Dopo l'eccidio di Garissa

Billow Kerrow: «La sicurezza non si crea con l'antiterrorismo»

11 Maggio Mag 2015 1557 11 maggio 2015

Parla presidente della Commissione economico-finanziaria e senatore per lo stato di Mandera, regione del nord del Kenya cui è partita la costruzione di un muro di separazione con la Somalia

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Billow Kerrow
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Parla presidente della Commissione economico-finanziaria e senatore per lo stato di Mandera, regione del nord del Kenya cui è partita la costruzione di un muro di separazione con la Somalia

Poco più di un mese fa il Kenya piangeva i 147 studenti uccisi nel campus di Garissa. Un attacco brutale, che si inscrive nella strategia di destabilizzazione del paese portata avanti dalle milizie di Al-Shabaab dal 2012 ad oggi. Mentre il paese è in prima linea nella missione militare dell’Unione Africana in Somalia, con l’obiettivo di neutralizzare Al-Shabaab, il gruppo somalo si è però espanso anche all’interno del Kenya, sfruttando la povertà e la mancanza di prospettive della comunità musulmana kenyana, in gran parte costituita da somali. Passata la commozione, il governo ha annunciato misure di contrasto al terrorismo che rischiano, secondo molti, di essere controproducenti. Ne abbiamo parlato con Billow Kerrow, presidente della Commissione economico-finanziaria e senatore per lo stato di Mandera, regione del nord del Kenya cui è partita la costruzione di un muro di separazione con la Somalia. Una voce indipendente nella politica kenyana.

Da due anni è senatore all’interno della coalizione del Jubilee, del presidente Kenyatta, che ha fatto dell’anti-terrorismo la sua bandiera. Le misure prese sembrano però essere state poco efficaci, cosa ne pensa?
Non mi sento rappresentato da queste politiche, credo anzi si tratti di reazioni istintive, prese al momento, senza un pensiero reale rispetto alle origini dell’insicurezza e della violenza nel paese. E non credo che la sicurezza si ottenga con nuove norme, più rigide, né con più agenti, come sta avvenendo oggi, dopo i fatti di Garissa. Prendiamo l’operazione “Usalama Watch”, lanciata oltre un anno fa, dopo gli attacchi contro il centro commerciale Westgate di Nairobi: controlli continui su presunti terroristi che non hanno portato a nulla. Non è servita a combattere il terrorismo.

Senza dubbio, però, la comunità musulmana del Kenya si è radicalizzata, e alcuni giovani somali sono attratti da ideologie fondamentaliste. Come cambiare le cose?
La radicalizzazione è un problema centrale fra tutti i giovani musulmani del paese, non solo somali. Ma credo non abbia a che fare con ideologie di matrice religiosa. Ci sono altri fattori, come povertà, disoccupazione, discriminazione sociale che portano i giovani a sentirsi alienati dalla società. Le risposte devono essere di lungo periodo, bisogna andare alle cause. Soprattutto nel nord-est del paese e nelle zone costali, il governo deve coinvolgere i leader musulmani e lavorare con loro per risolvere il problema.

La minoranza somala del Kenya ha subito molte discriminazioni. Come considera la questione?
I somali hanno da sempre giocato un ruolo importante nella vita politica, sociale e economica del paese, di cui fanno parte dall’indipendenza. Però continuano a sentirsi discriminati, soprattutto per l’accesso a impieghi pubblici e nel riconoscimento della cittadinanza. Ma a livello economico hanno un grande successo, in particolare nelle aree urbane, il che contribuisce paradossalmente alla discriminazione.

Alcuni quotidiani kenyani hanno scritto che gli autori della strage di Garissa sono cittadini kenyani, questo potrebbe contribuire ulteriormente alla discriminazione verso la minoranza somala?
Sappiamo che uno dei tre terroristi uccisi durante l’attacco era somalo, gli altri tre non sono stati ancora identificati. I giornali confermano comunque che non si tratta di somali. Ma non c’è dubbio, per gran parte dei kenyani l’equazione somalo - terrorista è più forte dell’evidenza, e la xenofobia verso i somali potrebbe crescere ulteriormente.

Tanto che il governo ha annunciato due misure piuttosto drastiche: l’avvio dei lavori per la costruzione di un muro fra Kenya e Somalia, e la richiesta di spostare il campo profughi di Dadaab, che ospita almeno 400mila somali, oltre confine entro luglio. Che valutazione ne dà?Un’eventuale decisione di chiudere Dadaab deve essere presa in accordo con l’Alto Commissariato per i rifugiati. Ci sono norme internazionali, regolamenti interni e questioni finanziarie in gioco. Rispetto alla questione del muro, credo che non sia necessario. E’ il frutto di decisioni poco meditate. Opterei per un muro parziale, che separi solo le città di confine, ovvero i luoghi di transito di persone e beni fra Kenya e Somalia, dove può essere opportuno un maggiore controllo.

Le recenti esplosioni di odio razziale in Sud Africa hanno messo in primo piano il razzismo in Africa. C’è un rischio simile in un paese come il Kenya, in cui convivono comunità diverse, rifugiati e migranti da più paesi?
In Africa il conflitto etnico è sempre dietro l’angolo, come dimostra il Sud Africa. E in Kenya, per evitarlo, bisogna cambiare politiche: lavorare per prevenire la diffusione di pregiudizi razziali, anche attraverso i media, e di punti di vista “tribali”, che possono portare a scontri etnici.

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