Scuola
Il commento/2

Ma la scuola non può essere “cambiata per decreto”.

15 Luglio Lug 2015 1359 15 luglio 2015
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La privazione della libertà di scelta nella permanenza nel proprio istituto produrrà effetti deleteri a livello di motivazione individuale. La “reinterpretazione” del concetto di organico funzionale avrà l’effetto immediato di gerarchizzare i docenti. Una regressione culturale inquietante sugli alunni con disabilità. Ma soprattutto, l’aver dimenticato che un sistema che si fonda sulla produzione e lo scambio di beni relazionali, come è la scuola, gli incentivi di mercato non funzionano. Una critica estremanente puntuale e ragionata della Buona Scuola

Maria Grazia Fiore è docente di scuola primaria dal 1997, formatrice e blogger. Ha un dottorato di ricerca in Archeologia e didattica dei beni culturali, una laurea in Scienze dell’Educazione con una tesi in Educazione degli adulti dal titolo Nuovi modelli organizzativi per la scuola dell’autonomia e due Master. Ha due blog, Speculum Maius e L’officina di Jacopo, dove le sue esperienze di insegnante, formatrice e mamma tosta di un ragazzo autistico (è anche vicepresidente e referente regionale per la Puglia dell'associazione Genitori tosti in tutti i posti) si sedimentano in riflessioni e strumenti condivisi.

Qual è nel complesso il suo giudizio sulla riforma?

L'autonomia degli istituti avrebbe dovuto perseguire (almeno nella sua formulazione originaria) flessibilità e decentramento, attraverso la riconfigurazione del sistema pubblico di istruzione come un’organizzazione “a rete”. Questo tipo di struttura è caratterizzata dalla coesistenza della spinta e del supporto strategico dell’agenzia focale (nel nostro caso, l'amministrazione del sistema scolastico a livello centrale e locale) e dalla autoregolazione dei “nodi vitali”, intendendo per tali non solo le singole scuole ma anche le singole unità organizzative e i ruoli professionali delineati al loro interno. L’art.21 della L. 59/97 ha segnato l’inizio di un percorso che già agli albori veniva inquadrato come «lungo e impervio», a causa della mancanza di una visione globale di rete da parte dell’amministrazione e del rischio che questa debolezza nell’orientare la rete educativa comportasse «l’attribuzione intrinseca del ruolo di agenzia strategica ad altri soggetti (ad esempio, la Confindustria, la Regione, il Comune ecc.)» (Butera 1999).

Ritengo che questo intervento riformatore confermi tale debolezza, spacciandola per “autonomia vera” e facendo il grave errore di trattare la scuola come un blocco unico (come se i “tagli riformatori” dei precedenti Governi non avessero avuto effetti differenti e specifici nei diversi gradi scolastici o se questi ultimi non avessero una specifica storia), ignorando (volutamente o per superficialità) gli effetti che 15 anni di autonomia “non governata” hanno avuto sull’identità dei singoli istituti e, di conseguenza, sull’intero sistema pubblico di istruzione, mentre questo veniva progressivamente privato delle risorse necessarie a valorizzare l’autonomia scolastica come mezzo e non come fine.

Lo stravolgimento del concetto di organico funzionale mina alle fondamenta il concetto e l’identità della “comunità professionale” che caratterizza i singoli istituti, dimenticando che le specifiche competenze e conoscenze di questa comunità non stanno nella testa dei suoi membri più esperti, ma nella sua organizzazione e struttura sociale.

Lo stravolgimento del concetto di organico funzionale mina alle fondamenta il concetto e l’identità della “comunità professionale” che caratterizza i singoli istituti, dimenticando che le specifiche competenze e conoscenze di questa comunità non stanno nella testa dei suoi membri più esperti, ma nella sua organizzazione e struttura sociale. L’architettura sistemica disegnata dalla Buona Scuola sembra ignorare tutto ciò che negli ultimi vent’anni è stato scritto sui modelli organizzativi nella società complessa, sull’importanza delle relazioni (che non servono a connettere la struttura ma la rappresentano), sul valore di una visione condivisa per raggiungere obiettivi comuni. Norbert Alter, interrogandosi sulle capacità di innovazione dell’Education National, ha definito tale sistema «un universo in tensione fra tre logiche: quella del corpo insegnanti, quella dell'amministrazione e quella del potere politico. Questa istituzione non può quindi essere confusa con un attore omogeneneo e non può trasformarsi senza una diversa regolazione delle relazioni tra questi tre attori».

