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Cooperazione internazionale

La Bretton Woods dello sviluppo sostenibile

12 Luglio Lug 2015 1743 12 luglio 2015
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La Comunità internazionale si riunisce ad Addis Abeba (Etiopia) dal 13 al 16 luglio per definire le nuove risorse finanziarie che andranno ad alimentare le politiche di sviluppo da qui al 2030. Un appuntamento cruciale in vista dell’Assemblea Generale dell’Onu prevista a New York in settembre durante la quale i capi di Stato e di governo dovranno adottare i nuovi Obiettivi per lo sviluppo sostenibile che sostituiranno gli Obiettivi del Millennio (MDGs).

Che i tempi siano cambiati radicalmente rispetto al 2000, anno in cui furono adottati gli MDGs – ce lo dice il rapporto commissionato dall’Unione Europea a un pool di think tank e centri di ricerca, tra cui l'ECPDM. Presentato a Bruxelles nel maggio scorso, l’edizione 2015 dello European Report Development suggerisce di adottare un approccio allo sviluppo radicalmente diverso rispetto al passato. “Non è soltanto una questione legata ai tagli finanziari, ma anche al modo con cui i fondi vengono mobilizzati e usati che deve cambiare. Un modo che sarà determinante per il raggiungimento o meno dei nuovi obietti per lo sviluppo”. Da cui la necessità di mettere in piedi rapporti innovativi tra le fonti di finanziarie e le politiche di sviluppo chiamate a contemplare qualsiasi forma di finanziamento da erogare per la lotta contro la povertà e la preservazione del nostro pianeta.

I dati diffusi dal rapporto delineano quattro grandi flussi di finanziamento: gli aiuti pubblici allo sviluppo (APS), gli investimenti privati internazionali, le risorse pubbliche domestiche e i finanziamenti privati locali. A sorpresa, almeno per chi non ha confidenze con il mondo dello sviluppo, dal 2002 al 2011 il peso degli APS (pari a 161 miliardi di dollari nel 2011) è nettamente calato rispetto ai finanziamenti privati internazionali (1.269 miliardi di dollari), le risorse domestiche pubbliche (oltre 1.484 miliardi di dollari) e i finanziamenti privati locali (3.734 miliardi). Il caso del Bangladesh simboleggia questa nuova tendenza con una crescita di "soli" 75 punti percentuali degli APS tra il 2000 e il 2012, contro 280% delle risorse pubbliche domestiche.

Oggi tutti sono d’accordo nel sostenere che l’importanza attribuita agli APS nell’era degli Obiettivi del Millennio appartiene al passato, così come il rapporto donatore-beneficiario (Nord-Sud), che a sua volta verrà sostituito con un approccio basato sulla responsabilità globale in cui ognuno è chiamato a fornire sforzi per uno sviluppo sostenibile. La logica che sottende la nuova agenda è la seguente: lo sviluppo sostenibile è endogeno. Il cerchio virtuoso inizia con l'implementazione di politiche di buon governo, da cui scattano una gestione pubblica e una raccolta delle imposte efficaci, che a loro volta generano risorse pubbliche domestiche in grado di finanziare investimenti umani ed economici necessari per una crescita e uno sviluppo sostenibili. La nascita di questa nuova realtà incita le imprese private a investire, creando impiego e ricchezza.

Per Elly Schlein, eurodeputata del Gruppo dei Socialisti e Democratici e membro della Commissione Sviluppo presso il Parlamento UE, “le risorse domestiche sono e continueranno ad essere la principale fonte di finanziamento per i Paesi in via di sviluppo, ma evasione ed elusione fiscale costituiscono un enorme ostacolo. I flussi di capitale illecito in uscita sono quasi dieci volte il flusso degli aiuti che giungono ai paesi in via di sviluppo”, assicura Schlein, relatrice di un rapporto d’iniziativa sull’evasione fiscale adottato dal Parlamento UE lo scorso 8 luglio in vista della Conferenza di Addis Abeba.

