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Bangladesh

Omicidio del cooperante, una dinamica misteriosa

29 Settembre Set 2015 1207 29 settembre 2015
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«Tutta la vicenda è abbastanza strana», sottolinea Luca De Fraia di ActionAid, «anche noi abbiamo diversi colleghi nel Paese. Sia il modus operandi che la zona sono inediti. Ora aspettiamo che il Governo faccia luce sugli avvenimenti»

Luca De Fraia

Cesare Tavella, 50 anni romagnolo di origine, si trovava in Bangladesh, a Dacca, per fare il suo mestiere di cooperante: il veterinario in paesi in via di sviluppo. Lo aveva già fatto anche in Africa e in Yemen. Era project manager di “Proofs”, progetto alimentare della olandese Icco Cooperation. È stato ucciso a colpi di arma da fuoco nel quartiere diplomatico della capitale, mentre faceva jogging. Su tutti i media è stato riportato subito un rivendicazione dell'Is che nelle ultime ore però è stata messa in discussione. Ne abbiamo parlato con Luca De Fraia, Deputy Secretary General di ActionAid Italia.

Molti media hanno parlato di una presenza massiccia di terroristi islamici in Bangladesh, in particolare di una cellula, Ansarullah Bangla Team, che farebbe molti proseliti. Notizia però che non risulta al Governo italiano. Che ne pensa?
So molto poco dell'episodio. Ho letto le informazioni sui giornali e non ho quindi molti dettagli. Indubbiamente che sia successo in Bangaldesh è stata una sorpresa. Abbiamo tanti colleghi lì con i quali ci sentiamo. È una situazione oggettivamente difficile, ma più per tensioni interne tra componenti sociali. Un'operazione targata Is o simili è obbiettivamente una novità. Mi sentirei però di dire che bisogna avere qualche elemento di più per arrivare a delle conclusioni.

Anche il modus operandi è strano. Gli occidentali erano un modo per guadagnare denaro con i riscatti. Come si spiega un omicidio a sangue freddo?
Si è molto strano. Sono d'accordo. Può essere un'esecuzione a carattere simbolico, a carattere locale. Magari un gruppo che vuole imporsi su un altro. Quello che bisogna capire è a che punto sono le indagini della rappresentanza italiana. Per noi sarebbe importante sapere che l'Italia sta lavorando per chiarire la situazione. C'è da capire quanto è un rischio vero e quanto è un episodio mascherato da qualcosa di più grande.

Anche per lei dunque un'esecuzione del genere è difficilmente riconducibile al modo di operare ordinario dei gruppi terroristici?
Freddare così una persona fa parte di una logica molto più simile a quella mafiose che a quella terroristica.

Rimane di attualità il tema della sicurezza della cooperazione...
C'è un peggioramento delle condizioni di sicurezza. È indubbio. La figura del cooperante espatriato viene accolta e vista in maniera diversa dagli anni scorsi. Le tensioni interne e globali si stanno facendo sentire sempre di più. È un elemento che dobbiamo tenere in considerazione. È questo uno dei motivi per cui abbiamo costruito, insieme ad altre Ong, quei principi sulla sicurezza. Uno dei principi cardine è che bisogna conoscere bene il terreno dove si intende lavorare. Anche se come evidenzia la storia di questo cooperante non basta ad azzerare il rischio. Se non ricordo male lavorava in giro per il mondo dal '93, non era uno sprovveduto.

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