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Fiorella Rathaus nuova direttrice del Cir: chiudere il Centro di Mineo

2 Settembre Set 2015 1905 02 settembre 2015
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Intervista a Fiorella Rathaus nuova direttrice del Cir. Si è sempre occupata di migrazioni e «nonostante il cognome tedesco», dice , «sono italianissima. Vengo da una famiglia di origine ebraica sopravvissuta all’olocausto. Sono nata nel dopoguerra ma cresciuta dentro questo ricordo. Ho una vocazione scandita nella pelle».

A dirigere il Consiglio Italiano per i Rifugiati, il CIR, da oggi, è Fiorella Rathaus. Prende il posoto di Christopher Hein, che lo ha diretto sin dall’inizio.

Sociologa, lavora dal 1991 all’interno dell’organizzazione e dal 1996 è stata la Responsabile del Settore Integrazione. In questa intervista a Vita.it ha spiegato quali saranno le priorità imminenti del CIR. Rathaus si è sempre occupata di migrazioni e «nonostante il cognome tedesco», dice , «sono italianissima. Vengo da una famiglia di origine ebraica sopravvissuta all’olocausto. Sono nata nel dopoguerra ma cresciuta dentro questo ricordo. Ho una vocazione scandita nella pelle».

Quali sono i prossimi obiettivi per il CIR?
Sono diversi, e molto cocenti. Il rischio più forte è quello di mancarli. Ma non ci possiamo sottrarre. Siamo in una guerra dove le vittime stanno solo da una parte; non si può aspettare. Gli arrivi protetti e i corridoi umanitari sono alcune delle cose che ci stanno più a cuore.

Una delle questioni più difficili riguarda i centri di smistamento. Che pensa a riguardo?
Le tragedie nel Mediterraneo devono finire. All’Europa chiediamo un impegno maggiore. I centri di smistamento hanno un senso solo con il supporto dell’Europa. Le quote devono essere ridistribuite equamente. Ci deve essere un vero sistema unico di asilo. Non è pensabile che l’Europa, che vanta una storia rispetto alle questione della tutela dei diritti umani, si comporti così. Poi, però, c’è anche un’altra cosa da aggiungere: gli arrivi sono tanti ma non stiamo parlando di una “catastrofe biblica” come, a volte, ci fanno credere.

I muri che ha alzato l’Ungheria?
Il nostro motto è “ponti non muri”. Credo basti da solo per spiegare quello che pensiamo sulla questione.

È d’accordo con la chiusura del Centro Mineo?
Assolutamente sì. Sfondiamo una porta aperta. Ci sono tre motivi che non possono non essere considerati, e anche solo uno di questi, da solo, basterebbe per giustificare l’insensatezza di un centro così: è troppo affollato; troppo isolato e manca di servizi utili all’integrazione.

Come giudica il comportamento del governo italiano?
Abbiamo fatto cose egregie come i salvataggi in mare. Però, il problema è che non ci possiamo continuare a rapportare all’immigrazione come “un’emergenza”. Questo è un problema strutturale. Ci dobbiamo muovere in tempo: bisogno essere proattivi, non reattivi. Se ci si organizza bene, non si crea disagio.

Perché questo cambio nella direzione del CIR?
La questione è squisitamente naturale. Christopher Hein ha fondato l’organizzazione e continuerà a lavorare con noi in veste di Consigliere e portavoce. Non c’è nessuna rottura.

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