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Ambiente

Sviluppo sostenibile: 17 obbiettivi per sradicare la povertà entro il 2030

7 Aprile Apr 2015 1747 07 aprile 2015
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Sono stati l’oggetto del convegno organizzato da Actionaid Italia cui ha partecipato tra gli altri Amina J. Mohammed, consigliere speciale del Segretario generale dell’Onu. «Le risorse che vengono dai governi non devono essere carità ma investimenti»

“Le nuove sfide per lo sviluppo sostenibile: una partnership globale. Per sradicare la povertà entro il 2030”. L’obiettivo non fa paura, tantomeno una data precisa fissata per raggiungerlo. Ridefiniti dopo una necessaria revisione degli Obiettivi di sviluppo del Millennio (MSG) sanciti nel 2000 e solo in parte raggiunti, vengono ora ridenominati SDGs (acronimo dell’inglese Obiettivi di sviluppo sostenibili). Sostenibili: perché è cambiato l’approccio e la visione d’insieme. E sono passati dagli 8 del primo blocco ai 17 attuali. Più complessi e articolati, puntali e capillari. Che saranno la bussola anche per l’Anno Europeo per lo sviluppo dichiarato dall’Ue per il 2015.

Ne hanno parlato oggi in un convegno organizzato da Actionaid Italia (organizzazione non governativa che si occupa di cooperazione allo sviluppo) con la partecipazione di diversi attori protagonisti e soprattutto con l’introduzione della Lectio magistrale di Amina J. Mohammed, consigliere speciale del Segretario generale dell’Onu.

«Più che le parole sono le azioni importanti, è su esse che ci dobbiamo concentrare», ha subito sottolineato la dirigente nigeriana. Indicando precise vie di pensiero e di azione: «La sfida sociale e quella ambientale/cambiamenti climatici fanno parte di un'unica agenda, dobbiamo considerarle insieme; secondo, dobbiamo soprattutto investire sulle capacità umane; terzo, le risorse esistono, ci sono ma dobbiamo sbloccarle». Per questo, a suo avviso, quello 0,7% stabilito a livello medio (del rapporto sul Bilancio annuo) come obbiettivo per la cooperazione è sì importante, ma insufficiente: «sono miliardi, ma abbiamo bisogno di trilioni, abbiamo bisogno di strumenti finanziari che non vengono solo da banche e istituzioni, risorse che verranno da governi che garantiscono risorse e investimenti sicuri». Infatti, ha sottolineato, bisogna parlare di un nuovo paradigma: «Non carità, ma investimenti».

E aggiunge: «Cerchiamo di creare un’agenda condivisa per il 2015. Un’agenda difficile da creare perché non bisogna lasciare indietro nessuno. Finora mettere insieme i diversi paesi del mondo sviluppato non è stato facile. Abbiamo bisogno di una partnership globale per fare funzionare questi obiettivi e rafforzarli».

I prossimi tre appuntamenti internazionali (quello di Addis Abeba di fine luglio sulla Finanza per lo sviluppo sostenibile; di New York a settembre all’Onu sulla definizione dell’Agenda Post 2015 e di Ginevra per concludere i negoziati del Wto di Doha nel 2001) saranno determinanti per la costruzione di questo percorso.

«Spero – ha concluso - che tra quindici anni potremmo tornare in questa sala e dire che siamo riusciti a sradicare la povertà. Solo insieme possiamo avere non solo pace, ma anche prosperità».

Le ha fatto eco Lapo Pistelli, vice Ministro degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale che è partito da una considerazione controversa suggeritagli da un recente articolo della rivista Economist: tre settimane fa la prestigiosa rivista inglese ha attaccato questo impegno, dicendo sostanzialmente che è un esercizio visionario e destinato a fallire come tutti gli esercizi visionari (definendolo persino “stupid”). «Faccio politica – ha detto Pistelli - e quindi sono tenuto a prendere sul serio queste affermazioni. Capisco che avere un sogno o un'utopia crea una motivazione molto forte per spingere in avanti le istituzioni. Ma in cuor mio dovrei capire se sto evocando un miraggio o, invece, ha una sua realizzabilità. Abbiamo la possibilità reale o è solo un sogno? Posso dire che mettendo delle cautele e adottando scelte coerenti, mi sto rendendo conto – ha sottolineato con forza – che invece si tratta proprio di una prospettiva realistica». Ma a patto, precisa: «che cambi il nostro modo di lavorare». E fa riferimento ai morti in Kenia, al terrorismo fondamentalista: «Non solo oggi ci accorgiamo di quanto le “catastrofi” umane siano legate alle condizioni di sviluppo umano, ma anche che il terrorismo è legato e connesso su scala globale: e noi? Cosa facciamo noi? Abbiamo la necessità di connettere gli strumenti positivi su scala globale proprio perché lo fanno anche i “virus patogeni”».

