Riforma del Terzo settore

Il senatore Lepri ci scrive: ecco le ragioni dei miei emendamenti

29 Settembre Set 2015 1818 29 settembre 2015

Caro direttore, smentisco il fatto che io abbia avuto un ruolo di qualche rilievo nella stesura dei testi del Governo e della Camera, anche se sono stato coinvolto e riguardo i miei emendamenti mi consenta di precisare quanto segue

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Lepri MG 2391
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Caro direttore, smentisco il fatto che io abbia avuto un ruolo di qualche rilievo nella stesura dei testi del Governo e della Camera, anche se sono stato coinvolto e riguardo i miei emendamenti mi consenta di precisare quanto segue

Egregio direttore,
ho evitato, in questi giorni, di rispondere alle diverse critiche venute da Vita perché mi sembravano fatte di getto e impulsive. Dopo aver letto la Sua risposta alle argomentazioni del prof. Borzaga devo invece precisare, sorvolando sulle accuse gratuite di voler difendere il passato o qualche parte del terzo settore e smentendo il fatto che io abbia avuto un ruolo di qualche rilievo nella stesura dei testi del Governo e della Camera, anche se sono stato coinvolto.
Quanto alla tecnica parlamentare, è vero che alcuni articoli sono stati riscritti, ma in diversi casi i contenuti del testo Camera sono stati integralmente o quasi mantenuti (articolo 3, articolo 8). Rispetto poi all’accusa di conservatorismo: “nuovo” e “vecchio” sono titoli evocativi ma vuoti, se non riempiti di contenuti; bisogna entrare nel merito delle questioni, non delegittimare a prescindere una posizione.
Arrivando dunque al contenuto, preciso sinteticamente che:

  1. i soggetti del libro primo del Codice Civile (associazioni, fondazioni, ecc.) possono tranquillamente diventare imprese sociali. Un mio disegno di legge di un anno fa proponeva, anzi, di far acquisire automaticamente la qualifica di impresa sociale a quanti (le famose ottantamila realtà censite, associazioni e fondazioni, non cooperative sociali) svolgono oggi in via prevalente attività d’impresa. Questa ipotesi non è stata accolta nel testo del Governo e della Camera, perché sono le stesse associazioni e fondazioni a non volerlo, preferendo l’opzione facoltativa all’automatismo.
  2. Quanto all’impossibilità per i soggetti del libro primo di distribuzione degli utili, ho semplicemente precisato quello che è già scritto, in modo criptico, nel testo della Camera, ossia che la natura giuridica (associazione, fondazione) prevale sulla qualifica (impresa sociale). D’altronde il testo Camera non ha indicato in alcun modo la volontà di cambiare il vincolo di totale nonprofit oggi previsto nel Codice per i soggetti del libro primo. Sarebbe peraltro curioso sapere il modo in cui farlo, visto che non vi è capitale sociale, bensì quote sociali.
  3. Il salto in avanti (che io non ho certo modificato con gli emendamenti) del disegno di legge rispetto alla fallimentare legge del 2006 è evidente: il regime fiscale di favore ora è per tutti; si possono fare imprese sociali anche con la presenza minoritaria, come soci, del pubblico e del privato; si può distribuire un po’ di utile. Ma non molto utile, e i miei emendamenti lo precisano. Con buona pace di chi (anche Vita?) vorrebbe insieme concedere il dieci per cento o più di remunerazione del capitale, gli incentivi previsti per legge e uno status distinto da chi opera per massimizzare il profitto. E con buona pace anche del senatore Marino: con la nuova legge potranno fare impresa sociale tutte le forme del libro primo e del libro quinto, mentre oggi lo può fare, nei fatti, solo la cooperativa sociale. Il passo avanti è enorme e non è certo a difesa di una parte.
  4. Rispetto alla questione dell’impatto sociale: non lo cancello, ma propongo di confermarlo dove va, cioè nell’articolo sulla valutazione e il monitoraggio delle politiche pubbliche. Insomma: è doveroso e necessario misurarlo, ma non è l’obiettivo. E non è la causa del malaffare, che va invece ricercata nell’intreccio perverso tra politica e affari.
  5. La questione del coinvolgimento di utenti e stakeholder è importante e io sono ben favorevole; essa viene chiaramente enunciata nelle caratteristiche degli enti di terzo settore, a cui la definizione d’impresa sociale rimanda per tutti i tratti salienti e anche per questo. Tuttavia non si può enfatizzarla e renderla vincolante, perché fondazioni, enti religiosi, srl e spa non la prevedono come tratto saliente del loro modello organizzativo.
  6. I miei emendamenti negherebbero le esperienze di collaborazione e l’azione ibrida tra profit e nonprofit, evocate scomodando addirittura l’enciclica papale. Non mi pare; per me ben venga ogni partnership. Basta che si sappia che l’una è un’impresa sociale e l’altra è un’impresa tradizionale (cioè profit) che si muove legittimamente per massimizzare la propria utilità economica. L’altra potrà essere anche un’impresa che rinuncia ad una parte di utile per perseguire anche obiettivi sociali che vanno oltre la mera responsabilità sociale, sul modello del disegno di legge del senatore Del Barba sulla benefit corporation, ma anch’essa è altra cosa rispetto all’impresa sociale. Non a caso, quel disegno di legge non prevede incentivi statali.
  7. Ritornando, infine, al tema della trasparenza, il vero problema è non consentire più di fare attività d’impresa senza acquisirne la qualifica o, almeno, i doveri che ne derivano. Una barriera posta finora, questa sì, dai “conservatori”, che viene limitata dal testo della Camera (previsti gli obblighi di rendicontazione del libro quinto del Codice) e dagli emendamenti (previsto un regime di controlli crescente sulla base della rilevanza economica).

Grazie per avermi consentito di precisare. Stefano Lepri

Risponde Riccard Bonacina: Carissimo senatore come sa, essendo stato molte volte ospite, le pagine di Vita sono sempre aperte a chi ha delle ragioni da offrire a un dibattito serio. Vita non vuole delegittimare nessuno, non è il nostro metodo e ci vantiamo di non averlo mai fatto neppure verso personaggi che non stimiamo, qualche volta, però, critichiamo esponendo a nostra volta le ragioni nostre e del vasto mondo che raccontiamo. E le critiche a lei rivolte avevano una sostanza semplice: perchè mai un senatore, che per sua stessa ammissione è stato coinvolto nei lavori sulla legge delega di Riforma del Tezo settore sin dal maggio 2014 ha aspettato il settembre 2015, nella sua veste di Relatore della legge a sciogliere i suoi nodi aggiungendo emendamenti a emendamenti e rompendo persino con le poche consuetudini sensate del Parlamento italiano (il Relatore non presenta emendamenti) allungando così una volta di più i tempi di una Riforma necessaria?

Per il resto, oltre a precisare che la proposta di agganciare la remunerazione cappata del capitale a quella già prevista per le cooperative la fece proprio Vita più di due anni fa (magazine settembre 2013), devo dire che non vedo l'ora di smarcarmi questa disputa molto autoreferenziale. Il Terzo settore o dimostrerà di poter essere protagonista di una sfida Paese, oppure si dovrà accontentare di essere Croce rossa dei disastri sociali. E per giocare questa sfida la Riforma è necessaria ma non sufficiente. Perciò buon lavoro senatore, giudicheremo dai risultati. Fate presto e fate bene. Il resto si gioca fuori dal Palazzo e noi siamo lì.

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