Yunus
Riforma Terzo settore

Yunus: «Per l’impresa sociale serve una legge specifica»

3 Luglio Lug 2015 1752 03 luglio 2015
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Incontro con il padre del microcredito: «Per sviluppare il social business sono necessarie norme ad hoc. Quelle che esistono sono state create per favorire i modelli tradizionali di capitalismo»

Non usa giri di parola il premio Nobel Muhammad Yunus, che Vita.it ha potuto intervistare in occasione dell’incontro organizzato questa mattina da Fondazione Cariplo in cui via Manin ha illustrato il suo impegno sul versante dell’innovazione sociale e dei Mission Connected Investment, circuito in cui l’ente guidato da Giuseppe Guzzetti ha impegnati 521 milioni di euro su un patrimonio complessivo che supera gli 8 miliardi. «Il social business», ha detto rispondendo a una nostra domanda riferita al dibattito sulle legge di riforma del Terzo settore in discussione in Senato, «e quindi l’impresa sociale hanno bisogno di regole e leggi ad hoc, perché quelle che si sono state costruite su misura per quelle imprese che hanno come obiettivo unico, quello di fare soldi, soldi e soldi».

Il padre della Grameen Bank («1,5 miliardi di dollari in prestiti nel 2014, con un tasso di depositi in grande crescita») e del microredito mondiale non si ferma qui: «Noi in Bangladesh siamo nati e cresciuti nonostante una legislazione sfavorevole, e negli Stati uniti, dove contiamo 18 filiali, 8 delle quali a New York, operiamo come una semplice organizzazione non governativa perché per essere riconosciuti come una vera banca occorrono budget che noi non siamo nelle condizioni di coprire».

La visita milanese è stata anche l’occasione per presentare le linee di sviluppo della Grameen. «Noi ha una banca che ha lo stesso obiettivo delle charities, ovvero quello di rendere migliore la vita delle persone, ma noi usiamo uno strumento diverso dalle donazioni a fondo perduto, quello del microcredito. Questo è stato il nostri impegno storico. Oggi però non ci limitiamo a questo. Abbiamo assicurazioni, fondi pensioni, programmi sanitari, housing e di sostegno alla scolarizzazione dei ragazzi, ma la sfida che mi sta più a cuore adesso è quella del lavoro». In effetti negli ultimi tempi la domanda che più si è sentito fare in patria è: «Perché dovremmo impegnare anni nello studio, se poi comunque non abbiamo la possibilità di trovare un lavoro qualificato?» La risposta di Yunus è stata molto pragmatica: «La domanda è sbagliato: aspettare che qualcun altro ti dia un lavoro è un atteggiamento del secolo scorso. Noi hai ragazzi diciamo: hai un buon progetto? Bene se ci convinci, tu metti l’idea e noi il capitale, se poi le cose funzionano, ci restituisce il prestito, così com’era senza alcun tasso aggiuntivo». E a chi gli domanda se questo meccanismo può funzionare anche nelle economie avanzate, ecco come replica: «Come le ho detto, noi lavoriamo negli Stati Uniti. Io non dico che i meccanismi del prestito capitalistico con remunerazione del capitale non vadano bene. Dico che noi offriamo una soluzione diversa. Poi ognuno è libero di rivolgersi a chi vuole».

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