La svolta tedesca

Revelli: «I migranti cambiano la storia, Bono sbaglia»

8 Settembre Set 2015 1450 08 settembre 2015

«Non sono d’accordo con Bono, che dice di chiamarli “rifugiati". Loro portano un’idea di globalizzazione più evoluta» Intervista al sociologo che dice: «Quello che è accaduto è anche un effetto di papa Francesco».

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Marco Revelli1
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«Non sono d’accordo con Bono, che dice di chiamarli “rifugiati". Loro portano un’idea di globalizzazione più evoluta» Intervista al sociologo che dice: «Quello che è accaduto è anche un effetto di papa Francesco».

Marco Revelli

Ha detto Bono, il leader degli U2, che si deve cambiare terminologia. Che dobbiamo abituarci a chiamare rifugiati e non più migranti chi sta attraversando mare o frontiere arriva in Europa. «È sbagliato usare la parola “migranti”», ha spiegato la rockstar. «La parola giusta è “rifugiati”. Queste persone non lasciano le loro case perché vogliono vivere in Italia o in Irlanda. Lasciano i loro Paesi perché non hanno casa. Dunque è sbagliato usare la parola migranti. La parola giusta è “rifugiati”». Una proposta da seguire? Vita.it ne ha parlato con Marco Revelli, sociologo, grande narratore di migrazioni e marginalità.

È d’accordo con il suggerimento di Bono?
Non mi convince. Il termine migrante è un termine che abbraccia tutta l’esperienza di questa gente. È un termine che ha maggiore profondità storica e che ci fa capire che non ci troviamo davanti ad un’anomalia della storia, ma ad una costante della storia. L’uomo ha nella sua natura la vocazione a migrare, e oggi questi popoli che si spostano ci ricordano chi siamo e come siamo fatti.

Forse Bono intendeva sottolineare che il termine “migrante” indica una scelta a spostarsi mentre questi uomini e queste donne sono costrette a spostarsi…
Questo è vero. Tuttavia se spieghiamo un fenomeno come questo solo con le ragioni dell’emergenza, lo riduciamo. Ne riduciamo il significato e l’importanza. Questi uomini e queste donne spostandosi spingono in avanti la storia, proprio com’è accaduto sempre nella storia dell’uomo, per i più svariati motivi. I nuovi “migranti” rompono l’idea di un mondo “globale” ma congelato. Le grandi migrazioni hanno fatto la nostra storia. Sono le migrazioni che come diceva Hegel che seguono la rotta del sole, da Est verso Ovest. Se l’homo sapiens se ne fosse rimasto in Africa, come dice sempre Moni Ovadia, non ci sarebbe stata nessuna civiltà. Invece scelse di migrare.

Forse è anche questa percezione che ha smosso improvvisamente la percezione degli europei…
Può essere. D’altra parte nell’epoca della velocità in agni ambito, l’idea restare tutti forzati e fermi è ultimamente un’idea frustrante. Diventeremmo tutti dei micropopoli nei nostri microhabitat.

A proposito di parole, ha notato come si sia eclissata la parola “clandestini”?
È una cosa bella, è una cosa giusta. Se cambiano le parole vuol dire che cambia anche l’atteggiamento delle persone. Credo che in questa evoluzione lessicale giochi l’impatto di papa Francesco. È lui che induce tutti a pensare diverso. È lui che ha tracciato un discrimine chiaro tra ciò che umano e ciò che non lo è. E questo è un messaggio che è stato recepito da tutti, indipendentemente da quello che uno creda. Francesco è stato solo in questa azione, ma la sua determinazione alla fine ha lasciato il segno. Anche la Merkel è stata scalfita da questa visione diversa. Anche lei ha capito che non si poteva più pensare secondo i vecchi schemi.

Sorpreso da questa svolta tedesca?
E chi non lo è? Nessuno se l’aspettava. Se pensiamo che solo due mesi fa la Merkel aveva affondato la Grecia… Ma evidentemente è una politica intelligente. Ha capito che questa era l’occasione per un salto di qualità. E non se l’è lasciata sfuggire.

Secondo lei quello che è accaduto è segno di una svolta o c’è da temere un riflusso nella coscienza collettiva?
Indubbiamente c’è un aspetto mediatico in tutto questo che ci tiene un po’ allarmati. D’altra parte mi sembra che la Germania abbia preso molto sul serio questa sfida e anche le scelte fatte in questi giorni fanno intuire che si tratta di un processo senza ritorno. Piuttosto mi chiedo se la stessa logica valga per i popoli che vengono dal mare. Con la migrazione via terra è riemersa la memoria delle frontiere abbattute nel 1989. Ricordiamoci che furono proprio gli ungheresi i primi ad abbatterle. C’è una forza simbolica in quel fatto, che sicuramente è riemersa in questi giorni e che spiega insieme ad altri fattori di questa svolta nella psicologia collettiva.

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