88 Bengazi, Libia, 2011
Rivoluzioni Spa

Paesaggi di una guerra totale. Intervista con Alfredo Macchi

20 Luglio Lug 2015 1718 20 luglio 2015
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Nel 2010, la Tunisia fu il terreno d'innesco della "Primavera araba". Oggi è diventata l’obiettivo chiave dei fondamentalisti. Nello scenario delle guerre globali, ogni potenza - compresa quella del terrorismo dell'Isis - gioca la propria partita. I media fanno oramai parte di questa guerra

Con la caduta dell’Unione Sovietica e la fine dell’equilibrio tra potenze - osservava un critico attento come Paul Virilio - è scomparsa anche la nozione classica di guerra, sostituita da conflitti locali permanenti che hanno l’obiettivo di seminare il panico nelle grandi città. La nozione di "grande guerra classica", quella che, secondo i dettami del generale prussiano von Clausewitz, altro non sarebbe che "la prosecuzione della politica con altri mezzi" non esiste più, si è dissolta. E questa dissoluzione, ribadiva Virilio, "ha condotto il nostro mondo direttamente tra le braccia del terrore, del disequilibrio terrorista e della proliferazione nucleare che, purtroppo, impariamo a conoscere ogni giorno di più".

Chi si muove sul terreno di questo caos permanente che talvolta chiamiamo guerra, talvolta chiamiamo pace, è sicuramente Alfredo Macchi, inviato di guerra per le testate Mediaset, giornalista ma anche fotografo, autore del recente War Landscapes edito da Tempesta editore e di un saggio importante, Rivoluzioni Spa (Alpine Studio, 2012. Lo abbiamo incontrato.

UN LUNGO INVERNO ARABO

Una terra di nessuno, in mano a bande di criminali. Oggi la Tunisia ci viene descritta così, eppure, solo cinque anni fa era considerata dai media europei l’epicentro di un cambiamento epocale. Lei è stato tra i pochi a sollevare dubbi fin da allora, raccogliendo fonti e documenti a supporto di questi dubbi in Rivoluzioni Spa. Che cosa è successo?

Ho seguito le Primavere arabe per tutti i telegiornali Mediaset. Ovviamente, la televisione ti permette di raccontare in tempo reale quello che accade. Ma poi, bisogna andare in profondità, capire che cosa si muove – se qualcosa si muove – nel retroscena. E in effetti, c’erano alcune cose che non quadravano e andavano approfondite. Era evidente fin da allora, ad esempio, che sulla rivolta partita da gente che chiedeva più libertà, più democrazia, più diritti, si erano inseriti tutta una serie di meccanismi e personaggi inquietanti.

Per esempio?

Per esempio tanti Paesi del Golfo Persico, che hanno cominciato a finanziare e assistere alcuni gruppi che volevano portare al potere. Ma anche la stessa rete internet, dove assistevamo a messaggi, proclami, dichiarazioni, insomma tutto l’ambiente dei social network che ha spinto qualcuno a parlare di “twitter revolution”, in realtà veniva in gran parte orientato e organizzato da fuori, rispetto ai Paesi delle rivoluzioni. Organizzazioni e partiti che avevano persone abituate a lavorare sui social media hanno approfittato della situazione per spostare una rivolta di piazza in nella direzione che loro volevano. E così, quasi tutte le elezioni seguite alle “primavere arabe” sono state vinte da movimenti organizzati, come i Fratelli Musulmani o altre organizzazioni salafite, comunque ber strutturate e finanziate. I giovani di Tunisia, Egitto, Yemen non avevano queste capacità e sono così rimasti al margine dei giochi politici e, oggi, sono completamente tagliati fuori da quei giochi. Le loro richieste sono rimaste quasi sempre inascoltate.

Sacrificare vecchi amici come Ben Alì, Mubarak, Saleh e tradizionali nemici, come Gheddafi e Assad, in nome del libero mercato, è una scelta obbligata per Washington. Un cambio di rotta, per gli Stati Uniti, nei confronti dei loro tradizionali alleati, non privo di rischi...

Alfredo Macchi, "Rivoluzioni Spa" (Alpine Studio, 2012, p. 263)

Nelle scorse settimane, dopo gli attentati del 26 giugno a Sousse, località turistica a 140 km da Tunisi, che sono costati la vita a 38 persone, lei si è recato in Tunisia. Che cosa ha trovato?