Illudersi di eliminare il problema trattando tutti gli insegnanti (“buoni” e “cattivi”) come una massa di bambini riottosi riconducibili sulla retta via solo con la forza, non risolve il problema ma lo peggiora. Ricordiamo la lezione di Crozier: né la società né le organizzazioni possono essere “cambiate per decreto”. Ma in Italia sembriamo ignorarlo.

Ricordiamo la lezione di Crozier: né la società né le organizzazioni possono essere “cambiate per decreto”. Ma in Italia sembriamo ignorarlo.

Peter Senge, docente del MIT, autore di La quinta disciplina: l'arte e la pratica dell'apprendimento organizzativo

Quali sono i due o tre punti specifici che vede più problematici?

«Sin dall'infanzia ci insegnano a scomporre i problemi, a frammentare il mondo. In apparenza, questo procedimento rende più gestibili compiti e argomenti complessi: ma per questo paghiamo implicitamente un prezzo enorme. Non siamo più in grado di vedere le conseguenze delle nostre azioni; perdiamo la sensazione di essere legati a un insieme più grande», dice Peter Senge.

La privazione della libertà di scelta nella permanenza nel proprio istituto è, secondo me, l'aspetto che produrrà gli effetti più deleteri tanto a livello sistemico quanto a livello di motivazione intrinseca individuale. La “reinterpretazione” del concetto di organico funzionale, almeno nella prima fase, avrà l’effetto immediato di gerarchizzare i docenti in stabili e temporanei, dato che difficilmente quelli che conserveranno la titolarità nell'istituto di appartenenza prenderanno in considerazione la possibilità di trasferirsi volontariamente per finire negli albi territoriali. In prospettiva, la valorizzazione del merito (ancora tutta da quantificare e da verificare nella sua concreta attuazione) opererà un’ulteriore gerarchizzazione (secondo criteri che muteranno da scuola a scuola), ottenendo sia un ulteriore effetto disgregativo sulla comunità professionale sia un aumento delle pressioni da parte delle famiglie per ottenere i docenti “di prima scelta”. Non riesco sinceramente a comprendere come si possa pensare che questa struttura piramidale possa aprire le porte a una nuova identità professionale (di cui nessuno nega il bisogno) in un sistema che si fonda sulla produzione e sullo scambio di beni relazionali, per i quali gli usuali incentivi di mercato non funzionano.

Il combinato disposto di questi tre elementi dispiegherà effetti specifici a secondo dei singoli istituti e del grado di scuola considerato ma, a livello generale, amplierà le difficoltà percepite dai singoli (si pensi a quanto evidenziato dagli esperimenti di Lynne Zucker sulla trasmissione di cultura), con tutto ciò che ne conseguirà in termini di governabilità del sistema.

Lynne Zucker, Professor of Sociology and Public Policy, Director for the Center for International Science, Technology and Cultural Policy

Cosa si poteva fare meglio o di più?

In primo luogo ricordarsi che i problemi di oggi derivano dalle soluzioni di ieri (nel nostro caso dai tagli di ieri). Dove e come sono stati fatti questi tagli? Che effetto hanno prodotto? Dove hanno creato gravi compromissioni nell'offerta formativa? Da qui, decidere l'allocazione ragionata delle risorse secondo delle priorità strategiche. Questo non avrebbe impedito la copertura dei posti vacanti (rimandata sine die per ragioni di bieco risparmio con grave danno di quell'utenza che tutti dicono di voler tutelare) né la creazione di nuovi posti in cui collocare gli aventi diritto. Come si può innovare un sistema in sofferenza senza intervenire prima sulle cause strutturali che la determinano? Non si debella “l’impiegativizzazione” dei docenti (per usare un termine caro a Confindustria) trasformandoli in un bacino di risorse “a chiamata”. Si continua a ragionare per discipline, specialisti, ore di lezione... Si contribuisce ulteriormente alla superfetazione di figure e interventi, che devono poi essere faticosamente ricomposti sul campo in tempi sempre più ristretti. Ecco, io mi sarei occupata prima di tutto di questi aspetti, che penalizzano pesantemente la qualità dei processi di insegnamento/apprendimento.

