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Rossano Bartoli, ecco perché il fundraiser dell'anno è lui

23 Giugno Giu 2015 1050 23 giugno 2015

Viaggia su e giù per l'Italia, ricorda i nomi di tutti, non manca un appuntamento, si spende in prima persona. E dopo 40 anni non ha perso un grammo di umanità. Ecco chi è il Segretario Generale della Lega del Filo d'Oro e perché rappresenta un esempio nel terzo settore

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Viaggia su e giù per l'Italia, ricorda i nomi di tutti, non manca un appuntamento, si spende in prima persona. E dopo 40 anni non ha perso un grammo di umanità. Ecco chi è il Segretario Generale della Lega del Filo d'Oro e perché rappresenta un esempio nel terzo settore

«Signor Bartoli, i genitori dei nostri ragazzi sono preoccupati per il dopo di noi, noi siamo preoccupati per il dopo di lei!»: basterebbe questa frase, pronunciata da una dipendente della Lega del Filo d'Oro non molto tempo fa, per spiegare che cosa rappresenta Rossano Bartoli per questa associazione. O forse no. Segretario Generale, c'è scritto sul biglietto da visita. Fundraiser dell'anno 2015, è inciso sull'ultima targa da appendere in studio. Ma nessun titolo e nessun premio riesce a spiegare.

Osimano fino al midollo, 65 anni da compiere a luglio, Bartoli ha appena 18 anni quando partecipa, per caso e da volontario, a un soggiorno estivo per i sordociechi della "Lega". Il legame - meglio: il filo - si annoda subito, ed è così stretto che solo sette anni più tardi, messa nel cassetto la laurea in Chimica industriale, si ritrova Direttore Amministrativo e «contribuisce a raggiungere straordinari risultati, far crescere una forte cultura del fundraising, curare rapporti istituzionali, organizzativi e gestionali», come recita il video realizzato su di lui in occasione dell'ultimo riconoscimento. Insomma, fa marciare a pieni giri la macchina di una realtà che, partita dalla provincia con quattro bambini strappati al buio e al silenzio, oggi ha cinque Centri e due Sedi territoriali in sette regioni (ma presto arriverà nell'ottava, il Veneto), 550 dipendenti e 600 volontari oltre a entrate da raccolta fondi per oltre 22 milioni nel 2014. Quanti di questi siano frutto diretto dell'instancabile attività di Bartoli non è dato sapere, ma è evidente che nemmeno i numeri spiegano.

Prendiamo allora i chilometri. A quanto sussurrano i muri della "Palazzina", la villetta in collina dove ha sede la direzione della Lega del Filo d'Oro, la settimana di Bartoli si snoda mediamente tra una visita a uno dei Centri dell'associazione (magari in Sicilia o in Puglia), un viaggio a Milano e uno a Roma, quattro cene di lavoro e un paio di convegni, oltre a innumerevoli riunioni, incontri istituzionali, iniziative di promozione, conferenze stampa e interviste. La moglie Patrizia non si lamenta - e non potrebbe essere altrimenti, visto che è impegnata anche lei anima e corpo alla Lega, e forse viaggia più di lui - ma è raro che lo veda cenare a casa due sere di fila. Quanto alle ferie, i collaboratori sono abituati a sentirlo dire, verso giugno, «quest'anno mi voglio proprio riposare» per poi ritrovarlo il 14 di agosto in ufficio, di ritorno dalla spiaggia di Numana sotto casa, a controllare le email. Basta a spiegare?

Non è più un giovanotto, Bartoli, e qualche segnale che sarebbe meglio rallentare i medici gliel'hanno lanciato, tanto è vero che ha smesso con le donazioni di sangue («Mannaggia mi mancava poco e arrivavo a 150») e ha accorciato le corse in bicicletta, sua unica, grande passione. Ma come si fa. «Quest'altr'anno me ne vado in pensione, e vi saluto tutti», gli sentono ripetere ogni tanto, e fingendo sconcerto faticano a non rispondere «BUM». Come si fa ad andare in pensione da se stessi? Perchè la vera forza di Bartoli, conferma chi lo conosce, è quella di non aver perso in umanità, e di credere che quello che convince non sono i bilanci in attivo o i controlli qualità - che pure sono importanti - ma la relazione, l'esserci sempre. Affogato di impegni com'è, se la mamma di un ragazzo sordocieco lo chiama (e capita spesso) perchè c'è un problema, il tempo di un caffè lo trova. Quando qualcuno lo ringrazia (e capita spesso) si commuove come fosse la prima volta. Alle feste di Natale o di fine anno non manca mai. Di tutti ricorda il nome, di molti le vicende personali. Se deve «sentire qualcuno», usa il telefono e non whattsapp, e per lui «parlare» vuol dire guardare negli occhi una persona. E questo sì, forse spiega.

(Foto di Nicolas Tarantino)

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