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Consulta Antiusura: "Pericolo scampato sul Ddl azzardo. Ma vigiliamo"

10 Luglio Lug 2015 1736 10 luglio 2015
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Contro i colpi di coda di chi vuol far rientrare dalla finestra, proposte "azzardate" che la società civile ha messo alla porta, la Consulta Nazionale Antiusura invita a vigilare e lancia un appello: ripartiamo dai punti sottoscritti dalle associazioni: divieto totale di pubblicità, potere a sindaci e regioni, nessun legame tra welfare e azzardo. Una posizione chiara, conto le trappole delle lobby

Pericolo scampato, affermano dalla Consulta Nazionale Antiusura, una delle realtà più attive e credibili sul piano del contrasto all'azzardo legale e paralegale. La Consulta, di cui è segretario Monsignor Alberto D'Urso (nella foto), riunisce associazioni e fondazioni diffuse in tutta italia, impegnate in un lavoro di quotidiana solidarietà. Pubblichiamo il comunicato della Consulta, convinti sia di monito per tutti.

Il testo di riordino delle disposizioni in materia di giochi pubblici ai sensi dell’articolo 14 della legge 11 marzo 2014, N. 23 è ormai non più proponibile. Con il superamento dei limiti di tempo, per l'ambiguo e pericoloso decreto delegato sul gioco d'azzardo di Stato,

si è finora scampato il pericolo di conferire stabilità a un commercio che ha provocato enormi danni: al Paese, alle famiglie, all'economia produttiva e alla legalità.

Nelle quattro "bozze", cioè nelle versioni che il sottosegretario Baretta ha via via fatto circolare dal marzo al giugno scorso, venivano profusi oltre 110 articoli di una "normativa organica" che inquadrava - spesso spingendosi anche oltre i limiti della legge delega - in un unico testo i "giochi senza vincita di denaro" e tutta la galassia di casinò (fisici e on line), slot machine, lotterie, scommesse, poker e VLT, estrazioni "normali" e "super".

Insomma, già l'accostamento dei tornei delle feste patronali con il fiume in piena dell'azzardo pubblico (85 miliardi di euro, 70 milioni di giornate lavorative bruciate alle slot, alle scommesse, ai casinò internet) avrebbe dovuto far comprendere quanto vasta fosse la congerie di trappole, mistificazioni, sviamenti dell'opinione pubblica disseminati nel testo chilometrico delle bozze di decreto.

A un certo punto si era persino paventato l'accollo alle pubbliche finanze dell'enorme debito e deficit dei "quattro casinò" tradizionali (Venezia, Campione, Sanremo e Saint Vincent) davvero "sbancati" dall'inflazione del gioco d'azzardo industriale di massa. Si sarebbero statalizzate le perdite e i contribuenti chiamati a sobbarcarsi il rosso dei bilanci dei casinò!

Quel che colpisce, inoltre, con la lettura delle "bozze" ormai ritirate (e si spera per sempre) è che in nessuna riga vi si faceva uso della denominazione esatta e "naturale": l'azzardo non era mai stato chiamato, negli oltre 100 articoli, con il termine esatto di "gioco d'azzardo", ma con quello falsamente innocente di "gioco pubblico", talvolta "con alea".

Quanto alle Regioni e ai Comuni, vale a dire alle espressioni delle autonomie regionali e locali che si sono nella loro maggioranza proposte di arginare l'azzardo nelle città, la "bozza" si proponeva (ipocritamente, con la motivazione dell’uniformità) di contrastare la pur legittima potestà regolativa e disciplinatrice.

Detto in altri termini: si intendeva inviare un messaggio censorio e discriminante ai Comuni che pur si orientavano in base al principio di sussidiarietà sancito nella Costituzione della Repubblica all'art. 118.

Nessun serio limite peraltro si prospettava per le perniciose e martellanti campagne pubblicitarie, rivolte a promuovere il gioco d'azzardo commercializzato: e questo mentre si facevano balenare consistenti stanziamenti per i servizi di cura, pubblici e privati, senza una correlata politica di riduzione dell'esposizione al rischio di gioco d'azzardo patologico per la popolazione di ogni età, genere, condizione sociale.

Peraltro nel testo ricorreva persino il grottesco lemma di "ludopatia" in luogo di quello più congruo di "gioco d'azzardo patologico" o meglio ancora di "disturbo da gioco d'azzardo". Ci chiediamo a quanta pubblica mistificazione si debba assistere quando un esponente del governo da un lato prospetta impegni finanziari per la cura della "ludopatia" (ecco il lemma preferito dal Nostro) e dall'altro non correla gli impegni della Sanità pubblica con le misure per contrastare l'esposizione al rischio. Per analogia, è come se le misure contro il tabagismo potessero coesistere con la promozione commerciale del consumo di tabacchi lavorati!

Di fronte a tale "inquadramento" la Consulta continuerà a vigilare come in passato in modo fermo che esso non sia riproposto, magari in forma di "stralcio", insinuato in uno dei tanti testi legislativi che saranno emanati anche per materie assai distanti da quelle dell'azzardo.

Quanto alla prossima redazione della Legge di Stabilità per il 2016 ci auguriamo che essa non rappresenti un'ennesima tentazione per colpi di mano, decisioni poco trasparenti e discutibili.

Rinnoviamo dunque l'esigenza di una risposta chiara dell'Esecutivo all'appello in quattro punti delle associazioni rivolto il 2 aprile scorso su pubblicità, prerogative di Comuni e Regioni, estensione alle famiglie dell'art. 14 della legge antiusura (108 del 1996) e contestuale moratoria dei nuovi giochi d'azzardo, chiara responsabilità della tutela della salute pubblica, a carico dello Stato.

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