato qui. In Sud Corea non c’ è stata la grande crisi che ha travolto l’occidente, tutt’altro, l’economia continua a crescere e proprio la crescita ha contribuito allo sviluppo di enormi divari sociali. Il governo ha costituito una grossa agenzia per la promozione dell’impresa sociale, un sostegno che è parte di una strategia per rendere tutta l’economia più armoniosa e bilanciata e, fondamentalmente, il Paese più giusto e inclusivo.

Il Social Enterprise World Forum è il momento di confronto più importante sull’economia sociale a livello internazionale, cosa si aspetta dall’edizione di luglio?
Un dibattito, onesto sulle tensioni più forti del settore, in particolare sul ruolo degli investitori e su dove si possa spingere il loro controllo sui social business, un tema che sta diventando sempre più importante. E poi qui a Milano, arriveranno i più brillanti esponenti del settore, del mondo accademico e della politica, il governo italiano dovrà davvero riconoscere le enormi opportunità che si stanno aprendo, sarà un’occasione per rinnovare la passione e l’interesse di tutti per l’economia sociale.

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