Giorgio Fiorentini
Dibattito

Distribuire utili e fare filantropia, insieme

17 Giugno Giu 2015 1111 17 giugno 2015
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Giorgio Fiorentini, Responsabile scientifico Master in management Imprese Sociali, Cooperative e Aziende Non Profit della Bocconi, interviene sui tema della Riforma del Terzo Settore, «senza coesione sociale e senza un welfare adeguato non si ha un buon capitalismo»

Analizzando i 430 emendamenti proposti dalla Commissione degli Affari Sociali della Camera sulla Riforma del Terzo Settore la tematica della distribuzione degli utili (35% degli emendamenti relativi all’impresa sociale, proposti dai partiti di sinistra (50%) e dal Movimento 5 Stelle (47%) sottolinea l’esigenza di un limite possibile alla distribuzione. Molte proposte aprono alla possibilità di distribuire profitti nella stessa misura delle cooperative sociali, o di prevedere alcune forme di limitazione che vanno addirittura dal 10% al 30%(sic!). Dalla lettura si può notare l’ampio range di opzioni.

Anche la creazione di valore sociale e l’’“impatto sociale misurabile” come criterio per la definizione di impresa sociale è tema che deve essere affrontato e studiato con determinazione. Infatti alcune università hanno accolto e stanno gestendo questa sfida.

Ovviamente c’è il presupposto che attraversa sia il pubblico che il privato e cioè la convinzione che senza coesione sociale e senza un welfare adeguato non si ha un buon capitalismo.

Peraltro non c’è convegno di imprese profit ove non si dichiari che esse sono imprese sociali e si espongono, giustamente, i “gioielli “del welfare aziendale per i dipendenti e dei servizi ed attività di produzione che vengono erogati a favore della comunità e del territorio. Tutto ciò viene fatto con la giusta esigenza aziendale di far percepire il valore sociale che si genera con vantaggi gestionali interni ed esterni. In un recente convegno sulla Responsabilità Sociale d’Impresa della Ferrero spa sono state presentate le Imprese sociali Ferrero(con logo autonomo) che nel 2013 si sono avvalse della collaborazione di 2.739 persone (9% del totale dei collaboratori del gruppo)che hanno attività produttiva nel mondo.

E se qualcuno incomincia a pensare che si può apprezzare la Nutella anche come “Nutella sociale” non mi pare che ci sia da scandalizzarsi fermo restando che riguardo all’olio di palma rimane aperto il dibattito.
Quindi, per aumentare il livello di welfare del nostro paese è necessario attivare la tendenza a far diventare sociali tutte le imprese-aziende: pubbliche (dovrebbe essere scontato),private non profit (è nel dna)e profit(ovviamente è necessario che sia verificato il loro rating sociale per evitare che si faccia di tutta un’erba un fascio).

Nel dibattito si delinea il confronto fra chi vuole sviluppare un’ attrattività finanziaria nei confronti dei privati collegata ad una redditività cappata dei finanziamenti (si veda in misura non superiore all'interesse massimo dei buoni postali fruttiferi, aumentato del 2,5 per cento) con regole ferree e vincolanti sulla distribuzione degli utili e chi invece offre beni e servizi sociali e genera occupazione producendo qualità sociale con un approccio prevalentemente filantropico. Ma ci sono filantropi in Italia? Qualcuno afferma che la filantropia in Italia e in Europa non vale più dell’1% del PIL ed in USA non supera il 2%.

Pur tuttavia la risposta tradizionale è che ci sono imprese e persone che hanno il senso della filantropia e quindi “danno un massaggio salutare alla propria anima”. Questa risposta è valida, ma alcuni affermano che rientra nell’approccio del “capitalismo compassionevole” e della relazione “una tantum” e accidentale fra for profit e non profit. E questo è apprezzabile in via emergenziale, ma non offre una ragione anche economico-aziendale della donazione se essa non è continuativa, variabile e non strategica per l’impresa stessa. Ed invece possiamo e dobbiamo pensare che il “cause related marketing”, le sponsorizzazioni, le partnership, il “gift matching”, l’“employe volunteering” e i flussi di donazione tradizionali a favore delle imprese sociali non profit possono essere anche un investimento. E come tale hanno anche un ritorno sull’investimento. Non solo d’immagine,ma anche di business e di incremento di valore per l’impresa for profit. Il welfare è un investimento e non un costo. Perché se i cittadini (di qualsiasi etnia o cultura) riescono ad esprimersi nella dimensione di “cittadinanza”, se vivono meglio e producono beni e servizi più efficaci, il sistema si dinamizza in una maggiore concorrenzialità e in consumi razionali. Un recente studio afferma che i Paesi più competitivi sono quelli che negli ultimi 20 anni hanno investito di più nel welfare. Gli imprenditori hanno di fronte una sfida strategica: come sviluppare e far percepire il loro orientamento sociale inteso non come fatto estetico e d’immagine, ma come fattore critico di successo per la competitività sui mercati.

È ormai acquisito che il presidio dell’orientamento sociale e dello sviluppo sostenibile, non solo in chiave solidaristica, ma anche come componente manageriale e strutturale dell’azienda stessa, è pervasiva in tutta l’impresa. Il declinarsi in attività sociali crea valore aggiunto ai prodotti/servizi che vengono offerti.
Le imprese sociali sono protagoniste di questo dinamismo ed hanno bisogno di finanziamenti costanti.
Le imprese for profit devono agire in una dimensione non assistenzialista, ma di assistenza che rende il territorio più competitivo e concorrenziale rispetto ad altri territori… Tutto ciò incrementa la fiducia come bene di un sistema. La fiducia, secondo N.R. Buchan, in un suo paper (“Trust and reciprocity: An international experiment”, Working paper, University of Wisconsin, 2002) afferma che essa “è alla radice di ogni sistema economico basato sullo scambio reciproco. Per attuare tutto questo è però necessario avere fonti di finanziamento continue e incentivate(redditività) che considerano il terzo settore e le imprese sociali non tanto come il senso estetico, marginale e cornice del sistema paese, ma come parte strutturante e imprescindibile per il welfare italiano che è passato da una concezione universalistica assoluta ad una universalistica a protezione variabile.

Se non cogliamo l’occasione di innovare il sistema delle imprese sociali per il tramite di una nuova concezione di imprenditorialità sociale che integra l’economico ed il sociale( sempre considerato un pensiero antinomico),per mezzo di innovazioni finanziarie e nuovi strumenti finanziari e se non accettiamo la sfida della metrica e della misurabilità sociale dell’attività dell’impresa sociale, penso che il terzo settore rischi di diventare un settore marginale e “usa e getta” per il sistema socio economico del nostro paese.

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