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Minori

Francesco: i potenti non vogliono la pace perché vivono di guerre

11 Maggio Mag 2015 1702 11 maggio 2015
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Il Papa riceve 7mila bambini della «Fabbrica della pace». Il carcere non è la soluzione per i giovani che sbagliano. «Anche io mi scaldo, ma dopo il litigio serve la pace»

Gli mettono al polso un braccialetto e gli regalano un «casco della pace», «perché sei il nostro primo operaio della pace». Lo accolgono cantando «We are the world», lo salutano tra cori e abbracci. Il Papa ha ricevuto oggi 7mila bambini della «Fabbrica della pace». Mettendo da parte il discorso che aveva preparato, ha preferito rispondere a braccio, una per una, alle 13 domande che gli hanno posto altrettanti bambini, sulla pace e sulla guerra, sul carcere e sulla malattia. «Dove non c’è giustizia, non c’è pace», ha fatto ripetere in coro ai bambini, spiegando loro che nel mondo non c’è pace perché i potenti guadagnano con l'industria delle armi.

L’iniziativa, promossa tra gli altri dalla psicologa Maria Rita Parsi, intende mobilitare istituzioni, media, organismi ecclesiali, organizzazioni non governative, forze del lavoro e della politica, per costruire «subito e in futuro» un mondo di pace. Presente in aula «Paolo VI» anche la leader radicale Emma Bonino. Il Papa l’aveva invitata di persona in occasione della telefonata che, come aveva raccontato lei stessa a Radio Radicale, il Papa, che l’aveva conosciuta quando era ministro degli Esteri, le ha fatto per informarsi sulla sua malattia.

Un bambino egiziano che vive nella periferia romana («Tor Pignattara ti ama e ti aspetta»), ricordando che, come altri figli di immigrati, egli viene da paesi dove c'è la povertà e la guerra, ha domandato al Papa perché «le persone potenti non aiutano la scuola»: «Si può fare una domanda più grande», ha risposto il Papa: «Perché tante persone potenti non vogliono la pace? Perché vivono delle guerre, l'industria delle armi è grave! I potenti guadagnano la vita con la fabbrica delle armi e vendono le armi a questo e quel paese: è l'industria della morte, ci guadagnano. Voi sapete che la cupidigia ci fa tanto male, la voglia di avere di più, più denaro: e quando vediamo che tutto gira intorno al denaro, che il sistema economico gira intorno al denaro e non intorno alla persona, all'uomo e alla donna, si sacrifica tanto, e si fa la guerra per difendere il denaro. E per questo tanta gente non vuole la pace: si guadagna di più con la guerra, i soldi, ma si perdono le vite, la cultura, l'educazione, si perdono tante cose. Un anziano prete che ho conosciuto anni fa diceva: il diavolo entra per i portafogli, per la cupidigia, e per questo non vogliono la pace».

«Caro Papa ho 9 anni e sento parlare sempre della pace, cosa è la pace?», ha detto un bambino in sedia a rotelle, aggiungendo che andrà a Lourdes con l'Unitalsi e proponendo a Jorge Mario Bergoglio di guidare il treno in modo che non arrivi in ritardo: «Ma sei stato bravo!», gli ha risposto il Papa. «La pace - ha proseguito - è prima di tutto che non ci siano le guerre, ma anche che ci sia la gioia, l'amicizia tra tutti, che ogni giorno si faccia un passo avanti per la giustizia, perché non ci siano bambini affamati, malati che non abbiano la possibilità di essere aiutati nella salute. Fare tutto questo è fare la pace. La pace è un lavoro, non è uno stare tranquilli, lavorare perché tutti abbiano la soluzione ai problemi, ai bisogni che hanno nella loro terra, nella loro patria, nella loro famiglia, nella loro società: così si fa la pace, artigianale». La pace «non è un prodotto industriale, la pace è un prodotto artigianale, si costruisce ogni giorno con il nostro lavoro, la nostra vita, il nostro amore, la nostra vicinanza, il nostro volerci bene. La pace si costruisce ogni giorno». Jorge Mario Bergoglio ha poi fatto rispondere in coro ai bambini: «Dove non c'è la giustizia, non c'è la pace».

