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Shakespeare ci fa liberi

27 Marzo Mar 2015 1024 27 marzo 2015
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Oggi si celebra la Seconda Giornata Nazionale del Teatro in Carcere. L'inchiesta sulle migliori esperienze italiane

Si celebra oggi la Seconda Giornata Nazionale del Teatro in Carcere (iniziativa istituita nel 2014, qui il programma), in occasione della 53a Giornata Mondiale del Teatro (World Theatre Day) indetta dall’Istituto Internazionale del Teatro presso la sede UNESCO di Parigi.

“Tra i personaggi che ho interpretato quello che mi è ‘entrato dentro’ di più è Prospero, il vero Duca di Milano de “La tempesta” di Shakespeare. Donatella Massimilla, la nostra regista a San Vittore, a Milano, ha voluto sottolineare la sua saggezza, la sua pacatezza… Quella saggezza e quella pacatezza che tante, troppe volte, sono mancate a me nella vita”. Alfredo, 50 anni, è un uomo libero da un mese. Gli ultimi vent’anni li ha passati fuori e dentro dal carcere. Dove ha sempre cercato di frequentare i laboratori teatrali.

“Sono stati anni lunghi, difficili… Una cosa mi ha aiutato ad andare avanti: il teatro. Le ore delle prove erano momenti di serenità. Finalmente potevo fare qualcosa che non fosse stare sdraiato sulla mia branda o giocare a carte. Perché in galera, di solito, non si fa molto di più... Potevo socializzare, stare in un gruppo. Potevo capire qualcosa in più di me. Potevo anch’io provare emozioni…”.

“La storia del teatro nelle carceri è abbastanza recente” spiega Massimo Marino, critico teatrale e autore di una ricerca su teatro e carcere nel nostro Paese, condotta nel 2005 all’interno di un progetto europeo, in collaborazione con il Ministero della Giustizia. “Tutto nasce sull’onda di un movimento di opinione che, dagli anni Settanta, chiede misure alternative alla detenzione e un carcere meno segregante. La Legge Gozzini, del 1986, rafforza questa tendenza, perché promuove le attività che favoriscono il recupero e la formazione dei detenuti, anche di chi ha commesso i reati peggiori”.

Una data storica per il teatro in carcere nel nostro Paese è il 1984. Il San Quentin Drama Workshop, la compagnia fondata nell’omonima prigione californiana dall’ergastolano Rick Cluchey (graziato poi per meriti teatrali; storia incredibile, la sua!) arriva prima in Toscana e poi in altre città d’Italia, con una tournée organizzata da Pontedera Teatro. “L’interesse che suscita sono fortissimi” continua Marino. “Prima di allora non si era mai visto un ex-detenuto recitare. La messa in scena di alcune opere di Samuel Beckett lascia senza parole. In quegli stessi anni, anche in Italia iniziano a svilupparsi esperienze simili. E forse non è un caso che le carceri in cui il teatro si radica di più sono proprio quelle della Toscana (la prima regione raggiunta da Cluchey)”. In base ad una ricerca del 2012, condotta dalla Direzione Generale Detenuti e Trattamento del Ministero della Giustizia, in più della metà degli oltre duecento penitenziari italiani, è presente un laboratorio teatrale o musicale. “Le esperienze sono numerose e variegate sotto tanti punti di vista” spiega Vito Minoia, direttore della rivista “Teatri delle diversità”. “Già le diverse tipologie delle carceri impongono differenti modalità di svolgimento dei laboratori teatrali: nelle case circondariali è più difficile costituire una compagnia teatrale, perché le persone si trattengono per un periodo breve. Il discorso cambia nelle case di reclusione, dove si viene destinati per una detenzione lunga. Per fare rete, superando le diversità, e per creare occasioni di scambio e di confronto, nel 2011, abbiamo dato vita ad un Coordinamento Nazionale Teatro in che io presiedo. Il Coordinamento interagisce con le istituzioni, a partire dal Ministero della Giustizia, con cui nel 2013 abbiamo sottoscritto un protocollo d’Intesa, tramite l'Istituto Superiore di Studi Penitenziari”.

