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Africa

Expo 2015: la presenza africana tra ombre e luci

8 Ottobre Ott 2015 1019 08 ottobre 2015
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Quando mancano poche settimane alla chiusura della rassegna, il sito d'informazione AfricaeEuropa traccia un bilancio della presenza dei paesi africani all'Expo, con un'intervista a Prosper Nkenfack, direttore di Afriknow, un portale che – in questi sei mesi – ha provato a raccontare, dal di dentro, il lato africano di Expo 2015.

Per molti, in Italia, la partecipazione dei Paesi africani ad Expo è stata ridotta a qualche articolo di colore sul “Crocoburger”, l’hamburger di coccodrillo che poteva essere degustato nel padiglione dello Zimbabwe, o alle immagini di balli tradizionali lungo il Decumano dell’esposizione universale. Ma la presenza dell’Africa tra i padiglioni di Rho – con i suoi 39 Paesi rappresentati – è stata molto di più. Una realtà che merita di essere conosciuta e approfondita anche ora che mancano poche settimane alla chiusura della rassegna. Per cercare di tracciare un bilancio di questi sei mesi Africaeuropa ha incontrato Prosper Nkenfack, direttore di Afriknow, un portale che – in questi sei mesi – ha provato a raccontare, dal di dentro, il lato africano di Expo. Al suo fianco, durante questa nostra chiacchierata, il vice-direttore André Basile Noumbissi.

A pochi giorni dalla chiusura come giudica la partecipazione africana ad Expo?

Sicuramente è stato un successo. Una presenza di questo tipo ad un’esposizione universale non si era mai vista e questo è un segno senz’altro positivo che merita di essere sottolineato. Manca ancora un mese alla chiusura, ma posso dire che è stata senza dubbio un’occasione importante per dare visibilità all’Africa e per mostrare il continente sotto una luce nuova. Certo i problemi ci sono, ma l’Africa ha dimostrato di avere una ricchezza di colori, suoni, profumi e, soprattutto, idee da condividere con il mondo.

Girando per i padiglioni si notano però grandi differenze tra i diversi Paesi africani. Che idea vi siete fatti nel modo in cui ci si è rapportati al tema “Nutrire il pianeta, energia per la vita”?

I paesi africani hanno dimostrato di aver le idee chiare sulle sfide presenti e future legate alla nutrizione del pianeta. Hanno illustrato a chi oggi detiene le risorse dov’è la loro difficoltà nell’implementare una visione sostenibile della sfida. Tuttavia l’approccio all’esposizione è stato molto diverso da Paese a Paese e questo non solo per quanto riguarda l’Africa. Devo ammettere che mi sarei aspettato di più soprattutto per quanto riguarda le proposte e la progettualità che i Paesi africani potevano e dovevano offrire su un tema così importante per il futuro del continente. Partire dalla tradizione dei popoli africani per proporre qualcosa di realmente innovativo. Abbiamo avuto qualche esempio positivo ma, in molti casi, ci si è limitati ad una presentazione dei Paesi, delle loro caratteristiche e poco più. È un peccato! Comunque bisogna saper valutare lo sforzo messo in campo considerando anche le diverse grandezze: molti sono Paesi piccoli, decimati da conflitti armati ancora in corso o (come nel caso di Sierra Leone, Guinea e Liberia ndr) appena usciti dall’autarchia imposta da ebola! Già il fatto di essere presenti è di per sé un successo.

Resta il rimpianto per l’assenza di Nigeria e Sudafrica.

La mancanza di due Stati che per popolazione e capacità economica rappresentano i giganti dell’Africa è un motivo di rammarico. Mi sono chiesto anch’io il perché di una tale assenza. Fonti vicine all’organizzazione ci hanno confermato l’invito formale e le trattative per la partecipazione proseguite fino all’ultimo. Sembra che il cambio di regime ad Abuja, avutosi all’inizio di questo anno, abbia creato un vuoto decisionale compromettendo la partecipazione della Nigeria. Per i Sudafrica ho mandato una richiesta di intervista all’ambasciata a Roma. Spero che mi rispondano a breve.

Guardando ai partecipanti, a cosa crede sia dovuto questo approccio non sempre propositivo?

Alcuni Paesi – cito ad esempio Angola, Marocco, Egitto, Tunisia e Mozambico – sono stati capaci, pur con budget diversi, di offrire una riflessione sul tema dando una propria impronta all’esposizione. Altri, dopo una generale impreparazione delle prime settimane, hanno utilizzato questi sei mesi come una semplice vetrina per le proprie potenzialità economiche o commerciali. Una scelta di per sé non sbagliata: hanno fatto lo stesso quasi tutti i Paesi, utilizzando l’esposizione come strumento di marketing del proprio marchio nazionale e promuovendo una serie di forum economici. Purtroppo non possiamo negare che vi siano stati anche alcuni padiglioni ridotti a semplici negozietti di prodotti di artigianato.

Resta un po’ di delusione dunque?

I sentimenti sono contrastanti perché, come dicevo all’inizio, è emerso un grande interesse per quello che l’Africa ha da dire e la partecipazione è stata buona. Purtroppo non sempre questa si è tradotta in una proposta: penso ai tanti incontri e convegni a cui le delegazioni africane, anche a causa dell’esiguità dei numeri, non sempre hanno potuto o voluto partecipare.

Non sono mancate in questi mesi anche alcune polemiche legate alla presenza di alcuni rappresentanti di regimi africani che hanno “sfilato” ad Expo. Penso ad esempio al caso dell’Eritrea. Che idea si è fatto?

Non credo sia compito della dirigenza di Expo stabilire chi abbia o meno i requisiti per partecipare. Sta alla stampa e alla politica evidenziare le anomalie e i problemi che pur ci sono. Purtroppo questo non è stato fatto. Credo, inoltre, che Expo sia anche una di quelle attività non strettamente istituzionali che potrebbero essere sfruttate come un canale di contatto anche con quei regimi con cui non si collabora. La scelta dell’isolamento non è sempre vincente.

Dopo questi sei mesi crede resterà qualcosa di Expo o sarà stata solo una bella vetrina?

Personalmente, avendo vissuto questa realtà quotidianamente e dal di dentro, posso dire che il patrimonio di incontri, contatti ed eventi che si sono avuti in questi mesi non potrà essere disperso. Non so cosa sarà della Carta di Milano, ma sicuramente qualcosa rimarrà. Nel nostro piccolo come “Afriknow” stiamo preparando un magazine monografico che racconterà come l’Africa ha vissuto questa esperienza. Un modo perché, quanto fatto, non vada perduto.

Su Carta di Milano vedi anche le Osservazioni di VITA

* Michele Luppi, direttore del blog AfricaeEuropa

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