Bobba
Riforma Terzo settore

Bobba: «Impresa sociale un favore al profit? Chi lo dice non guarda alla realtà»

14 Maggio Mag 2015 1648 14 maggio 2015
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Il sottosegretario al Welfare: «Oggi nell'area di risposta ai bisogni sociali c'è già una larga colonizzazione di soggetti privati profit, e le cooperative spesso sono solo fornitrici di mano d'opera, il nostro obiettivo è generare un nuovo modello»

In coincidenza con la discussione sul Disegno di legge delega di riforma del Terzo settore aperta al Senato, dopo il via libera della alla Camera ad aprile (tempi di fine percorso difficilmente prevedibili, afferma la relatrice alla Camera, Donata Lenzi, ma "spero prima della riforma costituzionale, altrimenti addio..."), Iris Network ha presentato il suo terzo rapporto di ricerca su “L’Impresa Sociale in Italia. Identità e sviluppo in un quadro di riforma”, in collaborazione con il Forum del Terzo settore. "Un'occasione per mettere in luce - afferma Pietro Barbieri, portavoce del Forum - alcuni elementi di fondo e disegnare alcuni scenari. Farlo ora, aggiunge, è utile proprio perché c'è la discussione al Senato. In questa fase si possono porre vincoli, positivi o negativi, che possono disegnare un quadro o un'altra".

Un quadro che disegna l’Impresa sociale come un soggetto forte del Terzo settore. "Le imprese sociali sono parte integrante del Terzo settore, non ho alcun dubbio", afferma il sottosegretario alle politiche sociali Luigi Bobba. Tanto da annunciare che, anche a legislazione vigente, senza aspettare la Riforma, per incoraggiare le start up di imprese in questo settore, il governo sta pensando ad una capitolo tratto dalla sezione speciale sul fondo di garanzia per l'impresa, e destinarlo a supporto delle cooperative e delle imprese sociali (“se si incentivano le start up delle imprese che nascono per l’innovazione tecnologica – mi chiedo – perché non anche queste?).

Il tutto partendo da una svolta precisa: “La nuova versione dell'articolo 118 della Costituzione, che prevede e favorisce il coinvolgimento dei cittadini nella gestione della cosa pubblica; rimasta ancora in buona parte sulla carta – sostiene Bobba - perché molti amministratori pubblici ritengono che solo organismi pubblici possano perseguire correttamente finalità di interesse generale”. E invece c’è il Terzo settore, cooperazione, impresa sociale e il volontariato a smentire questa tesi.

Ma “dove andrà a ‘mordere’ questa legge. Quali sono i risultati che ci attendiamo?”, si chiede il sottosegretario. Che cosa vogliamo ottenere?

Quattro obiettivi: “Primo, consentire a quei soggetti che hanno potenzialità di impresa sociale, ma non lo sono per tipologia giuridica, di fare un eventuale transito in modo più trasparente, lineare, senza tradire l’ispirazione originale, e farlo in modo efficace. Secondo, oltre alle cooperative sociali vediamo se possono emergere altri soggetti, altre realtà, che possano operare in settori che esprimono esigenze e nuove forme di disagio; ci può essere cioè una nuova ondata? Dobbiamo creare delle condizioni di contesto per creare queste possibilità. Chi ci critica (perché apriremmo le porte al privato) dovrebbe riflettere su questo fatto: nell'area di risposta ai bisogni sociali c'è già una larga colonizzazione di soggetti privati profit, e le cooperative spesso sono solo fornitrici di mano d'opera”. “Attenzione – dice con tono vibrante Bobba - che la realtà è già avanti! Ma perché allora non dobbiamo avere soggetti qualificati che non siano solo cooperative, ma anche imprese sociali? Terzo, vediamo se anche in Italia, come in altri Paesi europei, possiamo creare condizioni perché nascano imprese low profit, che remunerino almeno parzialmente il capitale. Io qualche rischio in questo ambito lo corro volentieri. Infine, anche in Italia abbiamo le cooperative di comunità, e mi domando se anche questa non può essere la strada su cui ci si deve muovere, con un po’ di coraggio, riconoscendo quello che c'è già nella realtà”.

Qualche numero per un identikit. Secondo Iris bisogna distinguere tra “Imprese sociali” definite tali, sono 774 iscritte nel registro delle Imprese secondo la L. 118/2005; Il numero cresce di molto se si considerano, patrimonio della stessa realtà, le 12.579 cooperative sociali ai sensi della L. 381/91. Un vasto mondo che conta più di 542mila addetti; 45mila volontari; 5miloni e 200mila persone che beneficiano dei loro servizi, e oltre 10 miliardi di valore della produzione.

A tutto ciò si aggiunge il variegato mondo che ha, si legge nel rapporto, un “Potenziale d’impresa sociale”: oltre 82mila organizzazioni non profit (escluse le cooperative) con 440mila addetti e oltre 1milione e 627mila volontari. Che quindi potrebbero (se lo scegliessero) fare un cammino verso la prima dimensione valorizzando, ruolo, compiti, finalità e competenze. Un mondo dinamico, lo definisce il direttore dell’Iris Cesare Borzaga, che negli ultimi tre anni di crisi ha realizzato aumenti di tutto rispetto: il numero di lavoratori a tempo indeterminato (+ 55mila); il fatturato (+34%), e il capitale investito (+ 43%).

Il testo approdato al Senato, può essere migliorato, ha detto Donata Lenzi (la tutela dei lavoratori in queste strutture e la definizione del Servizio civile sono, ad esempio, due punti importanti); ma un campo doveva pur essere definito. “Al momento in cui vado a fare una legislazione – ha detto -, che chiede tanto, ma dà anche tanto, non posso definire un perimetro solo per coloro che non hanno lo scopo di fare profitto: senza tenere conto né degli scopi in generale, né dell'utilità dell’attività svolta; bisogna anche guardare alle ragioni. Per questo avevamo bisogno di limitare il campo, ma questo non significa che si limita la libertà associativa, di chi si mette insieme per qualsiasi altro motivo. La differenza – sostiene Lenzi – è tra chi comunque guarda fuori e chi restringe il campo ai propri legittimi interessi”.

E tra i campi di attività, che contribuiscono a definire ruolo e funzione dei soggetti da riconoscere come appartenenti al Terzo settore, il prof Gregorio Arena, direttore di Labsus, ne suggerisce un altro, da aggiungere: il recupero e la gestione dei beni immobili pubblici abbandonati e in situazione di degrado, che potrebbero essere riconsegnati alla comunità, con imprenditori sociali. Non è impossibile, ci sono esempio positivi in Europa. “Da noi, afferma Arena - ci sono oggi le norme, ci sono i beni, ci sono i cittadini che vorrebbero occuparsene, ma non possono perché mancano le professionalità. Per questo noi di Labsus in collaborazione con l’università di Trento stiamo per lanciare dei corsi di formazione atti proprio a creare questo tipo di professionalità”.

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