Al momento le esperienze che vi aderiscono sono 43, in rappresentanza di 13 regioni. “Purtroppo va sottolineata la fragilità di molti laboratori teatrali, che non riescono a perdurare nel tempo, soprattutto per problemi economici” continua Minoia. “Un tempo il Ministero della Giustizia dava un contributo che, negli anni, a causa della crisi, è venuto meno. Ad oggi, sono soprattutto alcuni enti regionali che garantiscono la continuità del lavoro. Tra tutti segnalo l’eccellenza della Toscana”. Tra le iniziative organizzate dal Coordinamento, la Giornata Nazionale di Teatro in Carcere: il 27 marzo, in occasione della Giornata Mondiale del Teatro, si svolgerà la seconda edizione, con eventi aperti al pubblico, sia all'interno che all'esterno degli istituti di tutta Italia. L’esperienza più continuativa e longeva di teatro in un carcere, ad opera dello stesso regista, è quella di Armando Punzo e della sua Compagnia della Fortezza a Volterra. Un’eccellenza dal punto di vista artistico. Punzo si è felicemente autorecluso, da 27 anni, nella suggestiva Fortezza Medicea, l’istituto di pena della città toscana, “perché non ho trovato niente di meglio fuori”, come lui stesso dichiara. “Era il 1988 e il teatro che vedevo non mi interessava. Non volevo lavorare con attori professionisti, ma con altre voci, altri corpi, altre possibilità…. Guardavo il carcere e pensavo: lì dentro ci sono tante persone che non hanno niente da fare tutto il giorno. Oltretutto, persone che non giocano con la cultura, perché ne hanno poca, e quindi, in un certo senso, culturalmente più ‘libere’. Proprio lì si poteva reinventare il teatro, ripartire da zero… Ho chiesto di poter lavorare con loro”. Il primo progetto approvato prevede 150 ore. Punzo ne fa 1400. “Non riuscivo più ad uscire. E non sono più uscito. Io non sono entrato in carcere per il carcere, mosso da finalità sociali o educative. Sono entrato per il teatro. Il carcere mi aiuta a capire l’essenza del teatro e quindi dell’uomo. In quella stanzetta di tre metri per nove, dove tutti i giorni proviamo, cerco di comprendere, attraverso il teatro, chi è l’uomo, chi sono io… Come scriveva il poeta Franco Fortini: ‘La mia prigione vede più della tua libertà’”. Con la sua Compagnia della Fortezza, Punzo ha realizzato una trentina di spettacoli, ospitati nei più importanti festival e rassegne del Paese. L’ultimo, adesso in tournée, è “Santo Genet”, che sta riscuotendo grande successo di critica e di pubblico. Tra i numerosi riconoscimenti conquistati in questi anni, sei Ubu, il più prestigioso premio per il teatro in Italia. “Ora, il mio desiderio è di realizzare un teatro stabile all’interno del carcere, il primo al mondo. Un luogo di ricerca artistica e culturale, oltre che di formazione per i mestieri dello spettacolo, aperto a tutti”.

Il progetto sta scatenando un grande dibattito. Tra i sostenitori c’è Franco Corleone, garante dei diritti dei detenuti della Toscana: “Credo fermamente nella necessità di una riforma delle carceri. Penso che questa debba nascere dal territorio, a partire da un’idea di convivenza piuttosto che di esclusione sociale. In questo senso, l’idea di un Teatro Stabile come quello pensato da Punzo, che confonda i ruoli di chi è dentro e di chi è fuori, potrebbe essere un’opportunità generativa per ripensare un’istituzione come quella carceraria che, così com’è, non ha più senso”. A credere molto nell’importanza di creare una rete internazionale di esperienze di teatro in carcere è Donatella Massimilla. Donatella è l’anima creativa e vulcanica del laboratorio teatrale nel carcere di San Vittore a Milano, tra i più significativi e apprezzati nel nostro Paese, dal punto di vista artistico. Forte di una lunghissima esperienza di lavoro in contesti europei, quindici anni fa, Massimilla ha fondato il CETEC-Centro Europeo Teatro e Carcere, una cooperativa sociale che si occupa di realizzare progetti di teatro e arte nel sociale in Italia e in Europa, oltre che del reinserimento lavorativo degli ex-detenuti. Tanti gli eventi e le occasioni di confronto con altre realtà internazionali.

Donatella racconta così come ha iniziato a lavorare negli istituti di pena: “Mi sono formata con i grandi maestri del teatro contemporaneo, da Jerzy Grotowsky a Heiner Müller, e da subito ho preso confidenza con un linguaggio teatrale legato al corpo e all’interiorità” spiega. “Sentivo il bisogno di lavorare in una comunità, su storie di vita vere. Il carcere è stato il naturale esito di questo mio desiderio”. San Vittore è una casa circondariale, dove la maggior parte dei detenuti rimane per un breve periodo, in attesa di giudizio. “Nell’organizzazione dei laboratori, devo tenere conto che i partecipanti, da un giorno all’altro, potrebbero non esserci più. I miei lavori, quindi, sono quasi sempre studi, più vicini al linguaggio della performance che alle rappresentazioni del teatro classico”. Grande il successo riscosso dall’ultimo spettacolo, “San Vittore Globe Theatre”, al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano. Repliche previste in occasione dell’Expo. Tra i prossimi eventi aperti al pubblico, “Happy Alda!” e “A cena con Alda”, un omaggio alla poetessa Alda Merini, che alle detenute-attrici di San Vittore ha dedicato questi versi: ‘Forse la durezza delle leggi potrà nulla contro la speranza che c’è in ognuno di noi… Ci sono bellissimi fiori che vivono avvinghiati ad una sbarra”. Il teatro, per Donatella, è un ponte tra il dentro e il fuori. È terapia. È libertà: “In carcere il tempo si ferma. Il detenuto, sradicato dai suoi affetti e dai suoi luoghi, non sa più chi è. Recitando, può recuperare una relazione con gli altri, può riconquistare la sua autostima e lentamente ritrovare la sua essenza”.

