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La necessità di sopprimere i partiti

8 Ottobre Ott 2015 1744 08 ottobre 2015
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Il partito politico, scriveva negli anni '40 Simone Weil, è un piccolo mostro totalitario capace di trasformare i mezzi in fini. Per la filosofa francese, il partito è sintomo e causa al tempo stesso di un decadimento delle idee forti di giustizia, politica, comunità. Per uscire dalla crisi, suggeriva la Weil, bisogna ‟radicare” le nostre buone pratiche nell’idea di giustizia comune, non nella legge. Quella giustizia che racchiude in sé l’intero tragitto storico e di significato di tre altre parole: libertà, uguaglianza, fratellanza.

L’influenza dei partiti ha interamente contaminato la vita mentale della nostra epoca. In linea di principio il partito è uno strumento al servizio di una certa concezione del bene pubblico. Questo è vero anche per quelli che sono legati agli interessi di una categoria sociale, poiché si tratta sempre di una certa concezione del bene pubblico in virtù della quale vi sarebbe coincidenza tra il bene pubblico e quegli interessi. Ma questa concezione è estremamente vaga. Tutto ciò è vero senza eccezione e quasi senza differenza di grado. I partiti più deboli e i partiti più fortemente organizzati si equivalgono quanto alla indeterminatezza della dottrina.

Rappresentare il niente

Nessuno, per quanto abbia profondamente studiato la politica, riuscirebbe a esporre in modo chiaro e preciso la dottrina di alcun partito, ivi compreso, dandosi il caso, il suo. Nessuno lo confessa volentieri, neppure a se stesso. Se le persone se lo confessassero, sarebbero ingenuamente tentate di vedere in tutto questo il segno di una personale incapacità, non riuscendo a capire che l’espressione “dottrina di un partito politico” non può mai, data la natura delle cose, avere alcun significato. (...)

Il fine di un partito politico è cosa vaga e irreale. Se fosse reale esigerebbe un grandissimo sforzo di attenzione, poiché una concezione del bene pubblico non è cosa facile da pensare. Un uomo che aderisce a un partito ha scorto probabilmente nell’azione e nella propaganda di questo partito cose che gli sono sembrate giuste e buone. Egli però non ha mai studiato la posizione del partito rispetto a tutti i problemi della vita pubblica. Entrando nel partito, accetta posizioni che ignora. Sottomette così il suo pensiero all’autorità del partito. Quando a poco a poco conoscerà quelle posizioni, le ammetterà senza esaminarle.

Se un uomo, chiedendo la tessera di un partito, affermasse: «Sono d’accordo con il partito su questo e quel punto. Non ho ancora studiato le altre posizioni e sospendo interamente il mio giudizio fino a che non le avrò studiate», lo si pregherebbe certamente di ripassare più tardi. Di fatto però, salvo eccezioni molto rare, colui che entra in un partito assume docilmente l’atteggiamento spirituale che esprimerà più tardi con le parole: «Come monarchico, come socialista, penso che …».

È così comodo! Poiché significa non pensare. Non vi è nulla di più comodo che non pensare. Per quanto riguarda l’altra caratteristica dei partiti, cioè che sono delle macchine per fabbricare passione collettiva, è tanto evidente che non è il caso di insistere.

Partiti come derivati tossici

La passione collettiva è l’unica energia di cui dispongono i partiti per la propaganda esterna e per la pressione esercitata sull’anima di ogni iscritto.

Si ammette che lo spirito di parte accieca, rende sordi alla giustizia, spinge persino le persone oneste all’accanimento più crudele contro gli innocenti. Lo si ammette, ma non si pensa a sopprimere gli organismi che fabbricano un tale spirito. Ciò nonostante si proibiscono gli stupefacenti. Vi sono tuttavia delle persone che fanno uso di stupefacenti. Ma ve ne sarebbero certamente di più se lo Stato organizzasse la vendita dell’oppio e della cocaina in tutte le tabaccherie, con manifesti pubblicitari per incoraggiare i consumatori.

