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Il dibattito

Mauro Magatti: «Il volontariato torni a essere un'avanguardia»

13 Maggio Mag 2015 1025 13 maggio 2015
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Il sociologo dell'Università Cattolica di Milano: «Veniamo da trent’anni in cui c'è stato un processo totale di slegamento, prodotto dal neoliberismo e dalla globalizzazione. L'uscita da questa crisi non sarà la ripresa di decimali di Pil. È la ricreazione di legame sociale dotato di senso e in grado di produrre valore. Questo è il compito del volontariato»

“Qualcuno in questa sala ha meno di trent'anni?”, ha cominciato con una domanda provocatoria e irriverente Mauro Magatti, sociologo, economista e amico del mondo del volontariato, principale relatore all’incontro di Autoconvocazione promosso lo scorso 9 maggio.

Pochissime le mani alzate tra i trecento presenti, e lui, sorridendo e con un velo d’ironia, afferma “Credo che questo sia un dato da cui partire”. Spiega: “Il volontariato è stato un soggetto importante in questo paese, a partire già dagli anni settanta, quelli del post-ricostruzione, dopo l’epoca delle lotte sociali e del terrorismo. Il volontariato è stata una spinta sociale storica visibile, che ha messo in moto molte energie, uno dei motori centrali, non l’unico, che ha portato poi alla nascita del Terzo Settore”. Ora, però, “bisogna essere consapevoli che siamo in un altro mondo; bisogna cercare di capire come, dove, con che forma e in che contesti può nascere un altro ciclo, che sarà diverso dal precedente”.

Per far questo Magatti parla di un’autorità dei veterani che deve sapersi tradurre nella capacità di accompagnare, di far crescere, di “lasciar andare” chi in questi tempi deve assumersi la leadership del movimento (i trentenni). “Mi permetto di suggerire ai volontari qui convocati, autorevoli nella storia che hanno contribuito a far nascere e sviluppare, che le autorità servono prima di tutto ad “autorizzare” coloro che stanno cominciando a muoversi su questa strada, autorizzare altri a camminare sulla stessa strada. A questo serve l'autorità. E’ questa la grande responsabilità che la vostra generazione dei volontari ha nei confronti dei giovani …”.

E di qui parte per una riflessione articolata che ha il tono di uno sprone e di una prospettiva alta d’impegno.

Il volontariato è il punto fondamentale attraverso cui i cittadini liberi si assumono responsabilmente l'onere bello di spingere avanti il fronte che le istituzioni da sole, strutturalmente, faticano a reggere. Questo è il senso dell’essere volontari”. Il volontariato, allora, come una delle forme con cui si produce il rinnovamento delle società e delle istituzioni.

Il problema centrale per il professore è collocarsi in questa fase storica e provare a vedere dove e quali sono i “NO” che sollecita, e provare, autorizzando coloro che per una ragione o per l’altra ancora non si sono messi su questa strada dell’agire volontario, a prendere parte a questa capacità di dire NO e poi provare a rispondere con un pezzo pieno di SI”.

La tesi del suo discorso è: “Mai come oggi il volontariato – sostiene Magatti - non deve porsi e pensarsi in chiave funzionale e tantomeno rivendicativa, ma ha il compito di essere un'avanguardia (come lo è stata nei decenni precedenti) nella questione centrale della nostra società: la ricreazione/ricostituzione del legame sociale. Veniamo da trent’anni in cui c'è stato un processo totale di slegamento, prodotto dal neoliberismo, dalla globalizzazione, ecc. L'uscita da questa crisi non sarà la ripresa di decimali di Pil. E’ la ricreazione di legame sociale dotato di senso e in grado di produrre valore, non solo di tipo economico, il profitto, che pure è importante, ma valore che abbia a che fare anche con la qualità, la bellezza, la cura dell'ambiente, dei rapporti sociali, dei territori, dei luoghi, della scuola, eccetera. Questo è il tema storico che abbiamo davanti. Dobbiamo essere consapevoli che dopo un trentennio in cui tutto si è slegato noi adesso abbiamo di fronte la necessità di rilegare non per chiudersi, ma per guardare oltre, per metterci in relazione con ciò che sta al di là, dei nostri territori, delle nostre imprese, dei nostri Paesi”. È il tema dell’Europa, aggiunge, o del rimettersi insieme come Paese, che vale anche a livello di singoli territori: “come lo tieni insieme oggi un territorio se non sei capace di riscrivere delle alleanze tra i cittadini che lo abitano? come fai a reggere la complessità dei problemi che abbiamo davanti, se non si parte da un’alleanza nuova tra persone, gruppi, associazioni, istituzioni? E se quelle persone non si sentono parte, ognuna per il suo contributo ad un cammino comune?”.

