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Azzardo: i sogni drogati della povera gente

5 Settembre Set 2015 1204 05 settembre 2015
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"Proletariato degli stracci", Lumpenproletariat. Così Karl Marx definiva i senza lavoro, i senza classe, i senza speranza destinati a consegnare i propri sogni e i propri desideri a una "lotteria" che, lo Stato di allora, non meno di quello di oggi, sa mettere a profitto per nascondere la propria collusione e garantire una "stabilità sociale" pagata a duro prezzo dal popolo

La lot­te­ria viene da lon­tano scri­verà nel 1851, in un suo libello dedi­cato all’Histoire de la lote­rie, Ale­xan­dre Dumas figlio. Viene da lon­tano e – nelle inten­zioni dello stesso Dumas e del pre­fetto di Parigi Pierre Car­lier, men­tore il primo, pro­mo­tore il secondo della fami­ge­rata «lot­te­ria dei lin­gotti d’oro» – ha da andar lontano.

Tanto lon­tano che, per quanto attiene il pas­sato, Dumas ci avverte che «non sap­piamo nem­meno se arriva prima o dopo il Dilu­vio, anche se una vene­ra­bile tra­di­zione afferma che i figli di Noè, prima di lasciare l’arca, abbiano gio­cato a morra, una spe­cie di lot­te­ria ancora in uso tra i laz­za­roni di Napoli».


Per ciò che attiene al futuro, anche se persa tra i fumi di una bassa mito­lo­gia, la genea­lo­gia duma­siana pro­ietta una luce invo­lon­ta­ria su ciò che, a tratti, potrebbe anche appa­rire come una verità strut­tu­rale dell’azzardo e delle esi­stenze che ne riman­gono impi­gliate, facendo affio­rare rivoli di quel fiume car­sico che, nella let­te­ra­tura, grande o pic­cola che sia, di quelle vite non ha avuto timore di trattare.

Cercatori d'oro in California (1850)

Oriz­zonti californiani

Luce, dice­vamo. In quel testo di Dumas figlio let­te­ra­ria­mente senza valore, ma di una valenza sto­rica a suo modo esem­plare la luce viene dall’orizzonte d’attracco, non di par­tenza ed è sin­to­ma­tico che a indi­carlo sia fin da subito l’armatore Jules Lan­glois, mece­nate dello scrit­tore ma, soprat­tutto, deus ex machina della Lot­te­ria dei lin­gotti d’oro che si pren­derà Parigi, la Fran­cia e con­ta­gerà l’intera Europa arri­vando, con la sua coda lunga, a lam­bire le nostre esi­stenze, qui e ora e come non mai espo­ste invo­lon­ta­ria­mente a un azzardo che si è dav­vero fatto sistema.


L’orizzonte, pre­cisa Lan­glois, è la Cali­for­nia. La Cali­for­nia della gold rush quella nella quale risplende come un deserto nel deserto — così Jean Bau­dril­lard – il mito totale dei nostri tempi, la sua passione ludica senza desiderio.

Ed è a sua volta sin­to­ma­tico il fatto che la nascita dello Stato della Cali­for­nia, il cosid­detto Gol­den State, parte degli Stati Uniti dal 1850, vada di pari passo con la sto­ria dell’azzardo moderno, in par­ti­co­lare con l’arrivo delle prime mac­chine da gioco con paga­mento auto­ma­tico, le slot-machine inven­tate e bre­vet­tate pro­prio in que­gli anni da un immi­grato bava­rese, Char­les August Fey.

Per Lan­glois si trat­tava di spe­cu­lare su un mirag­gio, quello della corsa all’oro cali­for­niano ini­ziata nel 1848, finan­ziando la buona causa di turno con un lot­te­ria. Per farlo, Lan­glois aveva pro­po­sto di costi­tuire e bat­tez­zare con i cri­smi dell’ufficialità una «Società per l’emigrazione in Cali­for­nia», da cui il «filan­tropo» avrebbe ovvia­mente tratto non pochi pro­fitti. Il governo di Luigi Bona­parte – che il 3 ago­sto 1850 creò la Société des lin­gots d’or che doveva occu­parsi della lot­te­ria – non aspet­tava altro e capì che la com­mi­stione tra lot­te­ria, emi­gra­zione, ro e spe­ranza offriva da un lato la scusa giu­sta per libe­rare il ter­reno dagli inde­si­de­rati senza destare troppe pro­te­ste; dall’altra la pos­si­bi­lità di masche­rare il debito accu­mu­lato attra­verso una pro­li­fe­ra­zione di miraggi e una mobi­li­ta­zione per­ma­nente verso il nulla.