Non si debella “l’impiegativizzazione” dei docenti trasformandoli in un bacino di risorse “a chiamata”

Una delle aree in cui si andrà a mettere mano con la delega al Governo è il sostegno, anche se già ora con il concorso dedicato si crea un percorso totalmente separato da quello della cattedra curricolare: come la vede?

La storia dell’inclusione nella scuola statale è costellata da buone intenzioni e troppi compromessi. L’utilizzo spregiudicato dei posti su sostegno per riconvertire personale sovrannumerario da parte dell’Amministrazione fa il paio con quello di chi lo ha visto solo come una scorciatoia per ottenere un posto di lavoro (docenti) o per ottenere risorse aggiuntive (dirigenti scolastici). L’indebolimento della cultura dell’inclusione (anche nei gradi scolastici quale è il mio, mediamente più inclusivo degli altri) è il frutto di un disimpegno generale nell’attuazione della L. 104/92, che ha scaricato sulla scuola statale il compito di sopperire anche a tutto ciò che l’extra-scuola non fa. Una maggiore formazione è necessaria per tutti - dirigenti, docenti curricolari e specializzati - così come lo è garantire un livello “dignitoso” di continuità didattica. La separazione delle carriere in sé, non è garanzia di nulla ma non si può negare la necessità di una maggiore specializzazione per patologie complesse. Quello che andrebbe evitato è piuttosto il rischio di una medicalizzazione del sostegno che stravolgerebbe il ruolo del docente specializzato, risucchiandolo nell'alveo del socio-sanitario.

Sul sostegno, la separazione delle carriere in sé non è garanzia di nulla ma non si può negare la necessità di una maggiore specializzazione per patologie complesse. Quello che andrebbe evitato è piuttosto il rischio di una medicalizzazione del sostegno

C’è questo rischio di medicalizzazione?

A tale proposito, mi lascia interdetta «la revisione delle modalità e dei criteri relativi alla certificazione, che deve essere volta a individuare le abilità residue al fine di poterle sviluppare attraverso percorsi individuati di concerto con gli specialisti... che partecipano ai gruppi di lavoro per l'integrazione e l'inclusione o agli incontri informali». Un salto nel passato per ciò che riguarda la terminologia, che ripropone una concezione valutativa e in termini negativi (ciò che rimane e non ciò che è) della persona con disabilità, che sembra ignorare il salto concettuale nella definizione di disabilità determinato dalla promulgazione (datata 2001!) dell’International Classification of Functioning, Disability and Health (ICF). Il focus torna sulla menomazione dell’individuo e non sul rapporto tra la sua condizione di salute e i fattori ambientali che hanno impatto sulle prestazioni individuali in un determinato contesto. È una regressione culturale inquietante, che mi auguro caldamente venga sconfessata dal decreto legislativo.

Personalmente non mi sono mai sentita tanto umiliata come docente, trasformata in un potenziale «commesso viaggiatore dell’offerta formativa» Quando si viene privati di quella che Hirschman ha definito voice, non resta che l’exit...

Poste tutte le criticità, gli errori di contenuto, metodo, forma e comunicazione che possono essere stati fatti, ora c'è bisogno di ricoinvolgere i docenti, perché evidentemente la riforma della scuola non cosa che si fa con una legge ma una prassi quotidiana. A che condizioni è possibile?

La frattura è talmente grave che non so risponderle. Personalmente non mi sono mai sentita tanto umiliata come docente, trasformata in un potenziale «commesso viaggiatore dell’offerta formativa». Quando si viene privati di quella che Hirschman ha definito voice, non resta che l’exit... È una questione di valori e, in questo campo, la teoria dell'homo oeconomicus è sempre stata perdente.

Photo by Matt Cardy/Getty Images

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