Il caso

Mense scolastiche, un appalto che chiude la bocca ai genitori

31 Agosto Ago 2015 1636 31 agosto 2015

La Rete Commissioni Mensa di Genova denuncia la decisione a sorpresa del Comune di indire un appalto anche per i lotti non in scadenza. Nessuna richiesta dei genitori è stata accolta per avere nei piatti dei bimbi cibo di qualità superiore

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Mensa Scolastica LOIC VENANCE:AFP:Getty Images
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La Rete Commissioni Mensa di Genova denuncia la decisione a sorpresa del Comune di indire un appalto anche per i lotti non in scadenza. Nessuna richiesta dei genitori è stata accolta per avere nei piatti dei bimbi cibo di qualità superiore

Venerdì 28 agosto in piazza della Meridiana a Genova è andato in scena un inedito picnic: una «degustazione mordi e fuggi dei prodotti tipici delle mense scolastiche genovesi» in cui i genitori della Rete Commissioni Mensa Genova hanno «presentato dal vivo» le tipologie di prodotti che «vengono realmente utilizzati nelle mense scolastiche». Ovvero, spiega Sabina Calogero, una delle mamme impegnate, «cibo da hard discount, di bassa qualità, pagato invece in alcuni casi come biologico». Il pic nic di protesta arriva il giorno dopo la pubblicazione sul sito del Comune di Genova dell’avviso di un imminente bando di gara da pubblicare entro agosto (ovvero dopo quattro giorni) per il rinnovo parziale delle assegnazioni del servizio mensa delle scuole genovesi.

Una sorta di colpo di mano estivo, su un tema che da almeno un anno e mezzo vede i genitori sul piede di guerra. La protesta inizia nel 2014, in una scuola materna dove la Commissione Mensa comincia a fare domande “fastidiose” sulla qualità del cibo servito ai bambini: «inizialmente ci sembrava “solo” un problema di scarsa qualità del cibo. Ci sembrava una contraddizione: a casa cerchi tanto di dare ai bambini cibi sani e controllati, di educare a una buona alimentazione, e a scuola invece ai bambini vengono serviti cibi scadenti, con cibi surgelati per tutto l’anno e nessuna certezza sulla provenienza dei cibi». Sabina fa parte della Commissione mensa, quella che esiste in ogni istituto. Così ha modo, insieme ad altri genitori, non solo di assaggiare i pasti ma anche di entrare in cucina e in dispensa: «Una cosa importantissima, so di aziende che tentano di far mettere in capitolato il divieto di entrare in cucina e in dispensa e di fotografare il cibo».

Nasce un questionario: 53 domande a risposta chiusa per il Comune, con tanto di raccolta di firme. Qualcosa cambia. A marzo 2015 invece, per una casualità legata all’allerta-maltempo, le mamme passano da un retro cucina dove spunta una cassa di arance marce, pronte da spremere. Il caso esplode: «Non era più “solo” una questione di bassa qualità del cibo ufficiale, ma sanitaria. Quel giorno sparirono in fretta e furia anche altri prodotti. I NAS? Arrivarono sei giorni dopo». Ci sono cibi con tre etichette che raccontano di tre provenienze diverse, a documentare la facilità di uno “stacca e attacca” che non dà garanzie di nulla. Ci sono conti che non tornano, con 2 kg di lenticchie a bambino contro i 6 previsti. Ci sono pasti scongelati e ricongelati, con tutto il bianco del ghiaccio a dimostrarlo. Si scopre che i bambini con una dieta vegetariana non hanno diritto al formaggio bio, che invece spetta ai loro compagni.

A questo punto i genitori si indignano, si uniscono e nasce la Rete Commissioni Mensa Genova (17 le scuole rappresentate), con tanto di pagina Facebook. A maggio il Consiglio comunale vota la nascita del “tavolo di lavoro congiunto”. Il lavoro congiunto in realtà, complice l’estate, è ben poco. I genitori fanno proposte, il Comune respinge o nemmeno prende in considerazione.

Fino ad arrivare alla sorpresa del 4 agosto: un bando per riassegnare l’intero - o quasi - servizio ristorazione scolastica, con un mega appalto unico per tutti i dieci lotti cittadini (o forse sei). Totale? «Milioni di euro, se si pensa che l’appalto precedente per 8 lotti valeva circa 30 milioni di euro in due anni», spiega Sabina. Il Comune parla di una decisione che «giunge dopo un lungo e franco confronto con i rappresentanti dell'utenza». Un appalto pluriennale, senza alcun cambiamento sostanziale, senza la possibilità di avere anche a Genova una mensa verde, come già avviene in altri Comuni. «Il Comune di Campolongo Maggiore, in Veneto, ha un sistema che porta in tavolo cibo di qualità, bio e a km zero a un prezzo inferiore. Lo hanno osservato e copiato anche in grandi città, persino all’estero. Ci hanno dato disponibilità a venire a Genova a presentare il sistema, nessuno ha raccolto la proposta», racconta Sabina.

La cosa più amara di questa storia per lei è «vedere come il Comune e la politica abbiano sempre difeso il sistema. A maggio in una settimana abbiamo fatto 12 sopralluoghi e 11 hanno messo in evidenza delle non-conformità. Per il Comune risulta che il 56% dei controlli a campione rivelano una non conformità, delle quali il 55% classificata come “maggiore”. Le ammende per le non conformità maggiori per regolamento vanno da 250 a 500 euro, ma a Genova la media delle ammende realmente inflitte è 114 euro». Qualcosa non torna.

E ora? Sabina non si arrende: «Non abbiamo più richieste. Forse potremo dire qualcosa sulla nuova Carta dei Servizi. Da un lato è un fallimento, dall’altro però la diffusione delle informazioni è un’arma efficace. Qualcosa è cambiato, i genitori che si lamentano non vengono più messi all’indice e le cose più eclatanti sono scomparse. Andiamo avanti con la formazione dei genitori delle commissioni mense e mostrando a tutti i genitori quali sono i cibi che servono ai loro figli. Chissà che vedendoli, anche altri si uniscano a noi». Intanto hanno aderito alla protesta contro l’appalto d’agosto Rete CMG, ARCI Genova, AIAB Liguria, ASCI Liguria, Terra! Onlus, FAIR coop, AssoUtenti e i consiglieri Bruno, Malatesta, Nicolella.

Photo by LOIC VENANCE/AFP/Getty Images

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