Nella tat­tica del pic­colo Napo­leone, che il 2 dicem­bre del 1851 avrebbe chiuso il cer­chio col pro­prio colpo di Stato, la «buona causa» di rego­la­men­tare, orga­niz­zare e per­sino finan­ziare tra­mite lot­te­ria l’emigrazione verso il nuovo Eldo­rado oltreo­ceano per­met­teva di masche­rare le pro­prie inten­zioni e, al con­tempo, di sba­raz­zarsi dei poten­ziali, nuovi «sol­dats des bar­ri­ca­des» che una volta pas­sati all’atto del coup d’État avreb­bero potuto con­tra­starlo tra i vicoli e per le strade di una Parigi che si popo­lava sem­pre più e alla quale Hauss­mann avrebbe pre­sto comin­ciato a met­ter mano.

Un lin­gotto d’oro del valore di cen­ti­naia di migliaia di fran­chi venne espo­sto in Mont­mar­tre, più di tre­mila «cer­ca­tori d’oro» furono man­dati in Cali­for­nia con una minima parte dei pro­venti della lot­te­ria (gli altri fini­rono in qual­che fondo nero), ma, come si sco­prì ben pre­sto, quella lot­te­ria era non solo ille­gale nel suo mon­te­premi – avendo dero­gato alle dispo­si­zioni della legge del 16 mag­gio del 1816 sulle lot­te­rie bene­fi­che, dove si sta­bi­liva che in pre­mio potes­sero essere dati uni­ca­mente pro­dotti dell’industria o dell’artigianato nazio­nale – ma, cosa ancora più scon­cer­tante, che quel lin­gotto da quat­tro­cen­to­mila fran­chi non aveva alcuna pos­si­bi­lità di essere vinto.

La lot­te­ria era stata truc­cata, forse su ordine dello stesso Bona­parte – come lascerà mali­zio­sa­mente inten­dere Vic­tor Hugo. «Ciò che agli occhi del Mini­stro appare come lot­te­ria di bene­fi­cenza, agli occhi di coloro che l’hanno messa in piedi que­sta lot­te­ria appare come una spe­cu­la­zione com­mer­ciale», il 3 otto­bre 1851, sulle pagine de «La Répu­bli­que». Alcuni depu­tati avan­za­rono anche l’ipotesi che il pro­mo­tore Lan­glois, bene­fi­cia­rio primo ma forse non ultimo della lot­te­ria, fosse nient’altro che un pre­sta­nome, die­tro il quale si nascon­de­vano boiardi di Stato molto vicini a Luigi Bona­parte, se non Bona­parte stesso.

Poe­tica della scommessa

In que­sto clima apparve a Parigi il libretto di Dumas, sedici pagine in tutto. Ma l’Histoire des lote­ries altro non era che la riprese, in pla­quette, di un arti­colo scritto su com­mis­sione guarda caso della «Société des lin­gots d’or» pro­mo­trice della lot­te­ria. «I mora­li­sti – pun­tua­lizza Dumas, qui in veste di uffi­cio stampa di una società per lo svi­luppo dell’azzardo di massa – hanno scritto molte cose sui peri­coli della lot­te­ria, ma si sono dimen­ti­cati di dire che le risorse più frut­tuose e sta­bili per gli Stati deri­vano pro­prio da qui».

Tutto è una lot­te­ria riba­di­sce Dumas — in uno slan­cio «poe­tico» a cui però nulla hanno da invi­diare gli attua­lis­simi spot di qual­che nostrano gioca&vinci — «la vita, per­pe­tua lot­te­ria a pro­fitto della morte. L’amore, lot­te­ria del cuore. L’ambizione, lot­te­ria della testa. L’avvenire, lot­te­ria di tutto». E poi? Poi ecco gli ope­rai e i pove­racci, i dise­re­dati e gli strac­cioni tirati in mezzo al guado: «chi siamo noi per impe­dire i loro sogni? Com­prate i vostri biglietti – chiosa lo scrittore-piazzista – com­pra­tene tanti, come sto facendo io. Chissà che non capiti pro­prio a voi di poter por­tare a casa quel mostruoso lin­gotto che hanno espo­sto per la strada». E in ogni caso – con­clude – si aiu­terà il bisognoso.

Qui, però, anche se Dumas non ha la sta­tura intel­let­tuale di un de Mai­stre o di un Tal­ley­rand (autore nel 1789, non a caso, di un trat­ta­tello sulle lot­te­rie), l’intima, pater­na­li­stica, alleanza tra «cata­strofe del pre­sente» e «pro­messa di avve­nire» ten­tata tra­mite la lot­te­ria dei lin­gotti d’oro da Luigi Bona­parte fa un salto di qua­lità e pre­senta il conto – ancora non pie­na­mente sal­dato, per­ché non pie­na­mente com­preso – in ter­mini di una vera e pro­pria reli­gione del debito.


