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Crisi

Becchetti: «Meglio Obama e Yallen che Schäuble e Juncker»

28 Luglio Lug 2015 1229 28 luglio 2015
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Il tasso di disoccupazione in Italia resterà alto nel medio termine e ci vorranno 20 anni per tornare ai livelli pre-crisi. A dirlo è il Fmi. Per l'economista dell'università di Roma Tor Vergata, «sarebbe stato meglio per noi essere il 51esimo stato americano»

Leonardo Becchetti

Nel rapporto sull’Eurozona del Fondo monetario Internazionale si legge che il tasso di disoccupazione in Italia resterà alto nel medio termine e ci vorranno 20 anni per tornare ai livelli pre-crisi. L’alto tasso di disoccupazione giovanile nell’Eurozona potrebbe danneggiare il potenziale del capitale umano e dar luogo a una «lost generation». «Nonostante i recenti miglioramenti - sottolinea il Fondo - il tasso di disoccupazione rimane sopra l’11% nell’area euro e vicino al 25% in Grecia e Spagna. La quota di disoccupazione di lungo termine continua ad aumentare, accrescendo i rischi di un’erosione delle capacità». Insomma un quadro a tinte foschissime cui si aggiungono i dati allarmanti della borsa di Shangai. Ne abbiamo parlato con Leonardo Becchetti, docente di economia all'Università di Roma Tor Vergata.

Da dove arrivano i dati del Fmi?
L'Fmi calcola, basandosi su questi tassi di crescita e su questa dinamica dell'economia europea, la capacità di creare nuovi posti di lavoro. E ha ragione. Era meglio essere il 51esimo Stato americano. In Europa paghiamo dal 2007 ad oggi una differenza politica enorme rispetto agli Usa. La Banca Centrale americana ha deciso, allora, che il primo punto della propria strategia era abbattere la disoccupazione. Hanno avuto economisti illuminati come Ben Bernanke e Janet Yellen. Noi invece abbiamo funzionari come Wolfgang Schäuble e Jean-Claude Juncker. Paghiamo questa mancanza di lungimiranza e una buona quota di egoismo tedesco.

È una situazione reversibile?
È reversibile. Finora esistono solo le opzioni A e B. Cioè l'austerità, che è come usare ancora salassi e sanguisughe per curare le malattie, e l'uscita unilaterale dall'euro. Noi invece dobbiamo lavorare per le opzioni C e D. La prima è un Europa diversa con una politica economica espansiva e l'armonizzazione fiscale. La D invece è avere un piano concordato per cui i paesi dell'eurozona costruiscano, nel caso il piano C non funzioni, un assetto diverso, magari a più valute. Una possibilità per altro avanzata dalla stessa Germania.

Crede che sia possibile andare verso questa direzione?
Sembra che Padoan l'abbia capito. Nell'ultima intervista al Financial Times ha detto tutto quello che chiediamo nel nostro appello. Tra cui queste opzioni.

Per quello che riguarda Shangai invece dobbiamo essere preoccupati?
Al contrario dovremmo essere contenti del calo della borsa cinese. Una borsa generalmente dovrebbe crescere al massimo dell'8% l'anno. Quella cinese era cresciuta di più del 100% da inizio anno. È chiaro che si deve scendere da queste percentuali, se vogliamo una situazione normale. Certamente sarebbe meglio una discesa morbida e controllata piuttosto che vertiginosa. Ma non ha senso pensare che possa funzionare una borsa crescendo a quei livelli, è chiaro che genera bolle speculative. Probabilmente alcuni operatori falliranno. Ma tutto sommato una borsa cinese normalizzata è un bene per tutti.

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