Savino Pezzotta E1360320638523
L'analisi

Un nuovo modo di pensare il sindacato, oltre la “coalizione sociale” di Landini

7 Aprile Apr 2015 1204 07 aprile 2015
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Savino Pezzotta, storico segretario della Cisl, fa il punto sulle nuove sfide della rappresentanza sindacale e analizza la proposta di impegno politico del segretario della Fiom-Cgil che ha fatto molto discutere

Seguendo un antica abitudine appresa durante la mia lunga militanza sindacale e politica, cerco sempre di non demonizzare le posizioni e i pensieri che non condivido. Sono sempre interessato a cogliere le ragioni che le fanno sorgere.

Con questo spirito vorrei esprimere alcune valutazioni su quanto il Segretario della Fiom-Cgil Landini, viene da qualche tempo proponendo. Non mi hanno convinto gli sfottò che sono piovuti sul segretario della Fiom da parte di politici e sindacalisti, che invece avevano il dovere di capire e, se non d’accordo, avanzare proposte alternative. Un atteggiamento che non mi attendevo dal Presidente del Consiglio il quale essendo teso quasi in modo spasmodico a definire un sistema politico fondato su un premierato forte, non poteva certo entrare nel merito di questioni che non rientravano nella sua strategia politica.

Mi aspettavo invece reazioni più precise e meno banali da parte degli altri sindacati che hanno liquidato la questione con l’accusa di una discesa in politica.

È mia convinzione invece che Landini ponga dei problemi reali che meriterebbero di essere approfonditi: il rapporto tra sindacato e politica; la relazione con un sociale che emerge e si organizza ma che non fa più perno sul lavoro industriale di massa; riposizionare il sindacalismo in un mondo che cambia e dentro il processo di globalizzazione che sta mutando la divisione internazionale della produzione e del lavoro, come hanno dimostrato le vicende Fiat e Pirelli.

Mi sembrano queste questioni importanti dalle quali dipende la forma sindacale del futuro.

Non essendo convinto da chi ipotizza la scomparsa delle organizzazioni dei lavoratori e che pertanto la questione sindacale si esaurirebbe per consunzione, e rifacendomi a un senso storico che oggi sembra aver abbandonato il pubblico dibattito, ritengo che in ogni epoca storica i lavoratori abbiano prodotto forme organizzative che rispondevano al mutarsi delle forme dell’economia, passando dalle corporazioni delle arti e dei mestieri, alle società di mutuo soccorso e dalle alle casse di resistenza alle diverse forme cooperative e poi, con l’avvento della società industriale e alla semplificazione delle classi sociali al sindacato.

Seguendo l’evoluzione storica del lavoro e dei sistemi produttivi possiamo pensare che anche nel futuro i lavoratori economicamente dipendenti, qualsiasi siano i contenuti professionali, di mestiere e le competenze, avranno sempre l'esigenza di associarsi per rappresentarsi di fronte al potere del denaro e della politica.

È partendo da queste convinzioni e dalla grande mutazione in cui siamo immersi e dalla sua debolezza che sorge l’esigenza di un profondo ripensamento del sindacato delle sue forme, dei suo ruolo e di una ricerca che porti ad individuare nuovi percorsi, forme nuove democrazia interna, passando decisamente attraverso una possente sburocratizzazione e una nuova e giovane classe dirigente che sia in grado di innovare la contrattazione e le forme della democrazia economica.

Ma la vera questione sta nella sua capacità e volontà di resistenza alla trasformazione sociale che è in atto da diversi anni. Oggi attraverso lo strumento della finanza tutto sembra comprabile. Mercati e valori di mercato, sono penetrati in tutte le sfere della vita anche in quelli che precedentemente era disciplinati da valori non di mercato. Nel corso degli ultimi tre decenni, le economie dell’occidente si sono allontanate dall’essere economie di mercato per diventare società di mercato. La differenza è questa: l'economia di mercato è uno strumento per l'organizzazione della vita economica e di conseguenza delle attività produttiva; una società di mercato è un luogo dove tutto è misurato su parametri di valore economico ed è in vendita. Il sindacato deve chiedersi se questo è il tipo di società che vuole e se nella mercantizzazione del sociale può avere ancora uno spazio importante oppure se la sua funzione è destinata ad residuale.

Sono convinto che oggi l’autonomia del sindacato non si giochi solo nella sua distanza dai partiti politici, se ancora possiamo parlare di partiti e non di cartelli elettorali centrati su un leader, ma se è in grado di porre una serie di interrogativi , di limiti morali verso i ragionamenti di mercato. I limiti morali ai mercati si basano su due pilastri: l'uguaglianza e la lotta alla corruzione. In una società in cui tutto è in vendita, la vita è difficile per coloro che vivono di solo salario e pertanto le politiche economiche e il funzionamento dell'economia non possono essere solamente ridotte a questioni come l'inflazione e la disoccupazione, la produttività e la crescita economica, il risparmio e gli investimenti, tassi di interesse e del commercio estero, la gestione del mercato del lavoro dove la domanda condiziona e selezione l’offerta e la trasforma in pura forza-lavoro da sottoporre alla ferrea legge della domanda e dell’offerta. L’economia e le scelte di politica economica devono sempre più porsi a favore della crescita umana , di ogni persona.

