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Sclerosi multipla, 3 su 10 costretti a cambiare lavoro

31 Luglio Lug 2015 0947 31 luglio 2015

Come continuare a lavorare dopo la diagnosi? Stabilità del team di lavoro, giusta temperatura dell’ambiente, possibilità di lavoro flessibile: cose ragionevoli, che però possono evitare la rinuncia al lavoro da parte di persone con SM. Ecco la prima ricerca in merito

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AISM © Luca Loiacono Palermo
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Come continuare a lavorare dopo la diagnosi? Stabilità del team di lavoro, giusta temperatura dell’ambiente, possibilità di lavoro flessibile: cose ragionevoli, che però possono evitare la rinuncia al lavoro da parte di persone con SM. Ecco la prima ricerca in merito

La sclerosi multipla, che spesso viene diagnosticata nell’età giovanile, ha un forte impatto sulle abilità lavorative di una persona. La riduzione della capacità lavorativa però rende necessario diminuire tempi e modi dell’attività professionale e di conseguenza aumenta il rischio di guadagnare meno e obbliga talora ad andare in prepensionamento. Uno studio condotto da AISM analizza per la prima volta tutti i fattori che ostacolano o facilitano l’inserimento e il mantenimento del lavoro anche dopo la diagnosi di SM. La ricerca è stata pubblicata su Neurological Science, ha coinvolto 1.016 persone con SM occupate e 756 disoccupate da non più di 5 anni, cui è stato autosomministrato un apposito questionario che ha analizzato più di 100 fattori (56 negativi e 49 positivi), collegabili al mantenimento del lavoro.

Il 31,8% degli occupati che hanno partecipato alla ricerca ha dovuto ridurre il numero di ore lavorative, il 27,4% ha dovuto cambiare lavoro. La metà di chi ha cambiato lavoro ha visto ridurre lo stipendio per quasi metà dell’importo percepito (-43%). L’indagine tra le persone con SM disoccupate ha evidenziato che circa la metà (48,5%) percepisce oggi una pensione di invalidità. Prima di perdere il lavoro, il 31,7% degli attuali disoccupati aveva dovuto cambiare lavoro o mansione e la metà di questi (48%) aveva già avuto una riduzione del 40% dello stipendio.

Lo studio

Ma quali tra i 105 fattori esaminati hanno un impatto maggiore? Il maggiore impatto negativo è determinato da alcuni sintomi come fatica e debolezza, da una temperatura non adeguata dell’ambiente di lavoro e da aspetti legati all’attitudine personali, come ad esempio il sentirsi ansiosi, stressati, sopraffatti e non motivati. Incidono negativamente anche una scarsa qualità della vita, la gravità di malattia, il fatto di vivere nel sud Italia o nelle isole e di avere un minore livello di istruzione: tutti fattori che diminuiscono in modo significativo il mantenimento del lavoro.

Gli aspetti percepiti come rilevanti per il mantenimento del lavoro sono invece l’avere un atteggiamento ottimistico, una buona motivazione e l’interesse nel lavoro, essere consapevoli delle proprie capacità, avere buone interazioni sociali e risorse emotive, godere di un buon supporto familiare e continuare a svolgere un ruolo definito all’interno della famiglia. Per ciò che riguarda l’ambiente di lavoro sono risultati aspetti positivamente rilevanti la possibilità di lavorare stando seduti, la programmazione flessibile, la possibilità di riposi, un gruppo di lavoro stabile, una temperatura ambientale adeguata, il trasporto e parcheggi accessibili, la possibilità di organizzare il proprio ritmo lavorativo, avere un’area di lavoro comoda ed accessibile, avere una malattia stabile.

Conclusioni

Ci sono allora soluzioni “pratiche” per migliorare l’inserimento e il mantenimento del lavoro? Secondo quanto risulta da questa ricerca è fondamentale migliorare la gestione della malattia. È importante garantire un servizio di riabilitazione professionale per la valorizzazione delle capacità rimanenti e per la piena integrazione della persona con disabilità in ambito familiare, sociale e lavorativo. La combinazione di interventi riabilitativi e terapeutici, connesse a politiche sociali efficaci, possono migliorare la produttività lavorativa delle persone con SM.

Un esempio può essere il diritto al part-time, misura contenuta nel recente Decreto Legislativo collegato al Jobs Act. Non va dimenticato che le istituzioni dovrebbero aiutare il lavoratore anche in tutte quelle attività esterne all’attività occupazionale svolta, spesso a carico dalla famiglia. Da ultimo, come commenta il Prof. Mario Alberto Battaglia, Presidente FISM, «è molto importante favorire l’empowerment della persona con SM, definendo un processo che aiuti le persone a sviluppare le conoscenze, le competenze e la consapevolezza del loro valore e dei loro bisogni, per aumentare la loro autonomia e migliorare la comunicazione con il datore di lavoro e i colleghi per risolvere problemi lavorativi e poter ottenere migliori spazi lavorativi in accordo con le necessità personali».

Foto Luca Loiacono Palermo/Aism Flickr

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