La conclusione è che l’istituzione dei partiti sembra costituire un male quasi allo stato puro. Sono cattivi nel loro principio e cattivi sono i loro effetti pratici. La soppressione dei partiti sarebbe un bene quasi puro. Essa è evidentemente legittima in linea di principio e praticamente non potrebbe produrre che effetti positivi. I candidati direbbero agli elettori non: «Ho questa etichetta» – ciò che praticamente non dice rigorosamente nulla al pubblico sul loro atteggiamento concreto rispetto ai problemi concreti – bensì: «Io penso questo o quello rispetto a questo o a quel grande problema».

Indebolire tutto

Ogni qualvolta una legge è imparziale, equa e fondata su una concezione del bene pubblico facilmente assimilabile dal popolo, essa indebolisce tutto ciò che proibisce. Indebolisce per il fatto solo che esiste e indipendentemente dalle misure repressive che cercano di assicurarne l’applicazione. Questa maestà intrinseca della legge è un fattore della vita pubblica da tempo dimenticato, di cui bisogna valersi. Sembra che nell’esistenza di partiti clandestini non vi sia alcun inconveniente che non si trovi di fatto in un grado ben più elevato nei partiti legali. In generale, sia pure dopo un attento esame, pare che a nessuno sguardo sia dato di scorgere nessun inconveniente di nessuna specie, derivante dalla soppressione dei partiti. (...)

Come nei partiti politici vi sono dei democratici che ammettono parecchi partiti, così nel dominio delle opinioni le persone di larghe vedute riconoscono un valore alle opinioni con cui si dicono non d’accordo. Ciò significa avere completamente smarrito persino il senso del vero e del falso. Altri, avendo preso posizioni a favore di un’opinione, non vogliono esaminare niente che sia a quella contraria. È la trasposizione dello spirito totalitario.

Quando Einstein venne in Francia, tutte le persone degli ambienti più o meno intellettuali, ivi compresi gli stessi scienziati, si divisero in due campi: chi a favore e chi contro.

Ogni pensiero scientifico nuovo recluta negli ambienti scientifici i suoi partigiani e i suoi avversari, tutti animati in buona misura dallo spirito di partito. Vi sono d’altronde in questi ambienti delle tendenze, delle critiche allo stato più o meno cristallizzato.

Sopprimere i partiti

Per farsi un nome, giova essere circondato da una banda di ammiratori animati da spirito di partito. Non c’era grande differenza tra l’attaccamento a un partito e l’attaccamento a una Chiesa oppure all’atteggiamento antireligioso. Si era per o contro la credenza in Dio, per o contro il Cristianesimo, e così via.

Si è giunti, in fatto di religione, a parlare di militanti. Persino nelle scuole non si sa più stimolare in altro modo il pensiero dei ragazzi se non invitandoli a prendere posizione pro o contro. Si cita la frase di un autore celebre e si dice loro: «Siete d’accordo o no?».

All’esame gli infelici, dovendo finire il loro componimento in tre ore, non possono lasciare passare più di cinque minuti per domandarsi se sono d’accordo. E sarebbe invece così facile dire loro: «Meditate questa frase ed esprimete le riflessioni che vi vengono alla mente». Quasi ovunque – e spesso anche a proposito di problemi puramente tecnici – l’operazione del prendere partito, del prendere posizione a favore o contro, si è sostituita all’operazione del pensiero. Si tratta di una lebbra che ha avuto origine negli ambienti politici e si è allargata a tutto il paese fino ad intaccare la quasi totalità del pensiero.

Dubitiamo sia possibile rimediare a questa lebbra che ci uccide, se non si comincia con la soppressione dei partiti politici.

testo tratto da: Simone Weil, Senza partito. Obbligo e diritto per una nuova pratica politica, a cura e traduzione di Marco Dotti, premessa di Marco Revelli, postfazione di Andrea Simoncini, Vita/Feltrinelli, 2013.