Non credo che una strategia di questo genere possa condensarsi in una “coalizione sociale” che essendo proposta da una parte del sindacato finisce per accentuare gli elementi di frammentazione del sociale. Il sindacalismo italiano è una movimento plurale, non solo perché in esso insistono forme organizzative diverse, perché fatto di culture diverse.

Inoltre, bisogna tenere presente che la politica, le sue logiche, il discorso pubblico e le forme del suo agire e decidere sono profondamente modificate. Il Governo traduce le sue proposte attraverso un decisionismo incalzante che fa sì che i progetti di riforma si attuino saltando il ruolo e il confronto dei corpi intermedi. Non si tratta a mio parere di una propensione autoritaria, ma della declinazione di un nuovo modo di fare politica che ha affidato alle primarie la legittimazione del premier, il quale trae da questa legittimazione tutto il suo potere.

Il nostro Paese sta marciando decisamente verso una democrazia che prevede un Esecutivo centrato su un primariato forte, e questo cambia in profondità le forme della decisione politica.

Sono convinto che il sindacato non abbia colto il senso di questo cambiamento e si è attardato a difendere forme di interlocuzione ormai superate e a riproporre un’idea di autonomia che valeva quando esistevano i partiti.

In una situazione in cui il politico tende a superare la mediazione e a rivolgersi direttamente alla società (saltando sindacati e organizzazioni imprenditoriali) , come la vicenda degli 80 euro ha dimostrato. E non credo che si possa affrontare la questione di un nuovo rapporto con il potere politico così rafforzato, proponendo un modello neo-laburista in cui il sindacato genera una nuova forma partito o una forma surrettizia di incidenza come la “coalizione sociale”.

Da questo punto di vista le proposte di Landini rischiano , invece di produrre un rafforzamento del sindacalismo di contribuire a una sua maggiore marginalizzazione, ad accentuare le divisioni, rendere per tale via debole il sociale e pertanto di consentire l’avanzare della società di mercato che è trainata dalla globalizzazione e dalla rivoluzione digitale che hanno frantumato i vecchi paradigmi dell’economia e delle relazioni umane.

Il sindacato può tornare a essere un soggetto politico significativo se esce dalle nostalgie e dal semplicistico pragmatismo adattivo che ha segnato la sua azione negli ultimi anni.

Può sembrare paradossale ma oggi fare sindacato significa promuovere determinati valori, promuove uguaglianza, o almeno limitare e contenere le disuguaglianze; essere soggetto di solidarietà, di mutualità sociale, proteggere le persone vulnerabili, sostenere e promuove nuove forme di impresa e di responsabilità sociale e battersi per una riforma del welfare che garantisca servizi pubblici essenziali ai bisognosi. Per fare questo deve avere il coraggio di abbandonare la visione corporativa che si è impadronita dei cosiddetti diritti acquisiti, per affermare quella dei nuovi diritti e delle nuove obbligazioni verso altri.

In un mondo troppo globalizzato e interdipendente, non si può più pensare a politiche industriali e contrattuali italiane, ma vanno collocate nella dimensione europea come dimostrano i fatti della Fiat, della Pirelli e di altre grandi aziende.

La reindustrializzazione europea, italiana e del sud europeo deve essere il nuovo terreno di impegno sindacale : non è più vero che le fabbriche hanno convenienza a delocalizzare , ormai è iniziata una nuova rivoluzione dei sistemi produttivi sempre più legata alla robotizzazione, all’informatica e alle nanotecnologie. Nei prossimi anni assisteremo a crearsi di una nuova organizzazione del lavoro che rischia di marginalizzare il lavoro umano. Tutto questo esige un approccio sindacale fortemente umanistico, che si collochi perennemente in una visione globale dei problemi del lavoro, che sia in grado di contenere il potere delle oligarchie sovranazionali e delle grandi compagnie finanziarie.

La finanza da strumento ancillare dell’economia è divenute dominante e modella e rimodella le nostre vite, le nostre economie, i nostri stati e il nostro stato sociale e la vita lavorativa delle persone. Per questo rappresenta una sfida per il sindacalismo che è chiamato a ripartire dalla persona umana, dalle sue necessità, dalle sue aspettative. Per fare questo deve uscire dalle lamentazioni e recuperare il suo essere soggetto politico autonomo, capace di proposte e di gestione e non solo di opposizione e di antagonismo.

Ma forse non è propriamente quello che Landini vuole.

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