Allarmi

Carceri o ospedali? Due detenuti su tre sono malati

5 Giugno Giu 2015 1142 05 giugno 2015

La denuncia della Società di medicina penitenziaria: il 48% degli ospiti degli istituti di pena italiani è infettivo, un terzo ha problemi psichiatrici, un altro terzo l'epatite. «Ricordiamoci che prima di essere detenuti, sono pazienti, che un giorno usciranno: in quali condizioni?»

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Carcere Regina Coeli Getty Images
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La denuncia della Società di medicina penitenziaria: il 48% degli ospiti degli istituti di pena italiani è infettivo, un terzo ha problemi psichiatrici, un altro terzo l'epatite. «Ricordiamoci che prima di essere detenuti, sono pazienti, che un giorno usciranno: in quali condizioni?»

Due detenuti su tre sono malati: nel 48% soffrono di malattie infettive, nel 32% di disturbi psichiatrici, mentre un terzo ha l’epatite. Sono questi i drammatici numeri diffusi nel corso del XVI Congresso Nazionale SIMSPe-Onlus/L'Agorà Penitenziaria 2015: "Se il Paziente è anche Detenuto" che si conclude oggi a Cagliari. Una situazione che preoccupa gli esperti, come sottolinea il Prof. Sergio Babudieri, Coordinatore Scientifico del Congresso e Presidente della SIMSPe: «I medici, ma anche infermieri, operatori sanitari, agenti di polizia penitenziaria che operano all’interno dei 199 istituti penitenziari italiani devono ricordare che stiamo parlando di pazienti. Sono detenuti, ma in primo luogo sono dei pazienti», afferma. «Stiamo parlando di 60mila persone giornalmente in carcere e di circa 100-110mila che sono transitate nel sistema penitenziario italiano nel corso di ogni anno: una popolazione simile ad una media città italiana che ha una serie di forti esigenze in tema di salute».

Oggi in Italia gli istituti penitenziari aperti sono 199, con una capienza totale di 49.493, nonostante i detenuti presenti siano 53.498, per un sovraffollamento di 4.628, che equivale ad un +8,1%. I detenuti stranieri rappresentano il 32,6% del totale, mentre le donne sono il 4,3%. La popolazione detenuta in Italia è cresciuta negli ultimi dieci anni dell’80%. La maggior parte delle carceri hanno dei tratti comuni: bagno e cucina nello stesso locale, cambio di lenzuola ogni 15 giorni, bagno alla turca o water separati gli uni dagli altri da un muretto alto appena un metro, strutture fatiscenti. Il personale è insufficiente, gli assistenti sociali sempre meno del necessario. L’assistenza sanitaria, come si può facilmente intuire da questo quadro – sottolinea la SIMSPe - può risultare spesso di pessima qualità.

Medici, ma anche infermieri, operatori sanitari, agenti di polizia penitenziaria che operano all’interno dei 199 istituti penitenziari italiani devono ricordare che stiamo parlando di pazienti. Sono detenuti, ma in primo luogo sono dei pazienti

Sergio Babudieri, presidente della SIMSPe

Sempre secondo l'indagine, almeno una patologia è presente nel 60-80% dei casi. Questo significa che almeno due persone su tre sono malate. Tra le malattie più frequenti, proprio quelle infettive, che interessano il 48% dei presenti. A seguire i disturbi psichiatrici (32%), le malattie osteoarticolari (17%), quelle cardiovascolari (16%), problemi metabolici (11%) e dermatologici (10%). Gli ultimi dati sulle epatiti, infatti, hanno rilevato la presenza di un malato di questa patologia ogni tre persone residenti in carcere. In calo i sieropositivi per Hiv. Secondo l'indagine della SIMSPe, che ha studiato i singoli casi dei detenuti che si sono sottoposti a test e controlli (circa il 56%), il tasso di trasmissione stimato dalle persone HIV+ consapevoli si aggira tra l'1.7% e il 2.4%. Molto più alto, quasi 6 volte superiore, quello stimato dalle persone HIV+ inconsapevoli, che raggiunge anche il 10%.

«Bisogna ricordare che il paziente detenuto di oggi, è il cittadino libero di domani», chiosa ancora Babudieri. «In carcere si concentrano persone che hanno comportamenti di vita a rischio di acquisizione di una serie di malattie non solo infettive, ma anche di tipo metabolico, come ad esempio obesità, fumo, alcolismo; da ciò si evince evidentemente che il carcere è un ambito in cui la sanità pubblica può più facilmente intercettare persone che, una volta invece diluite nella popolazione generale, è più difficile incontrare, anche perché per il loro stile di vita spesso non hanno il bene salute nei primi posti della loro scala dei valori».

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