“Il volontariato – insiste - ha la grande responsabilità nel contribuire a fare emergere il senso profondo di questa stagione storica. È del tutto evidente che nelle pieghe di questa crisi sociale ed economica, in un mondo completamente diverso da quello degli anni ottanta o novanta, nessuno può credere che il prossimo ciclo di sviluppo sia puramente l’espansione all’infinito. Non è un problema di crescita o di decrescita, ma di quale sviluppo. Cioè una qualità globale in tutti i settori che consentirà di sopravvivere solo a quelle comunità che producendo valore sapranno anche creare ricchezza economica, ma soprattutto sociale e politica.”

Con due implicazioni con cui Magatti chiude il suo intervento. Culturale e istituzionale.

Oggi dal punto di vista culturale il punto a cui bisogna guardare è l'idea che dopo questa crisi l'uscita sarà la costruzione di una società postconumerista, non contro i consumi (e io non sono contro). Negli ultimi 40 anni le società avanzate si sono abituate a dirsi l’importanza della quantità, del “metter dentro”, del consumare. Ora non si regge più, umanamente e neppure per la stessa economia. Allora com’è che si esce da questa crisi? Equilibrando il movimento del “metter dentro”, del consumare, con il movimento del “metter fuori”, cioè la partecipazione generativa, o del contribuire. Gli uomini e le donne libere vogliono essere parte del processo di costruzione di valore. Questa cosa non si realizzerà se le forze sociali, di cui siete espressione, non sono consapevoli di questo processo da mettere in campo. Si tratterà allora di creare le condizioni per far sì che questa cosa sia riconosciuta e valorizzata. Per questo il volontariato ha un valore politico. Senza alzare l'orizzonte di senso, che valore ha?”.

Seconda implicazione, quella istituzionale.

“Siamo davanti – ragiona Magatti - ad una stagione non di conservazione ma di innovazione. Ora il problema è essere un alimento della difficile innovazione istituzionale, nel senso più ampio del termine e rispetto ai tanti e nuovi problemi. Poniamo questa vicenda dell’immigrazione. E’ chiaro che c’è innanzi tutto la necessità di un impegno politico istituzionale; altrimenti non c’è volontariato che tenga, sarà travolto da un fenomeno enorme. C’è bisogno di un Piano che nascerà tanto più se la società spingerà perché questo piano nasca. Ma il problema non può essere posto solo sui trasferimenti economici dello Stato, che non solo sono difficili da sostenere, ma scatenano risposte reazionarie contrarie. C’è un problema di assunzione di responsabilità di un fenomeno storico che per quanto abbia bisogno della dimensione politica e di quella economica non è sostenibile senza la presa in carico di una rete di volontariato che capisca che quel problema riguarda tutti. Questa è una delle questioni più grandi, ma bisogna essere innovativi nel dare delle risposte. Perché se il volontariato non è innovativo non serve quasi a niente. Solo da tappabuchi.”

“Altra questione nuova, tra i punti di crisi di questa società, è il numero allarmante di giovani che non lavorano e non studiano (i Neet, che sono più di due milioni). C’è bisogno di risposte che non arrivino troppo tardi, e il volontariato, a differenza delle istituzioni, ha capacità di mobilitazione più rapida, anche se non risolve l’intero problema dei due milioni”. Solo due esempi, ma potrebbero essercene altri, pensiamo al tema degli anziani.

“Abbiamo davanti una stagione di innovazione istituzionale - sottolinea Magatti - perché il tempo storico è cambiato. Le istituzioni certamente, in ultima istanza le fa il Parlamento, ma in via laboratoriale si fanno nelle società. Abbiamo bisogno che il volontariato si faccia parte proattiva nella realizzazione di nuove forme istituzionali. Mi limito, ad esempio, al grande capitolo dei “Beni di comunità”, in cui potremmo fare una rivoluzione nei prossimi 5-10 anni. Ci sono una serie di beni dentro i nostri territori, che riguardano la gente, l’ambiente, il welfare, la scuola, a cui si potrà accedere per un livello superiore di qualità solo se faremo un’innovazione istituzionale che rimescoli il ruolo della politica con il ruolo dell’economia e il ruolo della società. C’è bisogno che qualcuno cominci, che provi a far nascere alleanze nuove per raggiungere quei beni che altrimenti non raggiungeremo, né singolarmente né collettivamente”.

“Questo è solo un esempio – conclude il professore - per dire che il volontariato non deve limitarsi a dire NO e poi assumersi la responsabilità dei SI (la mossa iniziale che riguarda la coscienza di ciascuno) Dobbiamo essere il motore della trasformazione sociale, politico/istituzionale, nelle forme più diverse. Questo bisogna dire ai giovani!”

“Il problema, alla fine, non è pensare che quello che abbiamo visto noi dovrà durare in eterno, cosa che non è possibile. Il problema è riuscire a trasferire il fuoco che vi ha mosso per trent'anni affinché questo fuoco possa ancora bruciare seppure in un modo diverso”.

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