Ho trovato conferma di tutto quello che dicevamo pocanzi. Sono stato a Qayrawan, la quarta Città Santa dell’Islam dove viveva il terrorista che ha fatto la strage di Sousse. Terrorista che, secondo le autorità tunisine, aveva costruito un vero e proprio centro terroristico. Ho parlato con l’imam della più antica moschea del Maghreb e l’imam sa che cosa mi ha detto? Mi ha detto: “Noi siamo qui da qualche migliaio anni, siamo sempre stati pacifici, ma da 4-5 anni arrivano predicatori finanziati dai Paesi del Golfo Persico, aprono le loro moschee e manipolano i giovani, spingendoli a azioni brutali come questa”. Questo fa capire che i giochi di potere stanno spingendo verso un wahhabbismo che cerca di conquistare una leadership nel mondo musulmano, in termini sempre più antioccidentali e jihadisti.

Questa cosa l’avevamo vista anche nei Balcani, con una sorta di colonizzazione ideologica e di innesto di predicatori venuti dai Paesi del Golfo Persico… Il modello sembra quello della balcanizzazione dell’area. Questa è l’impressione che ne ricavo da osservatore esterno…
La guerra in Bosnia ha portato alla nascita di gruppi terroristici che hanno operato in giro per il mondo. Si è creata una sorta di internazionale della jihad pronta a combattere e a passare all'azione ovunque se ne presentasse l’opportunità. In questo senso il legame può essere corretto.

L’area del Nord Africa sembra destinata a un caos permanente, altro terreno fertile per innescare processi che nessuno sa bene dove andranno a finire…

Questo caos l’abbiamo già sotto i nostri occhi in Libia. Quella Libia che non è riuscita a tenere in piedi uno Stato dopo la rivolta contro Gheddafi, oggi è campo d'elezione per l’Isis e per tanti gruppi che si richiamano all’Isis, perché questo solo fatto di richiamarvisi conferisce potere, prestigio e paura. Ciò che più conta, però, è che qualsiasi gruppo ha campo libero, non c’è più un’autorità che riesca a fermali. Piano piano stanno conquistando terreno. Secondo me sta succedendo questo: dopo le “primavere arabe” sono stati cancellati tutti i Paesi eredi del nazionalismo arabo e della decolonizzazione. Paesi che avevano in qualche modo cercato di tenere e sostenere delle Costituzioni laiche e o non religiose. Parliamo di Siria, di Iraq, di Tunisia, di Egitto. L’unico Paese che sta resistendo è, appunto, la Tunisia. La Tunisia non si è ancora voluta piegare all’introduzione della shari’a e, poi, l’Egitto, dove però c’è stato un colpo di Stato e una repressione durissima. A lungo termine, probabilmente, la “soluzione” egiziana si potrebbe rivelare tragicamente infelice. Le repressioni militari rafforzano quanti sono pronti a prendere in mano le armi. La Tunisia è dunque, oggi, l’obiettivo chiave, proprio perché ha resistito all’ondata fondamentalista antimoderna.

MEZZI SENZA FINI

Questa torsione tra mezzi e fini era evidente già in Serbia, dove “Otpor!”, un movimento studentesco di protesta contro il regime di Milosevic fondato da Srdja Popovic, si è trasformato prima in un partito politico – con scarsi risultati – poi in un’agenzia transnazionale di consulenza. Oggetto della consulenza: come far crollare i regimi (e non solo quelli) servendosi di un mix potentissimo di nuova comunicazione, retorica non violenta e simbologia profonda. Forse la coda lunga di "Otpor!" la possiamo vedere anche nelle Primavere arabe…

Su questo fronte non arriveremo mai a una verità. La mia impressione è che alcune azioni di piazza, con l’uso dei media – questa è la vera novità: usare media e social media per rovesciare i regimi - siano tecniche e tattiche applicate prima in Serbia, poi in altri Paesi che hanno funzionato e sono state esportate là dove serviva. Probabilmente gli americani hanno esportato questi metodi, cercando di insegnarli ai giovani. Però sono tecniche che l’Isis ha sposato alla grande.

L’assioma di McLuhan “il mezzo è il messaggio” vale, credo, anche per loro…

L’operazione mediatica dell’Isis è sofisticatissima, al limite dell’incredibile. Utilizzano una tecnica di montaggio e ripresa che va oltre Hollywood. Ma a parte questo, è un tipo di comunicazione che si riferisce a più target contemporaneamente, mandando quindi un messaggio diverso a pubblici diversi. Riescono a ottenere più finanziamenti, a far arruolare i giovani, a spaventare i nemici, a seminare il panico in Europa. Riescono a fare una serie di cose che, però, a conti fatti, conducono sempre lì: alla guerra di civiltà. Loro puntano a questo. Puntano alla mobilitazione totale e permanente.