Cosa sta facendo l’Italia ora? Per il viceministro il vantaggio di essere rimasti indietro per un lungo tempo, per paradosso ci ha consentito di prendere profitto dagli errori e dall'esperienza di altri Paesi. La 125 del 2014 (sulla Cooperazione allo sviluppo) è figlia di un larghissimo consenso nel Paese, è un patrimonio di tutti e non solo della maggioranza di governo. Però va fatta vivere. «Siamo ora impegnati in un processo delicato. Per implementarla e renderla operativa sono in vista 20 misure di diverso significato, parte delle quali in dirittura di arrivo e altre in corso di preparazione (Consiglio nazionale; Documento triennale; Definizione di uno Statuto agile, libero, “corsaro”, capace di dare il ruolo che meritano gli organismi preposti,…). Abbiamo accumulato un po' di ritardo, è vero, per colpa di diversi controlli, pareri, della concertazione necessaria. Ora siamo impegnati in questa ‘staffetta’, e affinché non sia invalidata e caschi di mano il testimone, dobbiamo concentrarci tutti. Nell'arco di poche settimane – ha promesso - completeremo il percorso. Una fatica che non ha il grande palcoscenico per testimone». Questa “agenda”, però, ha concluso con fermezza, «vive se questi appuntamenti non riguardano solo le competenti istituzioni (gli addetti ai lavori), ma l'intera compagine governativa e passino poi i messaggi anche attraverso i media generalisti» (quanta informazione su questi temi passa per il Servizio pubblico, ha chiesto alla moderatrice della tavola rotonda, la direttrice di Rainwes Monica Maggioni?). Poco, anzi nulla. «Noi abbiamo fatto solo un pezzo del lavoro, ma per imparare un nuovo modo di lavorare abbiamo bisogno di tutti. L'Italia è pronta».

Tanto pronta che anche l’evento clou dei prossimi mesi, l’Expo universale di Milano, sembra proprio collocarsi in questo schema.

«È forse la prima volta che un Expo diventa a tutto tondo una piattaforma politica», ha sottolineato con fierezza Maurizio Martina, ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali. «Per qualcuno può essere scontato, ma ho infiniti elementi per dirvi che scontato non lo è affatto. Vorrei che non sottovalutassimo questo cambio di strategia che l'Italia sta proponendo». L’Expo di Milano, dopo Shangai e prima di Dubai 2020: come un’esposizione universale che per sua natura ha certe caratteristiche, può essere funzionale a questa Agenda globale? «L'Italia ha fatto una scelta per utilizzare questo strumento sul piano politico. E più di ogni altra Expo, almeno nella storia recente, ha “azzeccato” con grande lungimiranza il titolo “Nutrire il pianeta, energie per la vita”. Nel dibattito europeo, a volte faticoso, abbiamo cercato di alzare l'attenzione, e rendere concreti i fili di questo ragionamento, con alcuni percorsi di partenariato sull’asse Europa/Mediterraneo, con collaborazioni su progetti concreti di ricerca e di sviluppo agricolo realizzati nel semestre di presidenza italiana» (dopo ben 11 anni di assenza). «E’ venuta fuori una bozza di lavoro non banale – ha riferito Martina - che ci ha consentito di riprende un dialogo importante con i Paesi della sponda sud mediterraneo (su cui si dovrà ancora lavorare, ma già è qualcosa)».

«L’Expo contiene questa capacità di integrare mondi diversi, e per la prima volta la nostra organizzazione assume gli Ong come tratto costitutivo dell'organizzazione, non come soggetti a latere; è anche luogo di nuovi rapporti tra istituzioni e soggetti privati, oltre la semplice responsabilità sociale. L’Expo, infine, è un'occasione straordinaria per vedere buone pratiche agricole che si stanno realizzando. Esperienze straordinarie nel mondo di cooperazione che testimoniano un salto di qualità organizzativo». «I primi ad essere consapevoli e interessati ai nostri punti di forza – ha concluso il ministro - dobbiamo essere noi, mettere in chiaro le cose che non vanno certo, con controlli e verifiche, ma un minuto dopo dobbiamo scavare in profondità e vedere le potenzialità del nostro Paese per le grandi questioni cruciali del mondo. Vuol dire contribuire in modo significativo a costruire delle pagine nuove, con quel salto di qualità nell'impostazione che è stato ben descritto questa mattina».

Ecco i 17 SDG (in sintesi):

  1. Porre fine alla povertà;
  2. Porre fine alla fame, conseguire la sicurezza alimentare e promuovere l’agricoltura sostenibile;
  3. Garantire salute e benessere per tutti;
  4. Garantire un’istruzione inclusiva ed equa;
  5. Raggiungere l’eguaglianza di genere;
  6. Accesso e gestione sostenibile dell’acqua e smaltimento dei rifiuti;
  7. Accesso a un’energia moderna, sostenibile e a prezzi equi;
  8. Promuovere una crescita economica sostenuta, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e un lavoro dignitoso;
  9. Costruire strutture resilienti;
  10. Ridurre le disuguaglianze;
  11. Rendere le città e tutti gli insediamenti umani inclusivi sicuri e sostenibili;
  12. Garantire modelli di produzione e consumo sostenibili;
  13. Adottare misure urgenti per contrastare il cambiamento climatico;
  14. Conservare e usare in modo sostenibile oceani, mari e risorse marine;
  15. Proteggere, ripristinare e promuovere l’uso sostenibile degli ecosistemi terrestri;
  16. Promuovere società pacifiche e inclusive per lo sviluppo, garantire accesso alla giustizia per tutti e costruire istituzioni efficienti, trasparenti e inclusive a tutti i livelli;
  17. Rafforzare i mezzi di implementazione e rilanciare la global partnership per lo sviluppo sostenibile.