Alexander Langer
Anniversari

Alexander Langer e il buco nero della sinistra italiana

1 Luglio Lug 2015 1115 01 luglio 2015
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Sono passati vent’anni da quel lunedì 3 luglio 1995 in cui lo scrittore, politico, pacifista si impiccò ad un albero di albicocco. Ripercorriamo i trent'anni del suo impegno insieme al suo amico Marco Boato, che su di lui ha appena pubblicato il libro “Alexander Langer, costruttore di ponti”. Da Francesco l'Enciclica che sognava

Marco Boato

Sono passati vent’anni da quando Alexander Langer mori la sera di lunedì 3 luglio 1995, impiccandosi ad un albero di albicocco, forse perché sfinito da un impegno durava da almeno trent’anni, for se perché sfiancato dal suo procedere contro ogni banalità e schema, forse perché troppo solo. Una vita breve, ha vissuto meno di 50 anni (49 per l’esattezza), durante la quale ha tuttavia attraversato in modo originale, libero, coraggioso la seconda metà del Novecento. Impressiona la sostanza profetica dei suoi scritti e dei suoi interventi su cui varrà la pena ritornare, per capire il buco nero che ha lasciato la sua scomparsa nella cultura italiana in generale e, in particolare, in una sinistra che ha via via smarrito se stessa e le stesse ragioni della storia. Ne parliamo con un grande amico di Langer, Marco Boato che ha appena licenziato un libro da non perdere perché capace di attraversare e riassumere il percorso umano e politico del leader verde lungo una trentina d’anni. “Alexander Langer, costruttori di ponti”, è il titolo del libro edito dall’editrice La Scuola.

Boato lei è stato amico di Alexander dal 1968 al momento della sua morte, condividendo battaglie, ideali, religiosità, impegno politico
Alex aveva due anni in meno di me, io sono del ‘44 lui era del ‘46, ma abbiamo vissuto una lunga esperienza in parallelo di impegno politico e culturale, lunga anche se Alex è morto volontariamente a soli 49 anni. Mi riferisco all’esperienza del dissenso cattolico negli anni del post Concilio, lui l’ha vissuta a Firenze io a Trento, mi riferisco al 68 tra Trento e Bolzano, lì ci siamo conosciuti, mi riferisco all’esperienza del movimento extraparlamentare Lotta Continua, dal 1970 al 1976, poi all’esperienza di una formazione politica locale tra Trento e Bolzano, Nuova Sinistra e infine all’esperienza dei Verdi che inizia all’alba degli anni 80 e che per Alex si conclude tragicamente il 3 luglio 1995. In tutto questo percorso dal 1968 in poi c’è stata tra noi innanzitutto un’amicizia e solidarietà umana, poi anche politica, culturale e anche spirituale e religiosa. In particolare alla fine del 1982 facemmo un Convegno internazionale a Trento intitolato “Un partito/movimento Verde anche in Italia?” che sta all’origine dell’esperienza verde.

“Costruttore di ponti” si intitola il suo libro e in effetti Alex scriveva in Minima personalia, «sul mio ponte si transita in entrambe le direzioni, e sono contento di poter contribuire a far circolare idee e persone». Langer non si è mai negato a nessun dialogo, lo cercava, sapeva che è nell’incontro che si definisce l’identità che è sempre sostanza in movimento e mai una gabbia.
È proprio così, ed è significativa a questo proposito l’esperienza del suo rapporto con le lingue, non solo il tedesco e l’italiano che Alex conosceva perfettamente, ma anche l’inglese, lo spagnolo, il francese. L’essere interprete e traduttore fu esperienza fondamentale per Alex. Considerava la conquista di una lingua la scoperta di un altro mondo, di un’altra realtà, il superamento dei confini mentali e culturali, parlare un’altra lingua significava per lui poter attraversare le frontiere. Pur nell’espressione di un ininterrotto impegno politico Langer non ha mai voluto abbandonare le sue due principali professioni, l’essere insegnante di storia e filosofia nelle scuole medie superiori (a Bolzano a Merano a Roma) e quella di interprete e traduttore (tradusse per esempio “Lettera a una professoressa” per un grande editore tedesco). Alex del resto non ha mai avuto una concezione totalizzante della politica malgrado non si risparmiasse nell’impegno.

