Minori

Il business degli psichiatrici, figlio di un welfare con le toppe

28 Agosto Ago 2015 1255 28 agosto 2015

Una piccola storia di provincia che suona un campanello d'allarme sulla tenuta del sistema di welfare, anche per i minori più fragili

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Enrico Fagetti
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Una piccola storia di provincia che suona un campanello d'allarme sulla tenuta del sistema di welfare, anche per i minori più fragili

Per tutta l’estate, il telefono ha continuato a squillare. Sono famiglie che chiedono di poter inserire i propri figli nella Casa di Paolo e Piera, a settembre. Dopo un intero anno scolastico a pieno regime, la Casa comincia a farsi conoscere. Adesso sono 15 i ragazzi che frequentano il servizio diurno: qualcuno va a scuola e arriva qui il pomeriggio, altri hanno già assolto l’obbligo scolastico o sono troppo gravi per andare a suola. Ci sono due bambini di 4 anni, tanti però sono ragazzi in età evolutiva. Ognuno ha esigenze diverse, molti hanno un disturbo dello spettro autistico. C’è Luca, che ha 11 anni e finalmente qui ha imparato ad allacciarsi le scarpe. C’è Claudia, che ha 17 anni e in biblioteca gira e rigira le pagine di un libricino cartonato di Giulio Coniglio. C’è Matilde, che quando va a cavallo riesce a stare dritta con la schiena e sembra una amazzone. C’è una mamma, che scherzando un giorno ha detto ad Enrico: «Fagetti, se tu molli… me ‘ta mazi».

La Casa di Paolo e Piera è nata come comunità educativa per minori, ed è stata inaugurata il 5 giugno 2011 a Olgiate Comasco. È costata 1 milione di euro, raccolti sul territorio dalla Fondazione Paolo Fagetti, con il contributo della Fondazione Cariplo. Enrico Fagetti è il presidente dell’associazione e il papà di Paolo, morto a trent’anni in moto nell’estate del 2004: faceva il volontario in quello che era ancora un istituto per minori, e i genitori hanno deciso di continuare a far vivere almeno i suoi progetti. La Casa per 21 mesi è rimasta vuota, pagando lo “sbaglio” di essere nata nel momento in cui il welfare ha iniziato a essere tagliato. Il welfare, non il bisogno. Enrico non ha mai avuto paura di dire a voce alta quello che in tanti da tempo sussurrano: «Con i tagli dei trasferimenti agli enti locali, i Comuni non hanno più i soldi per pagare le rette e quindi non allontanano più i minori. Preferiscono lasciarli in famiglia, anche quando la situazione è estremamente compromessa». Vita ha raccontato la sua storia tempo fa, dopo di noi Enrico l'hanno chiamato in tanti, anche dalle tv nazionali. Il presidente Giorgio Napolitano lo ha fatto Cavaliere.

Il 1 marzo 2013 nella casa di Paolo e Piera sono entrati i primi cinque bambini. La Casa ha cambiato strada. «È emerso che nel nostro territorio non esisteva una realtà specifica per minori disabili o che desse sollievo alle loro famiglie, accogliendo i ragazzi per un week end», spiega Enrico. «Ci rivolgiamo a un bisogno diverso da quello che avevamo immaginato inizialmente, e va bene così». La Casa di Paolo e Piera accoglie quindi bambini con disabilità psichiche e relazionali. L’idea è nata da una collaborazione con il Consorzio Servizi Sociali dell’Olgiatese e l’associazione Dono, che riunisce i genitori dei bambini che oggi frequentano il CDD del vicino comune di Lurate Caccivio. «Questi ragazzi frequentavano il CDD di Lurate Caccivio, ma lì ci sono 60 persone dagli 8 ai 45 anni, è chiaro che le esigenze sono molto diverse». A gestire il servizio è la Cooperativa sociale Paolo Fagetti onlus, una costola della Fondazione, con la collaborazione e la supervisione del Consorzio Servizi Sociali dell’Olgiatese.

Un anno e mezzo dopo, con alle spalle un intero anno scolastico, la Casa di Paolo e Piera è diventata un punto di riferimento importante per la disabilità minorile nel territorio comasco. Due volte al mese ci sono i “sabati di respiro” per le famiglie, a luglio c’è stato il campo estivo, a fine giugno una vacanza al mare (in foto). Ogni settimana i ragazzi vanno in piscina e a cavallo, in più il lunedì si va tutti insieme alla biblioteca comunale, per incontrare anche altri bambini. In casa invece vengono professionisti specializzati in danzaterapia, psicomotricità, arteterapia. Nei momenti di gioco e di relax danno una mano una ventina di volontari, moltissimi dei quali giovani. «Sono contento, questi ragazzi e le loro famiglie hanno davvero bisogno di un aiuto, perché la gestione quotidiana di queste situazioni è molto faticosa. Potessi fare un’altra casa, la farei», dice Fagetti, che in questa avventura sta continuando a metterci soldi: «La Fondazione ha chiuso il bilancio del 2014 con 30mila euro di perdita, la cooperativa di 45mila. Ovviamente questo è un problema: io firmerei domani per chiudere il 2015 in perdita di 10mila euro, ma pensare di chiudere anche l’anno prossimo con un rosso di 85mila euro è troppo… D’altronde, pur avendo una retta più bassa della media lombarda, non me la sento di chiedere più soldi alle famiglie né di togliere o far pagare servizi come la piscina o il cavallo: mi sembra incredibile che questi ragazzi e le loro famiglie non abbiano diritto a un sostegno monetario. Un personaggio autorevole mi ha detto che ho sbagliato, che “il business” sono gli psichiatrici. Ma se mi interessava il business non facevo quello che ho fatto, a me interessa vedere che i ragazzi qui stanno bene e che le famiglie sono serene».

La questione del “business” però resta. Lo psicoterapeuta di una struttura per ragazzi autistici della Lombardia mi ha raccontato delle pressioni per aprire un’ala con tanto di sbarre alle finestre per ragazzini con doppia diagnosi (disabilità intellettiva più problemi psichiatrici), perché questa è la necessità del “mercato”. Figlia di una scelta politica che ormai da qualche anno ha guardato solo all’emergenza, senza farsi più carico della prevenzione.

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