Nuove teorie

Contrordine: il microcredito non salva il mondo

11 Giugno Giu 2015 1158 11 giugno 2015

Nonostante la fama di strumento miracoloso (e il Nobel al suo inventore Yunus), secondo un antropologo della London School of Economics la microfinanza non serve a far uscire le persone dalla povertà, semmai le aggrava, perpetuando la spirale del debito e facendo guadagnare solo le banche. Ecco le prove

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MICROCREDITO
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Nonostante la fama di strumento miracoloso (e il Nobel al suo inventore Yunus), secondo un antropologo della London School of Economics la microfinanza non serve a far uscire le persone dalla povertà, semmai le aggrava, perpetuando la spirale del debito e facendo guadagnare solo le banche. Ecco le prove

Non funziona, anzi peggiora le cose. È questa la "verità" sulla microfinanza che tutti ormai sanno, ma che hanno interesse a nascondere. A pensarla così è un docente di Antropologia della London School of Economics, Jason Hickel, il cui intervento è stato pubblicato sul Guardian.

A riprova della sua tesi, Hickel cita, tra le altre fonti il libro Due Diligence di David Roodman, esperto del Center for Global Development, nel quale si sentenzia che «la migliore stima dell'impatto medio del microcredito sulla povertà è zero», e uno studio del 2011 dal titolo "What is the evidence of the impact of microfinance on the well-being of poor people?" finanziato niente di meno che dal Dipartimento per lo sviluppo internazionale del governo britannico, e secondo il quale non esistono prove chiare dell'impatto positivo dei progetti di microfinanza.

Secondo l'antropologo, addirittura, questa pratica non fa altro che aggravare la povertà esistente. Ecco i motivi: il 94 per cento dei fondi ricevuti serve ad acquistare beni di prima necessità, quindi non crea ricchezza e non serve a ripagare il debito. I debitori sono così costretti a contrarre nuovi debiti per ripagare i primi, finendo intrappolati in una spirale senza fine.

Creare nuovi business grazie ai microfinanziamenti è inutile, se poi i potenziali clienti non hanno soldi per acquistare i beni prodotti.

«Che i poveri non abbiano soldi, dovrebbe essere evidente», scrive, «eppure i sostenitori del microcredito faticano a capirlo: creare nuovi business grazie ai microfinanziamenti è inutile, se poi i potenziali clienti non hanno soldi per acquistare i beni prodotti dai microimprenditori. Non solo: le nuove microimprese tendono irrimediabilmente a danneggiare quelle già esistenti, creando problemi economici a chi non li aveva, e alla fine falliscono, gettando i fondatori ancora più a fondo nel pozzo della povertà».

Gli unici vincitori in questa storia - sempre secondo l'autore - sono le organizzazioni che prestano il denaro, alcune delle quali richiedono interessi esorbitanti (è il caso del messicano Banco Compartamos, che arriva al 200 per cento annuo): «Un tempo li avremmo chiamati squali, oggi sono diventati agenti di microcredito, con tutta l'aura di moralità che questo termine porta con sè. La microfinanza è diventata così un meccanismo socialmente accettato per arricchirsi alle spalle dei poveri».

La microfinanza è diventata un meccanismo socialmente accettato per arricchirsi alle spalle dei poveri

Sebbene questa sia ormai una verità nota e accettata, sostiene Hickel, come mai invece si continua nasconderla, sostenendo progetti di microfinanza in tutto il mondo? «Perchè propone una soluzione elegante e win-win al problema della povertà, assicura a noi abitanti del mondo ricco di poter sradicare la miseria in altri paesi senza alcun costo e senza mettere in discussione il nostro sistema economico e politico. Insomma, promette la rivoluzione senza la seccatura della lotta di classe, ma soprattutto ci promette di poter salvare i poveri guadagnandoci qualcosa. Una tentazione irresistibile».

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