L’essere interprete e traduttore fu esperienza fondamentale per Alex. Considerava la conquista di una lingua la scoperta di un altro mondo, di un’altra realtà, il superamento dei confini mentali e culturali, parlare un’altra lingua significava per lui poter attraversare le frontiere

Marco Boato

Quasi trent’anni di amicizia significano una massa enorme di ricordi e di emozioni condivise. Ne vuole ricordare qualcuna?
È difficile per me rispondere a questa domanda perché ho tantissimi ricordi personali. Ricordi che riguardano le fatiche e le conquiste. Per esempio ricordo una delle sue più persistenti fatiche. Essendo lui riconosciuto, o criticato, come il principale leader carismatico dei Verdi dalla metà degli anni Ottanta in poi, qualcuno arrivò a definirlo come “il profeta verde”, lui viveva anche sul piano personale tutto questo con grande difficoltà, si sentiva quasi ostaggio di questo ruolo che gli veniva cucito addosso, anche giustamente perché leader lo era a tutti gli effetti. Ma soffriva questo aspetto come un peso non voluto, soffriva il sentirsi prigioniero di un ruolo pubblico.

Langer alla Casa della Nonviolenza di Verona

Tra i ricordi ci sono anche, come testimonia il libro, quelli riguardanti le sofferenze di Alex su tante sue battaglie politiche
Ricordo nel 1987 quando Langer sottoscrisse un documento dei verdi fiorentini sulla bioetica in dialogo con il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, allora cardinal Ratzinger che venne ferocemente contestato da sinistra. Ne parlammo e discutemmo a lungo e lo avvertii degli attacchi che poi avrebbe ricevuto. Ma Alex riteneva questo tema fondamentale e per rispondere a questa cascata di critiche il 7 maggio 1987 pubblicò un articolo su Il Manifesto intitolato “Cara Rossanda, e se Ratzinger avesse qualche ragione?”, articolo in cui cercò di far capire al mondo comunista e post comunista quale importanza avesse sotto il profilo della bioetica il dialogo con la Chiesa. Temi, questi che poi Langer svilupperà negli anni successivi come parlamentare europeo. Un altro ricordo doloroso è del 1994, un paio di mesi dopo l’inaspettata vittoria di Berlusconi sulla “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto e dei progressisti, Alex si sentì molto lontano da quell’esperienza dei progressisti italiani, e quando Ezio Mauro su La Stampa lanciò in un editoriale l’idea che per la sinistra fosse venuta l’ora di un “Papa straniero” per rivitalizzare il Pds in profonda crisi dopo la sconfitta (la Chiesa aveva eletto al soglio pontificio il polacco Wojtyla), Alex mi telefonò e nonostante i miei tentativi per dissuaderlo perché si sarebbe tirato addosso un'altra cascata di critiche (ma Alex era uomo coraggioso e intellettualmente libero) per spiegarmi il senso di un articolo che avrebbe voluto fare. L’articolo lo scrisse, lo pubblicò Cuore il 25 giugno 1994, con questo titolo “Voglio quel posto a Botteghe Oscure”. Un articolo bellissimo di cui ricordo solo un passaggio: «Da molte parti si trovano oggi riserve etiche da mobilitare che non devono restare confinate nelle “chiese”, e tantomeno nelle sagrestie di schieramenti ed ideologie. Ma forse bisogna superare l’equivoco del “progressismo”: l’illusione del “progresso” e dello “sviluppo” alla fin fine viene assai meglio agitata da Berlusconi. Per aggregare uno schieramento nuovo e convincente bisognerà saper sciogliere e coagulare, unendo in modo saggio radicalità e moderazione». Bioetica, rigenerazione dei partiti, equivoco del progressismo, come non riconoscere ad Alex una capacità profetica, una libertà e un coraggio unici! L’ultimo ricordo drammatico è del giugno 1995 quando mi telefonò, ero proprio nella stanza da cui ti sto parlando, e mi disse “Marco io vorrei andare a Cannes ha parlare con i vertici dei capi di stato e di governo europei perché io che sono pacifista e nonviolento vorrei proporre un intervento di polizia militare in Bosnia (Sarajevo era sotto assedio da 3 anni, un mese prima a Tuzla, città a cui era legatissimo, ci fu una strage di studenti, vennero uccisi 71 ragazzi e feriti in centinaia). Mi disse in questa ultima telefonata, “Non possiamo stare a guardare”, gli dissi che ero d’accordo e lo incoraggiai anche se era evidente che in tanti lo avrebbero massacrato di critiche. Langer organizzò una delegazione e ottenne il 26 giugno 1995 (pochi giorni prima della sua morte volontaria) di conferire con Chirac che presiedeva l’incontro. Lì presentò il drammatico appello “L’Europa nasce o muore a Sarajevo” e, nell’incontro col nuovo presidente francese Jacques Chirac (il quale, appena eletto, aveva ordinato di riprendere gli esperimenti nucleari militari a Mururoa, sospesi in precedenza da Mitterrand), gli chiese esplicitamente un intervento di “polizia internazionale” in Bosnia. Chirac gli risponde negativamente con una sorta di predica “pacifista”! Alex rimase distrutto da quell’incontro, era molto legato agli amici bosniaci, legatissimo con il sindaco di Tuzla, e subì attacchi molto pesanti anche dal mondo pacifista di cui era un indubbio leader. Alex si diede la morte una settima dopo. Alex davvero era un “costruttore di pace”, non un pacifista ideologico: chiedeva «fare la pace tra gli uomini e con la natura». L’essere uomo di pace e della nonviolenza infatti non gli impedì, gandhianamente, di chiedere un intervento di “polizia internazionale” per porre fine alla tragedia bosniaca.

