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Scuola

Sostegno: chi critica la riforma è in cattiva fede

25 Maggio Mag 2015 1639 25 maggio 2015
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Gianluca Nicoletti, giornalista e padre di un ragazzo autistico, difende la proposta di legge Fish e Fand, «trovo desolante, per non dire criminoso, che si arrivi a sostenere una battaglia corporativa per difendere un privilegio acquisito di fronte alla prospettiva di vita di un bambino disabile che nella scuola trova la sola possibilità di affrancarsi dall’emarginazione sociale»

«Occuparsi di un ragazzo autistico non è una simpatica esperienza da provare per sentirsi migliori, non è come un corso di Tai Chi o qualche giorno di volontariato in periferia. Da anni noi genitori speriamo di incontrare insegnanti di sostegno che abbiano anche solo una minima idea di cosa sia la sindrome che è toccata ai nostri figli». Lo scrive sul suo blog il giornalista Gianluca Nicoletti, speaker di Radio 24 ed editorialista de "La Stampa", a nome delle seicentomila famiglie italiane con un figlio autistico a carico. A lui “Vita” ha chiesto un commento sulla proposta di legge di riforma del sostegno dopo la polemica scatenata da un articolo di Adriano Sofri su "Repubblica" che ha definito gli insegnanti di sostegno “professori di serie B”.

Come giudica la proposta di riforma del sostegno firmata da Fish e Fand?
«È una bellissima legge, molto dettagliata. C’è molta cattiva fede in chi la critica a priori in nome dell’intangibilità del ruolo degli insegnanti di sostegno. Trovo desolante, per non dire criminoso, che si arrivi a sostenere una battaglia corporativa per difendere un privilegio acquisito di fronte alla prospettiva di vita di un bambino disabile che nella scuola trova la sola possibilità di affrancarsi dall’emarginazione sociale. È un'opportunità da non sprecare. ».

Molti però pensano che sia sbagliato separare i percorsi tra “insegnanti normali” e insegnanti “speciali”, formati con specifiche competenze nelle disabilità. Cosa risponde?
«Io sono in assoluto per i sostegni specializzati, soprattutto quando si tratta di ragazzi con patologie gravi. E trovo incredibile che si parli tanto di problemi sindacali degli insegnanti, mentre nessuno pensa che il vero soggetto sono i disabili. Le famiglie dei disabili gravi sono talmente massacrate nel loro quotidiano che non hanno voce per farsi sentire e il dibattito rischia di passare sulla loro testa. Ma siamo stanchi di tollerare che i nostri ragazzi siano il pretesto per giustificare la presenza in classe di insegnanti svogliati oppure privi di strumenti adatti per intervenire laddove il buon cuore non basta».

Come bisognerebbe intervenire?
«Ci vogliono persone che conoscano le patologie e sappiano come comportarsi con i disabili gravi. Se non si ha un sostegno specializzato professionalmente, e continuamente aggiornato, il ragazzo disabile sarà sempre visto come un disturbo, un impiccio al lavoro di classe. Siamo stanchi di tollerare che i nostri ragazzi siano il pretesto per giustificare la presenza in classe di insegnanti che non nascondono nemmeno di essere costretti a sopportarli. Non ne possiamo più di telefonate a casa perché il ragazzo è agitato. Ci basterebbe avere a che fare con persone che abbiano seriamente studiato come trattare l’autismo e che siano capaci di essere tramiti reali tra le difficoltà dei nostri figli e la classe di neurotipici in cui sono inseriti. Ci sono tantissime persone capaci e convinte che fare l’insegnante di sostegno sia il mestiere della loro vita. Basterebbe assumere costoro nelle scuole e quella dell’inclusione smetterebbe di essere una bella legge solo sulla carta».

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