Anche il cinema si è interessato al teatro in carcere. Nel 2012, Paolo e Vittorio Taviani girano “Cesare deve morire” nel reparto di alta sicurezza del carcere di Rebibbia, a Roma: il film narra la messa in scena del “Giulio Cesare” di Shakespeare da parte dei detenuti, diretti dal regista Fabio Cavalli. Tra i premi vinti: l’Orso d’oro al Festival di Berlino e cinque David di Donatello. A colpire è il fatto che gli attori recitano Shakespeare in napoletano, siciliano, romano… “Il dialetto, per la maggior parte dei detenuti, è la lingua madre, quella in cui esprimono la loro emotività più profonda. I lavori che mettiamo in scena, quindi, sono perlopiù in dialetto” chiarisce Cavalli, direttore generale del Centro Studi Enrico Maria Salerno (www.enricomariasalerno.it) che, dal 2002, ha la responsabilità delle attività teatrali a Rebibbia Nuovo Complesso. Cavalli, attore e regista, ha lavorato con i più grandi: da Alberto Lionello a Franco Zeffirelli, a Mario Missiroli. Poi, nel 2002, l’incontro con il carcere. Un po’ per caso: “Un amico mi chiese di dargli una mano. La prima opera che mettemmo in scena fu ‘Napoli Milionaria’ di Eduardo De Filippo. Lì, con quei 25 detenuti di massima sicurezza, incontrai più teatro di quanto ne avessi mai visto prima. E continuo ad incontrarlo. Più volte mi sono chiesto da dove arrivi tutta questa carica espressiva... Gran parte degli scrittori che hanno segnato la storia della letteratura ha vissuto storie di prigionia, di costrizione... I detenuti hanno una biografia simile agli autori che interpretano e quindi, forse, riescono ad esprimere meglio le emozioni dei loro testi”. Gli stessi Taviani hanno dichiarato: “Quando il Bruto di ‘Cesare deve morire’ dice ‘Per questo io l’aggio acciso’, non è che sia più bravo di Marlon Brando o di James Mason. Solo che nello sguardo di questo attore brilla una luce particolare: dice qualcosa di un mondo che ha visto davvero. E lo stesso succede con gli altri attori del nostro film... È questo che ci ha travolto!”.

“Ripenso al regista Carlo Cecchi” prosegue Cavalli “che una volta, vedendo un nostro spettacolo, disse provocatoriamente: ‘Per forza non riesco a trovare attori bravi là fuori. Stanno tutti in galera!’”. Interessante un’indagine osservazionale che il Centro Studi Enrico Maria Salerno sta svolgendo in collaborazione con alcuni docenti di medicina e fisiologia dell’Università La Sapienza di Roma: “Tra i carcerati che hanno commesso reati gravi, il tasso di recidiva in media è del 65-70 per cento” dice Cavalli. “Per chi fa teatro, invece, scende sotto il dieci. Significa che la recitazione è uno strumento potente anche dal punto di vista rieducativo. Ecco perché è fondamentale che a gestire i laboratori siano persone qualificate”. Ad accomunare le esperienze di teatro-carcere, è che non sono né i registi né la direzione penitenziaria a scegliere i detenuti che partecipano ai laboratori. “Tutti possono fare domanda. Poi, incontro dopo incontro, è il teatro che sceglie: c'è una sorta di selezione naturale” spiega Maria Cinzia Zanellato, regista che, dal 2005, ha la direzione artistica del progetto “Teatrocarcere” al Due Palazzi di Padova.

“Questo è uno stimolo per il mio lavoro, perché incontro persone diverse e inaspettate. Ci sono anche stranieri, di varie provenienze geografiche: Africa, Sud America, zone balcaniche... Le differenze linguistiche non sono mai un problema, ma un'opportunità da sfruttare teatralmente!”. Prima di lavorare è importante amalgamare le persone, formare un gruppo. Anche perché il carcere, di per sé, produce individualismi fortissimi. “Gli incontri iniziali sono momenti di ascolto, di dialogo…” chiarisce Zanellato. “Cerchiamo di creare relazioni autentiche, che poi, peraltro, perdurano quando i detenuti ritornano in cella. Per me è fondamentale coniugare l’aspetto artistico con quello umano”.