Abbiamo dato il modello loro il modello di comunicazione, ma poi?

Oramai è appurato che l’Isis è nato grazie alle armi, al reclutamento e al finanziamento di alcuni Paesi della Penisola araba. La grande intenzione di questi Paesi era rovesciare Assad in Siria. Hanno così finanziato dei gruppi, che già esistevano in Iraq, e si sono spostati in Siria. Li hanno aiutati a trasferirsi e a far arrivare molti combattenti che provenivano dalla Libia o dalla Tunisia e si sono trovati tra le mani un mostro fuori controllo. Ultime indagini rivelano che anche la Turchia è stata parte di questo meccanismo. Ci sono prove che camion di servizi segreti turchi portavano armi in Siria, facilitando il passaggio alla frontiera per tutti coloro che volevano andare a combattere con l’Isis. Purtroppo, siamo sempre al solito punto: ogni potenza si gioca la sua partita per destabilizzare i Paesi che vuole conquistare e se la gioca sulla testa della gente.

"Otpor!". Il pugno chiuso stilizzato di “Otpor!” e le sue molte varianti

La forza di queste agenzie che orientano, anche simbolicamente, le rivolte risiede poi nel fatto che ben pochi tra i commentatori e gli opinion makers si recando davvero sul posto. Funzionano come gli “pseudo-ambienti” di cui già parlava Walter Lippmann. Sono filtri tra la realtà e chi è deputato a fornire orientamenti su quella realtà…

Sul luogo bisogna invece andarci. Più di un anno fa sono stato in Kurdistan, nella parte turca del Kurdistan. Già allora i curdi raccontavano che la Turchia stava aiutando militarmente l’Isis. Dodici mesi dopo è uscita la famosa inchiesta dei giornalisti turchi che confermavano questa verità. Voglio dire: chi è sul posto, le cose le vede e le sa, c’è poco da fare. È poi difficile per tutti capire i grandi schemi di queste guerre per conto terzi o per terza persona. Sono intricati, ostici, perché poi le azioni sono condotte da gruppi che è difficile ricondurre in linea diretta a un Paese piuttosto che a un altro. Tutto è molto complesso, in un mondo – quello dei media – che tende sempre più alla semplificazione. Ma senza complessità, senza toccare questa complessità, il mondo stesso scompare.

War Landscapes (Tempesta editore) di Alfredo Macchi

PAESAGGI E PASSAGGI

Lei ha recentemente pubblicato un libro di fotografie in bianco e nero, War Landscapes, paesaggi di guerra. Per decenni, lo sguardo sulle guerre è stato quello fotografico. Oggi, però, questo sguardo sembra soppiantato dall’ipertecnicizzazione, dai montaggi televisivi, dalla rapidità e dalla seduzione pornografica esercitata dalle immagini di guerra (che siano dell’Isis, poco importa, se a diffonderle siamo poi tutti quanti noi…). Perché ha scelto di tornare a questa forma di sguardo?

Io lavoro in televisione e la televisione, a tutt’oggi, è il mezzo più rapido e veloce per fornire informazioni e immagini a supporto di queste informazioni. Siamo però bombardati da immagini televisive di decapitazioni, autobombe che esplodono, video ripresi dai terroristi… Ma questa è tutta propaganda.

Le guerre vere, oggi, riusciamo vederle molto poco. Perché le guerre vere le fanno i droni dal cielo, le squadre speciali di notte, nelle regioni dove i giornalisti non possono andare. Noi vediamo molto poco della guerra.

Io, in questi quindici anni, ho scattato moltissime fotografie di guerra: gente disperata, feriti, soldati che combattono, folle che urlano… Per questo lavoro ho invece voluto fare una cosa diversa, ho scelto fotografie che colgono momenti in cui ho scattato fotografie per me stesso. Inviato il mio servizio, posata la telecamera, fatto insomma il mio lavoro, scattavo fotografie per me, perché magari mi trovavo in condizioni che emotivamente mi coinvolgevano. Quasi senza figure umane, di paesaggi e silenzio. Ho capito che questo poteva essere un modo per riflettere sulle guerre in generale, staccandosi dal singolo conflitto, dalla singola battaglia, dalla singola ragione. Staccandosi dal gioco delle parti, volevo riflettere sulla guerra, su come distrugge le città, su come cambia i paesaggi, su come paghiamo le conseguenze di quello che stiamo facendo…

E il bianco e nero? Di contro all’iperealismo dell’Isis…

Sono nato nel 1967 e nella mia visione di vita la guerra era in bianco e nero. Così ce la mostravano le immagini di allora e così abbiamo imparato un certo distacco, dalla tremenda urgenza del sangue. Ho fatto una scelta di questo tipo: raccontiamo con dei paesaggi, senza l’azione, senza il dolore. Raccontiamo le conseguenze della guerra. E se vuoi mostrare una le conseguenze di una guerra, devi dar modo alla gente di pensare. Il bianco e nero è una delle condizioni che permettono di creare quello spazio, tra noi e le cose, dentro cui non ci si infila qualche mediazione, ma penetra il pensiero.

