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Expo, la Carta di Milano ha perso un pezzo

29 Aprile Apr 2015 1703 29 aprile 2015
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Scomparsi dagli impegni richiesti dall'esposizione universale, land grabbing e speculazione finanziaria sulle materie agricole. A lanciare l'allarme “Sulla fame non si specula” e “Campagna 005”. Per Leonardo Becchetti è «l’ennesima dimostrazione che il problema numero uno dell’economia globale è la sudditanza del potere politico e delle istituzioni a lobby finanziarie più grandi degli stati»

È difficile trovare qualcosa su cui non si è d’accordo nella Carta di Milano - il documento con gli impegni che dovrebbero costituire l’eredità di Expo 2015 sulla lotta alla fame, presentato a Milano alla vigilia dell’inizio dell’esposizione universale. Sono tutte affermazioni di buon senso, che chiunque sottoscriverebbe (qui il testo).

A leggerla bene - però - c’è un aspetto che in questa Carta di Milano ci lascia profondamente perplessi. Nel testo è sparito ogni riferimento al tema della finanza, che pure c’era nel Protocollo di Milano sull’alimentazione e la nutrizione, l’iniziativa promossa dal Barilla Center for Food and Nutrition con la collaborazione di tante personalità e sigle della società civile, al quale la Carta di Milano si è ispirata e che cita espressamente fra le sue fonti. Quasi che l’uso del denaro non abbia nulla a che fare con l’alimentazione. E più in generale è tutto il tema della crisi globale che stiamo attraversando ormai dal 2008 - che ha pesato sui prezzi alimentari e quindi sull'accesso al cibo e la fame - a rimanere fuori dal documento, come se non c’entrasse nulla con la sfida «Nutrire il pianeta energia per la vita».

«È l’ennesima dimostrazione», sottolinea Leonardo Becchetti, professore di economia politica a Tor Vergata e promotore della campagna “005”, «che il problema numero uno dell’economia globale è la sudditanza del potere politico e delle istituzioni a lobby finanziarie più grandi degli stati. Ci vorrà tempo prima di riavere un vero equilibrio dei poteri ma ci dobbiamo riuscire. E il tutto avverrà quanto più i cittadini impareranno a votare con il loro portafoglio per la finanza veramente al sostegno dell’economia reale. Intanto assistiamo allo scandalo di una parte del mondo finanziario arrogante ed autoreferenziale che non si rende minimamente conto di come meglio potrebbero essere usate le immense risorse a disposizione per salvare vite umane e promuovere sviluppo sostenibile».

Il tema del rapporto tra cibo e finanza è un grande nodo del mondo di oggi: la corsa ad acquistare terreni agricoli nel Sud del mondo (ad esempio in quell’Etiopia da cui partono molti dei migranti che troviamo sui barconi) e la volatilità dei prezzi nei mercati delle materie prime agricole, sono fattori che generano fame. E hanno a che fare con un certo modo di fare finanza, molto più vicino al nostro portafoglio di quanto crediamo.

È quanto attraverso la campagna “Sulla fame non si specula” diciamo da tempo. Ma è anche quanto stava scritto nel Protocollo di Milano, varato non più tardi del 3 aprile: «Le parti si impegnano a identificare e proporre leggi per disciplinare la speculazione finanziaria internazionale sulle materie prime e la speculazione sulla terra, oltre che a proteggere le comunità vulnerabili dall’accaparramento della terra (“land grabbing”) da parte di entità pubbliche e private, rafforzando al contempo il diritto all’accesso alla terra delle comunità locali e delle popolazioni autoctone».

Perché un impegno preciso di questo tipo non compare più tra quanto la Carta di Milano richiede «con forza a governi, istituzioni e organizzazioni internazionali»? Si parla solo genericamente di «rafforzare le leggi in favore della tutela del suolo agricolo, per regolamentare gli investimenti sulle risorse naturali, tutelando le popolazioni locali». Non è la stessa cosa.
In tutta la sezione «impegni» - a parte una rapidissima evocazione della questione dell’accesso al credito - non compare nulla che abbia a che fare con la parola «finanza». Quasi che questo mondo fosse un’entità a sé stante, le cui scelte non hanno ricadute concrete pure sull’agricoltura e sul mercato dei prodotti alimentari.

Secondo noi questo tema è decisivo per il nostro futuro, come la crisi finanziaria globale dovrebbe averci insegnato. Ed è il motivo per cui, anche durante questo Expo 2015, andremo avanti a ripeterlo con forza. A partire da un appuntamento che la campagna “Sulla fame non si specula” ha organizzato per il 22 maggio nella Milano dell’Expo insieme a Banca Etica e alle numerose sigle del terzo settore: POP ECONOMIX LIVESHOW @ EXPO: LA CRISI, LA FINANZA E IL CIBO COME NESSUNO VE LI RACCONTA, uno spettacolo teatrale di Alberto Pagliarino, Nadia Lambiase e Paolo Piacenza e la regia di Alessandra Rossi Ghiglione, alle ore 21 nell’Auditorium del Pime di Milano. Sarà una serata per capire, divertendosi anche un po'. Ma soprattutto per chiedere passi concreti (e non solo parole sulla lotta alla fame). Perché siamo convinti che la finanza con il cibo c’entri eccome, e che la Milano dell’Expo non possa non parlarne, insieme ai suoi cittadini.

«La sparizione del riferimento alla speculazione finanziaria sul cibo e sulle materie prime nella carta di Milano è l’ennesima dimostrazione che il problema numero uno dell’economia globale è la sudditanza del potere politico e delle istituzioni a lobby finanziarie più grandi degli stati» afferma l’economista Leonardo Becchetti, professore di economia politica all’Università degli Studi di Roma e tra i promotori della campagna “005”.

«Ci vorrà tempo prima di riavere un vero equilibrio dei poteri ma ci dobbiamo riuscire. E il tutto avverrà quanto più i cittadini impareranno a votare con il loro portafoglio per la finanza veramente al sostegno dell’economia reale. Intanto assistiamo allo scandalo di una parte del mondo finanziario arrogante ed autoreferenziale che non si rende minimamente conto di come meglio potrebbero essere usate le immense risorse a disposizione per salvare vite umane e promuovere sviluppo sostenibile.

Ma salvare vite umane è meno importante che disturbare manovratori che scommettono con algoritmi ad alta frequenza enormi somme di denaro e accaparrano risorse alimentari col solo scopo di speculare sui prezzi del cibo. L’approvazione di una tassa molto piccola sulle transazioni finanziarie che sarebbe un risultato minimo di civiltà in questo contesto appare come un’eresia contro l’ideologia dominante. L’Europa è vicina a questo traguardo. Se riuscirà a raggiungerlo sarà una prima dimostrazione di riequilibrio dei poteri».

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