La stra­te­gia sfugge di mano e rivela come nes­suno, nem­meno Luigi Bona­parte, colui che ha tra­sfor­mato la tra­ge­dia in farsa nella rie­di­zione del 18 bru­maio, possa farci più nulla. Per­ché l’azzardo, per le vite che impatta, diventa occa­sione di non cam­biare nulla, di col­ti­vare una spe­ranza senza chance. Que­sta spe­ranza senza chance che tocca dap­prima il minuto popolo ma pre­sto tra­vol­gerà anche le isti­tu­zioni che l’hanno pro­mossa. Forse così si spiega l’improvvisa irru­zione di un rife­ri­mento alla lot­te­ria dei lin­gotti d’oro fatto da Karl Marx nel suo magi­strale testo di cri­tica sto­rica, Il 18 Bru­maio di Luigi Bona­parte, pub­bli­cato in opu­scolo negli Stati Uniti nel mag­gio del 1852.

Karl Marx chia­merà que­sto popo­lino con un neo­lo­gi­smo coniato pro­prio per l’occasione e sotto certi aspetti bru­tale nella sua luci­dità: «Lum­pen­pro­le­ta­riat», let­te­ral­mente «pro­le­ta­riato degli stracci». Senza darne defi­ni­zione, Marx lo distin­gue dalla classe e sti­lando un elenco, una lista che in qual­che modo con­fi­gura quella che chia­merà una massa informe e flut­tuante, auf­ge­lö­ste Masse.

L’espiazione della colpa

In que­sta lista di vite nude rico­perte solo da pochi stracci — e forse il vero azzardo è tutto qui, in un denu­da­mento che è pura e casuale espo­si­zione alla sorte — Marx inse­ri­sce espli­ci­ta­mente anche quei laz­za­roni cui già si era rife­rito Dumas come gente dedita al gioco, allo sper­pero, alle vite dedite a un azzardo che si sta, però, sem­pre più isti­tu­zio­na­liz­zando nella forma della lot­te­ria di Stato e porta con sé il cor­ri­spet­tivo di que­sta isti­tu­zio­na­liz­za­zione: un inde­bi­ta­mente senza fine.

Pro­le­ta­rio degli stracci si appre­sta così a diven­tare il gio­ca­tore, il senza classe, il senza lavoro non per­ché privo di impiego, ma per­ché com­ple­ta­mente avvinto in un para­digma di gioco totale che non ammette anta­go­ni­smi e con­trad­dice in nuce l’idea stessa di lavoro.

Con que­ste vite d’azzardo siamo agli albori – settant’anni dopo Wal­ter Ben­ja­min l’avrebbe capito a fondo – di quel capi­ta­li­smo come reli­gione che è un infi­nita pro­messa di reden­zione ma non redime, che è un’infinita pro­messa di libertà ma non libera, che è una pro­messa di espia­zione che ampli­fica e dilata gli oriz­zonti della colpa.

Che tutto que­sto, nel 1851, avvenga sulla scena dove tra­col­lano grandi spe­ranze di rivo­lu­zione, assu­mendo la dop­pia forma di quel lin­gotto d’oro espo­sto in una pub­blica via e del biglietto di una lot­te­ria di Stato ine­vi­ta­bil­mente truc­cata fa parte di quell’infinita iro­nia della sto­ria, in gioco che tutti siamo in qual­che modo pronti a gio­care solo a patto di non dover vin­cere mai. La sedu­zione inne­sta una spi­rale dove il gioco diventa, innanzi tutto, garan­zia della pro­pria scon­fitta, garan­zia di una per­dita. Fin­ché l’azzardo coin­cide indi­vi­dual­mente con l’ambizione e il sogno dell’arricchimento e del pro­fitto – Max Weber lo aveva ben capito – ma in fin dei conti garan­ti­sce una per­dita che signi­fica sostan­zial­mente assenza di anta­go­ni­smo, il suo gioco forse coin­cide, ma nem­meno con­trad­dice lo spi­rito del capi­ta­li­smo. Forse le nostre vite d’azzardo ci hanno mostrato pur nella loro non ecce­zio­na­lità di dispe­rati, l’eccezionalità di qual­cosa – ma cosa? – che hanno con­qui­stato in pura per­dita. Qual­cosa che forse – e qui con­ver­rebbe inter­ro­garsi a fondo, den­tro e fuori la let­te­ra­tura – si avvi­cina a ciò che potremmo chia­mare dav­vero una diserzione.

da: il manifesto, 29 agosto 2015

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