Langer in missione verso la Bosnia con Claudia Roth

Bioetica, rigenerazione dei partiti, equivoco del progressismo, come non riconoscere ad Alex una capacità profetica, una libertà e un coraggio unici!

Marco Boato

Lei e i suoi amici non avete mai visto segni della sua stanchezza, delle sue amarezze? Segni premonitori di quel tragico giorno della sua morte volontaria la mattina del 3 luglio 1995?
Lo avevamo visto stanco ma no non pensavamo a quello che poi sarebbe successo. Ora a distanza di anni, leggendo i suoi scritti si vedono gli interrogativi radicali su cui Alex cercava risposte che probabilmente non riusciva a trovare. Penso alla bellissima La lettera a San Critoforo del 1990 che già conteneva l’interrogativo radicale: “Dove trovare ancora le energie per fare dopo tante battaglie?”. In particolare qualche passaggio della lettera “Caro San Cristoforo” un’icona che Langer conosceva bene, proprio vicino a casa sua, come in tante Chiese in Alto Adige, c’era la sua raffigurazione enorme, circa 15 metri. Scrive Alex: «Perché mi rivolgo a te alle soglie dell’anno 2000? Perché penso che oggi in molti siamo in una situazione simile alla tua, e che la traversata che ci sta davanti richieda forze impari, non diversamente da come a te doveva sembrare il tuo compito in quella notte, tanto da dubitare di farcela. E che la tua avventura possa essere una parabola di quella che sta dinnanzi a noi? (…) Cosa resterebbe da fare ad un tuo emulo oggi, caro San Cristoforo? Quale è la Grande Causa per la quale impegnare oggi le migliori forze, anche a costo di perdere gloria e prestigio agli occhi della gente e di acquattarsi in una capanna alla riva del fiume? Qual è il fiume difficile da attraversare, quale sarà il bambino apparentemente leggero, ma in realtà pesante e decisivo da traghettare?». Poi nell’articolo su Il Manifesto del 21 ottobre 1992 , in cui conclude con queste parole il suo articolo “Addio, Petra Kelly”, dedicato alla leader verde tedesca, morta in un tragico omicidio-suicidio col compagno Gert Bastian, un ex-generale divenuto pacifista: “Forse è troppo arduo essere individualmente degli Hoffnungsträger, dei portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere».
Interrogativi radicali nonostante i suoi successi politici, nel 1994 fu rieletto a furor di popolo, e la produzioni di saggi bellissimi come il “Decalogo per un tentativo di convivenza interetnica” e “Conversione ecologica” in cui proponeva il motto Lentius, profundius, suavius (“più lentamente, più profondamente, più dolcemente”), formula che Langer proponeva in contrapposizione al motto olimpico Citius, altius, fortius (“più veloce, più alto, più forte”) che era diventato il motto delle sorte magnifiche progressive del capitalismo.