Il carcere è stato un altro tema toccato dal Papa. Un ragazzo detenuto a Casal del Marmo ha inviato al Papa questa domanda: «La risposta ai ragazzi come me spesso è il carcere, lei è d’accordo?». «No – ha risposto Francesco – non sono d'accordo»: serve «l’aiuto a rialzarsi, a reinserirsi con l’educazione, con l’amore, con la vicinanza, ma andare alla soluzione delle carceri è la cosa più comoda per dimenticare quelli che soffrono. Vi do un consiglio», ha proseguito il Papa rivolto ai bambini: «Quando a voi dicono che quello è in carcere, ditevi voi stessi: anche io posso fare gli stessi sbagli che ha fatto lui. Tutti possiamo fare gli sbagli più brutti, non condannare mai, aiutare sempre ad alzarsi e a reinserirsi nella società». In risposta alla domanda di una bambina con il papà nel carcere, che domandava se «c'è una possibilità di perdono per chi ha fatto cose brutte», il Papa ha risposto: «Sentite bene questo: Dio perdona tutto. Siamo noi a non sapere perdonare. Siamo noi a non trovare strade di perdono, tante volte per incapacità o perché è più facile riempire le carceri che aiutare ad andare avanti chi ha sbagliato nella vita. La strada più facile è andare in carcere, senza perdono. E il perdono cosa significa? Sei caduto, io ti aiuterò a rialzarti, a reinserirti nella società. C'è una bella canzone che cantano gli alpini: nell'arte di salire, la vittoria non c'è nel non cadere, ma nel non rimanere caduto. Tutti cadiamo, tutti sbagliamo, ma la nostra vittoria, su noi stessi e sugli altri, è non rimanere caduti e aiutare gli altri a non rimanere caduti. Questo è un lavoro molto difficile, è più facile scartare dalla società una persona che ha avuto uno sbaglio brutto e condannarlo a morte chiudendolo all'ergastolo. Il lavoro deve essere sempre reinserire, non rimanere caduti».

Tra i molti argomenti toccati, la malattia dei bambini, in risposta a Rafael, un ragazzino latino-americano che ha avuto problemi di cuore: «Rafael, mi ha emozionato quello che hai detto», ha risposto Bergoglio, che poi ha risposto a due quesiti del bambino: «C'è ragione per la quale un bambino, senza fare niente di cattivo, possa venire al mondo con i problemi che ha avuto? Questa domanda è una delle più difficili a cui rispondere: non c'è risposta. C'è un stato un grande scrittore russo, Dostoevskij, che aveva fatto la stessa domanda: perché soffrono i bambini? Si può soltanto guardare il cielo, aspettare risposte che non si trovano». Cosa posso fare io perché un bambino soffra di meno? «Stargli vicino. E la società cerca di avere centri di cura, di guarigione, centri di aiuto palliativi, cerca che si sviluppi l'educazione dei bambini con malattie. A me – ha aggiunto il Papa – non piace dire che un bambino è disabile, no: ha una abilità differente, non è disabile tutti abbiamo abilità. Tutti, tutti hanno la capacità di darci qualcosa, di fare qualcosa».

Più personali altre domande: «Litigo spesso con la mia sorella ma tu hai mai litigato con la tua famiglia?». «Alzi la mano chi mai ha litigato con un fratello con qualcuno della famiglia: mai? Tutti ne abbiamo fatto!», ha risposto il Papa. «È parte della vita, perché io voglio fare un gioco, l'altro vuole fare l'altro gioco, poi litighiamo... ma alla fine l'importante è fare la pace. Litighiamo, ma non finire la giornata senza fare la pace». Anche io, ha proseguito, «ho litigato tante volte, anche adesso mi riscaldo un po’, ma cerco sempre di fare la pace insieme». «E se una persona non vuole fare pace con te, tu cosa faresti?», gli ha domandato un’altra bambina. «Prima di tutto il rispetto alla libertà della persona», ha risposto Bergoglio. «Se questa persona non vuol parlare con me, non vuole fare pace, ha dentro di sé non dico odio, ma un sentimento contro di me, rispettarla: pregare, ma mai vendicarsi». Non vorresti stare più in pace?, gli ha chiesto un altro bambino. «Io tante volte vorrei un po’ di tranquillità, riposarmi un po’ di più, è vero: ma stare con la gente non toglie la pace. Quello che toglie la pace è non volerci bene, la gelosia, l'invidia, l'avarizia, togliere le cose di altri: quello toglie la pace. Ma stare con la gente è bello. Stanca un po’, io non sono un giovanotto, ma non toglie la pace».

da Vatican Insider di Iacopo Scaramuzzi