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Caro Renzi, perchè continuare a parlare di riforma delle pensioni?

10 Luglio Lug 2015 1006 10 luglio 2015
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«Con la Riforma Fornero, possiamo dire che l’Italia si sia messa in sicurezza e infatti non è un caso che né il FMI né la Commissione Europea abbiano mai più chiesto all’Italia di inserire tra le riforme strutturali quella delle pensioni». A spiegarlo è l'economista Marcello Esposito che aggiunge: «Per sperare che gli italiani tornino a sopendere gli si garantisca che nessuno riformerà più nulla in tema pensionistico»

La riforma del sistema pensionistico italiano inizia a metà anni ’90 con la famosa riforma Dini. L’Italia non è un paese di scelte radicali e si decise allora di effettuare un passaggio graduale dall’insostenibile sistema retributivo (dove la pensione viene determinata come percentuale fissa della media degli ultimi stipendi) al nuovo sistema contributivo (dove invece il sistema pubblico “simula” il funzionamento di una polizza assicurativa privata e la pensione erogata viene determinata in base ai contributi effettivamente versati). Subito ci si rese conto che il passaggio era troppo graduale, che l’età pensionabile era troppo bassa, … Di riforma in riforma, con qualche passo indietro qua e là, ci sono voluti quasi vent’anni per arrivare infine alla Fornero che mise definitivamente in sicurezza il sistema pensionistico italiano nel 2011.

Da notare che già prima della Fornero, il sistema pensionistico italiano era considerato il più sostenibile a livello dei maggiori paesi sviluppati. In uno studio del FMI, (da cui è tratto le schema qui sotto), si mostra come l’Italia avesse, prima ancora della Riforma Fornero, la migliore performance “pensionistica” tra i paesi avanzati: una spesa per pensioni in percentuale del PIL fosse prevista in riduzione al 2030.

Con la Riforma Fornero, possiamo dire che l’Italia si sia messa in sicurezza e infatti non è un caso che né il FMI né la Commissione Europea abbiano mai più chiesto all’Italia di inserire tra le riforme strutturali quella delle pensioni.

Certo rimangono delle distorsioni, come per esempio alcune pensioni d’oro scandalose non perché ottenute con il contributivo, ma perché ottenute in parte ancora con il vecchio retributivo. Volendo essere “impopolari” esistono dei privilegi “attuariali” a favore delle donne (che hanno speranze di vita superiori a quelle degli uomini), la “reversibilità” dovrebbe essere messa a punto per evitare lo scandalo dei matrimoni di convenienza in tarda età, … Ma a grandi linee siamo a posto. Basti pensare che alla Grecia la Troika ha, di fatto, detto di convergere al modello italiano (unica agenzia tipo INPS, età di pensionamento sopra i 65 anni) entro il 2023.

Quale è il danno invece di continuare a parlare di pensioni? Il fatto che l’incapacità politica di adottare subito la soluzione definitiva abbia protratto per quasi 20 anni l’opera di riforma del sistema pensionistico ha generato una enorme incertezza su quanto si sarebbe potuto ottenere di pensione e soprattutto quando.

Secondo voi quale è stato l’effetto sui consumi e sulla crescita? Non bisogna essere Franco Modigliani, il premio Nobel italiano per l’economia, per capire che il motivo principale per cui le persone risparmiano è per quando non saranno più “abili” al lavoro, cioè per la pensione. Eliminare le certezze sul contributo che si riceverà dal sistema pubblico è quanto di più devastante si possa immaginare per la capacità delle persone di programmare il futuro. Ne è derivato un eccesso di risparmio e di prudenza, le cui conseguenze le constatiamo ogni giorno in Italia con il fallimento di manovre espansive tipo gli 80 euro o la possibilità di liquidare in busta paga il TFR.

Un consiglio (quanti ne stiamo dando in questi mesi?) a Matteo Renzi è quindi il seguente: azzera qualunque dibattito e proposta sulle pensioni. Se bisogna fare dei minimi aggiustamenti, falli ma degradali al livello tecnico depotenziandoli di qualunque portata mediatica. Lascia stare innovazioni belle come quella della flessibilità in uscita, che sono indubbiamente interessanti ma che sono politicamente impraticabili sia in Italia sia in Europa. Lo sappiamo tutti, anche la Merkel, che attuarialmente è semplicissimo ridurre l’assegno pensionistico e mantenere l’equilibrio. Ma politicamente è impossibile resistere alla tentazione di questa o quella lobby. E i casi abbondano già adesso di scelte politiche (equiparazione di genere, reversibilità) che non hanno alcun senso attuariale.

Quindi, meglio non sollevare inutili polveroni, garantire agli italiani che nessuno riformerà più nulla in tema pensionistico e procedere con le riforme dove invece serve veramente e tutto il mondo ci dice che siamo indietro.

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