Immigrazione

Cecile Kyenge: vi racconto l’altra faccia dell’Ungheria

25 Settembre Set 2015 1616 25 settembre 2015

La parlamentare europea ripercorre per Vita.it i tre giorni passati con i profughi nel cuore dell'Europa e l'incontro con un profugo ungherese che le ha cambiato la vita.

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Foto Kyenge Parlamento UE
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La parlamentare europea ripercorre per Vita.it i tre giorni passati con i profughi nel cuore dell'Europa e l'incontro con un profugo ungherese che le ha cambiato la vita.

La missione di monitoraggio in Ungheria al confine con l’Austria, la Slovenia e la Croazia svolta dall’ex ministro dell’Integrazione il weekend prima del voto sul ricollocamento di 120 mila profughi, è stata anche un’occasione per apprezzare la solidarietà della società civile ungherese e riconnettersi con una persona speciale del suo passato: padre Bekes.

Onorevole, perché è andata in Ungheria e cosa ha visto?
È stato un viaggio molto importante. Ci siamo andati in macchina partendo da Modena. Avevo deciso di andarci all’inizio di settembre dopo aver visto le immagini del fiume di gente che si spostava e che camminava lungo l’autostrada. Quella notte ho deciso recarmi in Ungheria per rendermi conto della situazione con i miei occhi. Quella era l’immagine dell’Europa che non avremmo mai voluto vedere.
Ma c’è anche un motivo personale legato alla mia storia. La prima persona che trenta anni fa mi aveva accolto e aiutato in un momento di difficoltà dove avevo perso tutto era stato proprio un ex rifugiato politico ungherese che aveva trovato rigugio a Roma. Si chiamava Padre Bekes. Quando sono arrivata a Roma non conoscevo nessuno. Dovevo studiare all’Università Cattolica grazie a una borsa di studio che però poi non mi fu concessa. L’unica cosa che avevo con me era una lettera del mio vescovo in Congo. Prima di partire per l’Italia mi aveva indicato, in caso di necessità, di andare da un missionario che stava all’istituto Sant’Anselmo di Roma. Mi recai da lui con altre due persone per vedere se questa persona ci potesse dare una mano. Il portinaio però aveva letto male il nome sulla busta. Noi avevamo una lettera per padre Beker. Il portinaio invece ci portò da padre Bekes. Questi era un rifugiato politico ungherese. Quando lesse la lettera si rese conto che il destinatario del messaggio non era lui. Tra l’altro, il padre Beker che cercavamo non si trovava neppure nell’istituto. Noi rimanemmo davanti a lui. Dopo tutto non avevamo niente da mangiare, non sapevamo dove andare a dormire.

E padre Bekes che cosa fece?
Ci guardò e ci accolse senza pensarci due volte. È stato il destino che mi ha messo davanti a questa persona. Padre Bekes divenne il mio tutore. Mi ha aiutato a cercare un posto di lavoro e dato una mano fino a quando non ho trovato la mia strada. Mi ha sostenuto in tutto e per tutto senza conoscermi, sapeva solo che avevo bisogno di aiuto. È stato il mio garante. Trent’anni dopo mi ritrovo nella sua Ungheria in una situazione drammatica dove migliaia di persone hanno bisogno di aiuto. Ecco, io non potevo deluderlo. Quando con il tempo ho incominciato ad occuparmi di immigrazione e asilo, è come se mi fossi ricollegata a Padre Bekes.

Il destino ha voluto che visitassi l’abbazia di Pannonhalma al confine con l’Austria che ha aperto le porte ai profughi. Gli abati conoscevano la mia storia e sapevano dell’aiuto ricevuto da Bakes. Visitare e parlare al monastero, che è il secondo più grande d’Europa, è stata una grande emozione.
Questa missione è stata anche un modo per ripagare padre Bekes.