Come spettatori, siamo abituati ad avere una visione troppo ravvicinata e schiacciata sulla retina. Anche dal punto di vista temporale, ci ritroviamo schiacciati dall’urgenza dell’istante e dalla cronaca. Qui, però, lei, che pure sulla cronaca di guerra lavora, mostra un’altra esigenza. Direi che nel bianco e nero di questi paesaggi da dopo-bomba si dispiega una precisa etica del tempo…

In questi scenari di guerra mi sono mosso sempre per i canali per cui lavoro. Sempre di corsa si arriva, si lavora, si monta, si manda il servizio. Già quando si fanno degli speciali e degli approfondimenti, cerco di andare un po’ più a fondo. Ma anche nella “cronaca”, il mio modo di lavorare è sempre stato poco legato alla cronaca della battaglia o alla comunicazione del generale che racconta di quale promontorio o villaggio ha conquistato. Io ho sempre cercato di guardare in basso, anche quando devo parlare di soldati ne parlo come di uomini, persone cariche di paura e timori. Mi interessa poco chi sta conquistando cosa, questa è la cronaca dei bollettini, modellata dagli Stati Maggiori della Difesa.

Afghanistan, una fotografia di Alfredo Macchi

Questi bollettini ti raccontano di obiettivi militari colpiti, ma poi – e mi è capitato di andare a verificare – se ti rechi sul luogo di quegli obiettivi “militari” scopri storie molto diverse da quelle che ci vengono raccontate. Io credo che questo sguardo diverso sia necessario portarlo ovunque e portarlo sempre con noi, anche se poi siamo costretti a piegarci a una temporalità che non sembra permettere troppe riflessioni ma richiede solo empatia, positiva o negativa. Eppure, qualche breccia è possibile aprirla.

Costruire pezzi con quello che si trova in rete o copiando qualche agenzia di stampa sarebbe più comodo e semplice...
Senza dubbio, ma guardare le cose e recarsi sui luoghi cambia completamente ciò che restituisci al tuo pubblico. Copiare, incollare, prendere per buono tutto non è sufficiente per capire le cose. Io, in ogni mio servizio, cerco di mettere meno possibile l'emozione in sé. Sono stato uno dei primi giornalisti a entrare a Sirte dopo la morte di Gheddafi. Le strade erano piene di cadaveri, ma non le ho mai riprese. Erano immagini fuorvianti che ti portavano altrove. Oggi, invece, credo occorra aspettare che cada quella nuvola di polvere che si solleva dietro ogni episodio di cronaca, per cercare di raccontare che cosa davvero c'è dietro, che cosa davvero cambia nella storia. Tanta polvere, non ci fa fare un passo. Il significato delle cose è oltre quella polvere. Altrimenti cadiamo nella logica perversa che l'Isis ci ha ributtato addosso. La propaganda non si combatte con la propaganda. Serve un altro sguardo. Se un giornalista serve a qualcosa, allora deve raccontare - con i mezzi che ha, servendosene al meglio - ciò che non emerge in quello che vogliono farti vedere. Sapesse quante volte ho trovato immagini o storie che erano palesemente dei falsi, c'è anche un mercato che fiorisce su questo. Dobbiamo verificare e verificare senza sosta. Ma se il giornalismo ancora serve, serve per farci guardare dietro la scena, non per farci danzare come ballerini di fila.

Sul singolo fatto, ma anche sull'insieme. Lo scenario lo dobbiamo conoscere, per non farci condizionare, cosa che lei ha fatto in Rivoluzioni Spa.
Senza avere mai certezze. Avanzando domande e, soprattuto, quelle domande che noi stessi ci poniamo. Se le risposte non arrivano, le domande comunque ci servono per aprire nuove domande. Chi crede di avere risposte per tutto cade nel complottismo, che è solo l'altro lato - il lato inconsapevole, intendo dire - della propaganda. Ma se vogliamo fare il nostro mestiere, dobbiamo guardare le cose così come sono, non come ce le danno ad essere.

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Immagine di copertina: Sirte, fotografia di Alfredo Macchi

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