A ruota, il portavoce di Concord Italia, Francesco Petrelli, ricorda che “nel 2010 le imprese con sede nei paesi appartenenti al G7, attraverso la sola pratica del trade mispricing (ovvero lo spostamento dei profitti dello stesso gruppo verso paradisi fiscali o Paesi a più bassa tassazione), hanno di fatto impedito che risorse per circa 6 milliardi di dollari rimanessero a disposizione dei paesi africani”. In questo caso, c’è da chiedersi se il Lussemburgo, che dal 1 luglio ha assunto la presidenza di turno dell’UE e che risulta essere al contempo uno dei paesi più generosi sugli aiuti pubblici allo sviluppo e uno dei più grandi paradisi fiscali al mondo, sia un donatore virtuoso nella lotta contro la povertà.

Al di là dei limiti di ciascun attore dello sviluppo, tutti si chiedono se un accordo per rendere coerente ed efficiente l’utilizzo del tesoro finanziario riservato allo sviluppo verrà raggiunto. A poche ore dall’inizio della Conferenza di Addis Abeba a cui parteciperà Matteo Renzi, un accordo comune non sembra essere stato raggiunto.

Attraverso la voce del Commissario europeo per lo sviluppo, il croato Neven Mimica, l’UE fa sapere che intende rimanere al primo posto nella classifica dei donatori internazionali (con oltre 50 miliardi di euro di finanziamenti erogati ogni anno), “ma che i paesi emergenti devono fare la loro parte, assumendo impegni seri sugli aiuti pubblici allo sviluppo”. Ma da Bruxelles, si teme che Cina, India e Brasile, tanto per citare i più noti, sono più interessati ai rapporti Sud-Sud che all’adesione ad un’agenda globale incarnata dagli SDGs. Per la società civile, che attraverso Concord Europe (la piattaforma delle ong europee) denuncia un’esclusione delle organizzazioni non governative dai negoziati, l’UE non può chiedere agli altri di assumere impegni che gli stessi Stati Membri europei passano il loro tempo a tradire. La promessa fatta negli anni ’70 di destinare lo 0,7% del proprio PIL alla cooperazione è lungi dall’essere stata mantenuta. “A livello globale ci fermiamo allo 0,29%”, ricorda Petrelli, mentre l’Europa non supera lo 0,45%. E le promesse fatte dal Consiglio dei ministri UE per lo sviluppo nel maggio scorso di mantenere l’impegno dello 0,7% sono in realtà vincolati alle restrizioni budgetarie di ogni Stato membro.

In realtà a Bruxelles tira un’aria nuova, dove molti puntano sul ruolo crescente del settore privato che secondo la Commissione europea va stimolata ad investire nei paesi poveri attraverso il meccanismo del blending. Ma gli aiuti pubblici allo sviluppo, benché ridimensionati, non spariranno di certo. Per Roberto Ridolfi, direttore del Dipartimento Crescita sostenibile e Sviluppo presso la Commissione europea (DEVCO), “sarebbe opportuno che questi aiuti fossero riservati ai paesi più poveri”, laddove il settore privato europeo non è ancora del tutto pronto a investire. Non a caso, nelle misure adottate dal Consiglio europeo il 26 maggio, gli Stati membri dell’Ue hanno invitato “la Comunità internazionale a allocare le risorse laddove ce n’è più bisogno, in particolare modo nei paesi meno sviluppati (LDCs) e quelli più fragili”. Per la prima volta, i paesi europei si sono impegnati a riservare collettivamente lo 0,20% del PIL a questi paesi. Ma tra il dire e il fare, si sa, c'è di mezzo il mare. Quello che separa l'Africa dall'Europa è diventato tristemente noto per via della tragedia dei migranti. E se le promesse non verranno mantenute, non solo da parte dell'Europa, ma da tutti (ivi compreso i governi africani che ancora tanto devono fare nella buona gestione delle imponenti risorse domestiche o nella lotta contro la corruzione), il rischio di vedere fallire l’agenda post-2015 sarà altissimo.

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