Dibattito

Riforma del Terzo Settore: un buon punto di partenza ma non certo un punto di arrivo

15 Aprile Apr 2015 1751 15 aprile 2015

Massimo Coen Cagli, direttore Scientifico Scuola di Roma Fund-raising.it, interviene sulla legge Delega di Riforma del Terzo Settore.

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Renzi Bobba
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Massimo Coen Cagli, direttore Scientifico Scuola di Roma Fund-raising.it, interviene sulla legge Delega di Riforma del Terzo Settore.

Per la prima volta il nostro paese si dota di uno strumento legislativo che permette di tutelare, regolare e – si spera – potenziare il terzo settore. Ciò costituisce un chiaro spartiacque da un approccio di tipo burocratico, fiscale e tributaristico nel trattare il non profit e le sue attività, ad un approccio unitario che si concentra sul ruolo del terzo settore per lo sviluppo.
Ma una legge, per quanto fatta bene, non è sufficiente a raggiungere gli obiettivi che Renzi e il governo si sono posti. In questa riforma si parla molto di riordinare e migliorare il terzo settore e ancora troppo poco di incentivare e sviluppare.

La prima grande lacuna nella legge è rappresentata dall’assenza quasi totale di una visione moderna del fundraising e del valore economico che questo può avere per la sostenibilità del welfare. Non si può riformare e potenziare il terzo settore se non si potenzia e si favorisce la sua economia specifica che oggi in gran parte e rappresentata proprio dal fundraising. Dopo molta fatica abbiamo ottenuto l’ inserimento della parola “raccolta fondi” nel testo di legge, un passo importante. Ma è totalmente insufficiente. Sul fundraising il testo di legge non dice nulla di significativo e per fortuna non dice neanche nulla di sbagliato. Semplicemente non dice nulla. Se gli atti che seguiranno, necessari a implementare in concreto il DDL non tratteranno adeguatamente il fundraising questa riforma rischia veramente di essere inefficace sotto il profilo della sostenibilità e l’Italia avrà perso un’occasione per fare del fundraising una forma significativa di sostegno al welfare di comunità, che è poi il welfare del futuro.

In secondo luogo, la riforma era un’occasione per rivedere i criteri attraverso i quali individuare e sostenere le organizzazioni sociali che si stanno impegnando per ricostruire il nostro tessuto sociale e culturale. Tuttavia l’approccio che traspare nel dettato di legge è ancora incentrato su aspetti giuridici e burocratici. Noi della Scuola ci domandiamo che collocazione potranno avere nel terzo settore che si sta ridisegnando, le migliaia di gruppi di cittadini che con forme atipiche rispetto a volontariato, cooperazione e associazionismo tradizionale stanno nascendo per curare i “beni comuni”. Abbiamo cittadini e lavoratori delle scuole, delle biblioteche, dei servizi sanitari che hanno identità che non rientrano nel cosiddetto terzo settore e che quindi ne saranno tenuti fuori.

La terza mancanza che vediamo nella legge è la definizione di un’Autority sul modello di quelle adottate in altri paesi e non lasciare così al solo Ministero del Welfare la funzione di controllo. La questione del controllo e della regolamentazione richiede l’interazione di tutti gli stakeholder perché in gioco c’è la credibilità e la qualità del settore.

Ma la questione fondamentale della legge sono le risorse. Il punto è che una riforma del terzo settore non si può fare senza investimenti strategici e nella legge invece pesa in modo enorme la spada di Damocle della finanza pubblica. Quasi per ogni articolo viene riportata la fatidica frase “fatta salva la copertura finanziaria”. Sembra che tutto quello che la legge predisporrà sarà comunque sub judice del ministero dell’economia e delle finanze. Io dico che non dovrebbe essere il Ministero a dire cosa si può fare e cosa no. Dovrebbe essere il governo a dire al Ministero quello che si deve fare per dare veramente pieno dispiego alle potenzialità sociali del terzo settore. La mancanza di risorse porterà conseguenze a cascata sull’istituzione di una vera e propria funzione di controllo, sul monitoraggio e valutazione del valore sociale prodotto dall’azione non profit, sui sistemi che potrebbero agevolare ed incentivare le donazioni, sullo sviluppo di una nuova cultura della donazione che si traduce in investimento volontario sul miglioramento del welfare.

Un ultimo accenno vogliamo farlo sulla tanto discussa questione del 5x1000 alle scuole. Nel resto del mondo Scuole, biblioteche, perfino enti locali in tutto il mondo fanno fundraising. Non ci vediamo nulla di male nel farlo anche nel nostro paese. Ma non c’è una strategia generale. Ancora non è chiaro se e come il 5 per mille delle scuole inciderà sul 5 per mille del non profit e in che misura. Soprattutto manca un aspetto fondamentale e cioè che i soggetti finanziati dai soldi delle nostre tasse che decidessero di fare fundraising devono prima garantire un uso eccellente di questi fondi. Chi paga le tasse per un servizio pubblico come la scuola, non vuole finanziare un’ istituzione che non fa buon uso dei soldi versati. In poche parole ci vogliono più garanzie per i donatori se vogliamo fare fundraising per le scuole: si possono dare soldi ad uno stato che rifà il tetto di una scuola che crolla dopo 4 mesi? No. Si potrà fare quando queste cose non accadranno più.

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