Il monastero è stata la mia prima tappa, poi mi sono diretta alla frontiera con l’Austria. In totale sono stata in quelle zone per tre giorni. Ho incontrato persone che non sapevano neppure dove stavano andando; ci fermavano e ci chiedevano qual era la strada e la direzione giusta. Erano più di tre mila alla frontiera con l’Austria che aspettavano i bus per andare verso Vienna. Non sapevano a che destino andavano incontro. Mi sono rimaste impresse le donne con le bolle sotto i piedi. Avevano camminato talmente tanto che non ce la facevano più. Certi genitori avevano talmente tanti zaini e borse che non riuscivano a prendere in braccio i figli esausti. Io ne ho preso in braccio qualcuno cercando di dare una mano ai genitori.

Bisogna sottolineare una cosa però: la società civile è da premiare. In tutti i posti dove sono passata ho sempre trovato un’organizzazione di volontari che dava cibo, coperte, tende, che cercava di alleviare le sofferenze delle persone. Un impegno incredibile.
Un’altra cosa che ci tengo a raccontare è che ho scoperto l’altra faccia dell’Ungheria. Nonostante le scelte politiche del governo come il muro e il filo spinato che condanno, c’è una faccia del paese completamente diversa e sconosciuta.

La società civile è più avanti di chi la rappresenta?
Esattamente.

Con che stato d’animo è tornata a Bruxelles? (tra l’altro a due giorni del voto al Consiglio europeo sull’agenda migranti)
Pensavo che bisognava fare in fretta, che dovevamo agire ora. E’ un esodo biblico, un’emergenza umanitaria storica, per cui non posso accettare che ci abbiamo messo quasi sei mesi per ricollocare 160 mila persone. La politica deve adattarsi ai tempi, deve essere più celere. Impieghiamo 6 mesi per decidere, ma nel frattempo le persone muoiono. Dobbiamo semplificare e velocizzare i processi decisionali.
160 mila non sono tante persone. Quello che è rilevante è il meccanismo alla base, ovvero la redistribuzione obbligatoria e permanente sul territorio europeo. Di conseguenza, 160 mila è solo il primo passo per andare oltre i numeri per fare un progetto legislativo che deve permettere a tutta l’Europa di affermare di essere unita, responsabile e solidale.

Solidarietà sembra più uno slogan che realtà?
E’ reale. Fa parte del nostro trattato di funzionamento dell’Unione Europea. Non può essere un optional. Dobbiamo partire da questo principio: che non si può stare a guardare mentre le persone muoiono. Poi possiamo discutere sulle cause che stanno alla base delle crisi, ma abbiamo la responsabilità di salvare vite umane e di mettere in pratica quello c’è scritto nei nostri trattati.

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A proposito delle radici dei problemi, affermare che bisogna aiutarli a cosa loro è una frase fuffa o una posizione sensata?
Intanto è uno slogan che non mi piace perché è troppo semplicistico, dice tutto e non dice niente. E’ anche disinformativo. Ci sono paesi africani come l’Angola, il Sud Africa, o il Mozambico che sono avanti che stanno crescendo. Atri hanno delle risorse naturali di cui noi abbiamo bisogno e andiamo a prenderle. Noi non andiamo ad aiutarli come se loro non avessero niente. Piuttosto dobbiamo trovare le condizioni per instaurare una partnership che sia equa per dare una mano ai paesi a rafforzare la loro democrazia, a far cessare i conflitti e a rafforzare una governance che garantisca piena partecipazione della cittadinanza e alternanza al potere.
Bisogna anche rafforzare la cooperazione facendo in modo che sia decentrata, che le risorse arrivino alla popolazione scavalcando i governi. Anche il fondo fiduciario della Mogherini deve essere rafforzato.

L’Ungheria deve essere sanzionata?
Se dipendesse da me si. Costruendo quel muro ci sta riportando indietro. L’Europa dei muri non esiste più. Costruire è facile, distruggere è più difficile.

Le manca il teatrino della politica italiana?
Sono contenta al Parlamento Europeo. Qui ho trovato la mia dimensione che è completa perché mi occupo sia di politica nazionale ed internazionale. In Italia spesso ci dimentichiamo di quello che accade fuori dai nostri confini.

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