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Il Rapporto CRC lancia l'allarme: troppe adozioni da Paesi non Aja

17 Giugno Giu 2015 1228 17 giugno 2015

Presentato oggi il Rapporto che monitora l'attuazione in Italia della Convenzione Onu sui diritti dell'Infanzia. Marina Raymondi (CIAI) analizza le pagine relative all'adozione internazionale

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Diritti Infanzia Rapporto Crc
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Presentato oggi il Rapporto che monitora l'attuazione in Italia della Convenzione Onu sui diritti dell'Infanzia. Marina Raymondi (CIAI) analizza le pagine relative all'adozione internazionale

In Italia, 1 bambino su 7 nasce e cresce in condizioni di povertà assoluta, 1 su 20 assiste a violenza domestica, 1 su 100 è vittima di maltrattamenti e 1 su 500 vive in strutture di accoglienza: sono questi i principali dati che emergono dal Rapporto di monitoraggio sull’attuazione della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza nel nostro Paese, presentato oggi alla presenza del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti. Giunto alla sua ottava edizione, il Rapporto è redatto grazie alla collaborazione di 124 operatori e 90 associazioni del Gruppo CRC, tra cui CIAI (per scaricare il Rapporto clicca qui).

Tra i temi sotto osservazione c’è anche l’adozione internazionale. Relativamente ad essa, spiega Marina Raymondi, responsabile del Centro Studi CIAI, «abbiamo rilevato che tra il 2010 e il 2013 il numero dei bambini arrivati in Italia è diminuito del 30%. Malgrado ciò l’Italia è rimasta il secondo Paese al mondo per numero di adozioni internazionali, dietro solo agli USA. Negli Stati Uniti si è passati dalle 22.728 adozioni internazionali del 2005 alle 7.094 del 2013 con un calo di circa il 70% rispetto al 2005 e del 41% rispetto al 2010. Nel periodo 2010-2013 il calo in Francia e Spagna è stato del 60%».

Nel Rapporto CRC il calo numerico delle adozioni internazionali viene sostanzialmente interpretato come conseguenza di un minor numero di segnalazioni di bambini adottabili dall’estero, a causa delle mutate condizioni strutturali, demografiche e sociali avvenute in questi anni nei Paesi di origine. Il Rapporto mette in guardia invece sulla pericolosità di un sistema mondiale in cui si registra un crescente incremento delle adozioni dai Paesi che non hanno ratificato la Convenzione de L’Aja del 1993: adozioni che nel 2013, in Francia e in Belgio hanno rappresentato oltre il 70% del totale, ma anche in Italia hanno costituito la maggioranza delle adozioni realizzate, il 54%.

«Per quanto riguarda il contesto italiano il Rapporto si sofferma su alcune criticità del nostro sistema. Tempi lunghi e incerti – spesso non rispettosi di quanto indicato dalle legge – e costi troppo elevati – non più rimborsabili attraverso il Fondo adozioni internazionali – sono tra le cause principali della diminuzione di coppie che si candidano per l’adozione internazionale» continua Raymondi. «Il numero elevato degli Enti Autorizzati (62) e il loro mancato controllo da parte della CAI, costituiscono elementi di ulteriore complessità che necessitano di una soluzione anche a fronte dell’insorgere di periodici scandali internazionali che mettono in dubbio tutto il sistema delle adozioni internazionali realizzate dall’Italia».

Nel Rapporto si legge come «appare necessario un passaggio culturale in cui si inizi a pensare all’adozione non in termini quantitativi ma qualitativi. La valutazione positiva o negativa sull’operatività del sistema italiano delle adozioni non può fondarsi sui numeri, bensì sull’effettivo stato di benessere e sulla qualità della vita, anche a distanza di tempo, delle famiglie adottive e soprattutto dei primi beneficiari dell’adozione: i figli adottivi».

Per il Rapporto «in Italia non c’è ancora consapevolezza che l’adozione è un’esperienza che va sostenuta nel tempo». In generale, quindi, conclude Raymondi, nel Rapporto «si ritiene importante e urgente, per la tutela dei diritti dei bambini adottati dall’estero, la piena applicazione della legge e dei regolamenti già vigenti. Troppi sono i ritardi e molte le cattive applicazioni di una legge, la 184/83, considerata dai più come una buona legge».

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