Proponeva il motto Lentius, profundius, suavius (più lentamente, più profondamente, più dolcemente) in contrapposizione al motto olimpico Citius, altius, fortius (più veloce, più alto, più forte) che era diventato il motto delle sorte magnifiche progressive del capitalismo

Marco Boato

Langer incontra Yasser Arafat

Leggendo l’Enciclica “Laudato sì’” di Papa Francesco in tanti abbiamo pensato a Langer. Lei?
Ho pensato che qualche collaboratore di papa Francesco nei lavori preparatori al testo abbia davvero pescato dagli scritti di Alex perché c’è una sintonia persino letteraria. Nell’Enciclica di Papa Francesco ci sono pagine ed espressioni che sembrano scritte da Alex, si usano le sue espressioni, “Conversione ecologica”. Espressione con cui Alex intendeva un fatto spirituale etico, una metanoia, un cambiamento negli stili di vita, dicendo che tale conversione non poteva essere imposta per legge ma bisognava che diventasse socialmente desiderabile, attraente. E poi l’espressione “ecologia integrale”, uno delle chiavi del suo impegno e del suo pensiero. Si pensi al tema della brevettabilità della vita.

Un tema che dalla sua scomparsa è sparito nella sinistra italiana diventando addirittura tabù, a differenza di quanto succede per esempio in Francia, in cui esponenti della sinistra verde come José Bové o Michel Onfray lottano contro la maternità surrogata.
Non posso far dire a Langer cose riferite all’oggi, certo che questi temi sono stati completamente espunti dalla sinistra italiana, a differenza della sinistra in altri Paesi. Pensa che quando ci fu il dibattito sull’aborto al Parlamento europeo, lui che era co-presidente del gruppo, fece un intervento in dissenso con il suo gruppo, dicendo “Noi che lavoriamo per ridurre la violenza, di ogni tipo, e per limitare i nostri abusi verso tutta la biosfera ed in particolare verso ogni forma di vita, perché siamo ben consapevoli dei diritti anche delle future generazioni e degli esseri diversi dagli uomini, non possiamo ridurre la questione dell’aborto ad una più efficiente fornitura di servizi sociali e neanche guardarvi sotto il profilo dei diritti delle donne. Ogni interruzione di gravidanza – che certo dovrà essere decisa in piena autonomia dalle persone direttamente coinvolte, ed in ultima istanza dalla donna – è una scelta estrema, spesso vissuta da chi ne è toccato come una sorta di “legittima difesa”, non di rado contro una prevaricazione o un torto maschile. Non possiamo né sottoporla a vessazioni legali o burocratiche, ma neanche banalizzarla né farne una bandiera di liberazione”. Così come sul tema della brevettabilità delle forme viventi si espresse in questo modo: “Credo che oggi il fronte delle bio-tecnologie e la questione della brevettabilità sia veramente il grimaldello per concentrare il controllo sulla vita in poche mani, che per di più sono economico-industriali. Credo che oggi si possa chiedere a chi è sensibile alla difesa della vita di impegnarsi su questo fronte decisivo”. Una battaglia che dopo una difficile campagna contro la brevettabilità della materia vivente (umana, animale e vegetale) il 1° marzo 1995 riuscì a far approvare a larga maggioranza una risoluzione al Parlamento europeo che vietava tale ipotesi e poneva dei limiti all’invadenza della bioingegneria. Purtroppo il 12 maggio 1998, quella stessa aula del Parlamento europeo, che tre anni prima aveva respinto l’aberrante idea di poter brevettare i viventi, si piegò alla lobby delle multinazionali chimico-farmaceutiche, che avevano (ed hanno) il controllo del settore biotecnologico. Ma questo ad Alex è stato risparmiato.

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