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Laboratori

Un'accademia di scherma per combattere l'autismo

27 Luglio Lug 2015 1542 27 luglio 2015
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Nascerà a settembre a Roma, da un'idea di Luigi Mazzone, ex atleta, mental coach della nazionale di scherma italiana e neuropsichiatra dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. «Ai genitori dico: cercate più attività sociali e state meno sui social»

Nasce la "Piccola Accademia di Scherma" per ragazzi autistici. Gli allenamenti inizieranno ad ottobre a Roma, in uno spazio messo gratuitamente a disposizione da don Francesco, presso la parrocchia di Nostra Signora di Coromoto. Si parte con otto ragazzini, un istruttore nazionale e una psicologa. L’attività sarà completamente gratuita, finanziata nelle attrezzature come nel personale da Progetto Aita, la onlus fondata da Luigi Mazzone, neuropsichiatra dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma: «È un inizio, ho sempre ritenuto che l’aspetto sociale sia cruciale. Lo step successivo sarà costruir due servizi, uno per i ragazzini ad alto funzionamento e uno per quelli a funzionamento più basso. E ovviamente inserire nei corsi ragazzi normotipi, come già accade nei summer camp dell’Associazione». Questa estate ai summer camp di Aita onlus hanno partecipato poco meno di 200 ragazzi, con riscontri molto buoni in termini di inclusione.

Mazzone ha un passato da schermidore: per dieci anni ha gareggiato in nazionale ed è appena tornato da Mosca, dove ha seguito la trasferta per i Mondiali 2015 della nazionale italiana di scherma nelle vesti di mental coach. «La scherma è divertente, e da anni sono convinto che i ragazzi debbano comunque essere impegnati in attività sociali che a loro piacciano», spiega. Perché la scherma? «Come tutti gli sport di combattimento ha importanti risvolti metacognitivi: rafforza la percezione dell’altro, insegna a leggere i movimenti dell’avversario, a comprenderne gli stati d’animo e a distinguere i movimenti potenzialmente minacciosi, insegna la strategia». Le spade non sono un elemento di rischio? «Ma no, perché? All’inizio le useremo in plastica, poi una volta che i ragazzi avranno imparato che la spada si prende solo dopo aver indossato la maschera non vedo perché no, soprattutto con i ragazzi ad alto funzionamento», dice Mazzone.

Il dottor Mazzone – che nei mesi scorsi ha pubblicato anche “Un autistico in famiglia” - è consapevole che questa esperienza sarà «una briciola», ma è assolutamente convinto che queste attività sociali siano fondamentali per i ragazzi con disturbi dello spettro autistico: «Se medici e genitori passassero meno tempo ai computer e sui social network e si dedicassero di più a mettere in piedi attività di questo tipo, sarebbe più utile. Capisco che le famiglie abbiano bisogno di uno sfogo, ma i social network diventano il luogo dove i genitori affogano le proprie frustrazioni in un meccanismo anche pericoloso, in cui le cose si autoalimentano senza alcuna mediazione di un moderatore».

L’ultimo esempio con una ricerca su selettività alimentare e autismo, realizzata al Bambino Gesù e presentata lo scorso 21 luglio. La selettività alimentare è un problema rilevante tra chi è affetto da autismo e uno su due seleziona gli alimenti in base a forma, colore e consistenza, rendendo il pasto un momento difficile. Ci sono bambini che mangiano solo cibi rossi o verdi o gialli. Oppure ragazzi che si rifiutano di mangiare se gli alimenti non sono disposti sul piatto secondo uno schema preciso. Quello dei ricercatori di Neuropsichiatria Infantile dell'Ospedale Bambino Gesù è il primo studio specifico a indagare le differenze tra bambini autistici con selettività alimentare e senza selettività. Racconta Mazzone: «
Dallo studio è emerso che non esistono differenze cliniche o comportamentali tra i bambini autistici selettivi e non selettivi. Il rifiuto di alcuni o di molti cibi, quindi, non accresce né è determinato dalla gravità della patologia. Quello che cambia significativamente è invece la percezione che i genitori hanno della gravità della malattia del figlio: a parità di condizioni cliniche, i bambini selettivi vengono ritenuti più problematici rispetto a quelli non selettivi e per questo motivo vengono trattati in modo diverso. Per noi significa che lavorare sulla selettività può alleggerire di molto la fatica vissuta dalla famiglia. Sui social sa qual è il messaggio che è girato? “Ecco, è sempre colpa di noi genitori!”. Non è affatto così, ma sui social ognuno interpreta a modo suo».

Foto KIRILL KUDRYAVTSEV/AFP/Getty Images

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