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Economia

Dacrema: «Il Nobel che supera le diseguaglianze»

12 Ottobre Ott 2015 1524 12 ottobre 2015
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Intervista a Pierangelo Dacrema, economista italiano che ha lavorato anche alla Princeton University che si è appena vista insignire del premio Nobel per l'economia attribuito al settantenne scozzese Angus Deaton. «Una scelta moderna. Ha previsto in qualche modo le migrazioni parlando di fuga dalle povertà»

Pierangelo Dacrema

Si chiama Angus Deaton è scozzese ma insegna dal 1983 a Princeton, negli Usa. È lui ad aver vinto il premio Nobel per l’economia. I suoi studi si sono concentrati su tre aspetti dell'economia: come i consumatori distribuiscono la loro spesa su prodotti diversi, quanto di ciò che guadagna la società viene speso e quanto risparmiato, qual è il modo migliore per valutare e analizzare il benessere e la povertà. Per approfondire l’argomento abbiamo intervistato Pierangelo Dacrema, economista che ha molte cose in comune con Deaton. In orimo luogo l’insegnamento a Princeton, dove anche il docente italiano è passato, ma anche le convinizoni economiche. L’ultima fatica di Dacrema infatti, “C’era una volta una scienza triste” in molti spunti ricalca gli interessi e le convinzioni del neo premio Nobel.

Come ha accolto la notizia dell’assegnazione del premio Nobel ad Angus Deaton?
Non è una premiazione affatto casuale. La nostra è l’epoca in cui la forbice tra ricchi e poveri si è allargata considerevolmente. Alcuni, pochi, godono di una ricchezza pressoché senza limiti e troppi invece di un a povertà assoluta. Non a caso il capolavoro di questo economista si intitola "The Great Escape: Health, Wealth, and the Origins of Inequality" ("La grande fuga: salute, benessere e le origini dell’ineguaglianza"), che prende spunto dal titolo di quel famoso film con Steve Mc Queen. Nella pellicola si parlava della fuga da un campo di concentramento nazista. Lui invece si riferisce alla fuga dalla povertà dalle guerre, dal disagio e dalle malattie. Più attuale di così non poteva essere. Siamo l’epoca delle grandi fughe. Basta pensare alle migrazioni.

Un premio moderno dunque nelle intenzioni…
Lo giudico un premio molto pertinente. Consideriamo che lui è soprattutto uno studioso delle abitudini di consumo. Nelle motivazioni dell'attribuzione nel premio si legge: «per aver cambiato in modo radicale i campi della microeconomia, macroeconomia e delle teorie dello sviluppo». È un gran bel motivo perché si intreccia con il discorso dello scarso significato del prodotto interno lordo. Gli si attribuisce la capacità di aver superato la povertà di un dato aggregato come quello del Pil che non dice nulla della reale situazione del benessere della società.

Calcolo del Pil che l’Eurostat ha recentemente allargato anche ai proventi di droga, prostituzione e azzardo…
È paradossale che per gonfiare il Pil e avere un'analisi realistica si debba andare a valutare l'importo del malaffare…

Nel suo ultimo lavoro “C’era una volta una scienza triste” in qualche modo, seppur con accezioni e sfumature diverse ricalchi alcuni dei temi cari a Deaton?
Ci sono interi capitoli dedicati al tema dell'eccesso nelle diseguaglianze. Il Pil per esempio può crescere, è accaduto sistematicamente negli anni di Clinton, ma contemporaneamente aumentare anche il numero dei poveri. In Cina esistono i super ricchi ma anche i super poveri. Abbiamo visto come i figli dei questi super ricchi hanno preso l'abitudine di divertirsi facendo falò con le banconote. C'è qualcosa di veramente triviale nel nostro modello di sviluppo.

Ci sono altre assonanze che la legano a Deaton?
Certo, ad esempio il fatto che lui faccia riferimento ad un concetto non assoluto di povertà. Esistono molte povertà. Ci sono quelli che riescono a vivere dignitosamente pur essendo poveri e chi invece non riesce neanche a sfamarsi. In Italia è povero chi non riesce a comprare un’auto mentre in Senegal lo è chi non riesce a sfamarsi. Nell'ultima parte del mio libro, quella più economico filosofica, scrivo che bisogna tentare di rendere la moneta periferica rispetto al fenomeno economico, significa proprio cercare di rendere le diseguaglianze meno brutali. Un’idea che mi sembra presente anche nel lavoro di Deaton.

“C'era una volta una scienza triste” edito da Jaka Book

Il cuore del suo lavoro è la sostituzione, come soggetto dell’economia, che è avvenuta tra uomo e moneta. Cosa significa?
È così. Io sostengo addirittura che questo fatto, questa sostituzione, mette in grave pericolo il capitalismo stesso, che per me non è tutto da buttare. Ci sono impulsi buoni nella società capitalistica. Un potenziale, quello di chi vuole arricchirsi, che si può sfruttare in maniera positiva. Lo ripeto spesso: la prova provata che al centro della nostra economia esiste la moneta e il diktat assoluto della sua difesa come valore primigenio è la politica economica europea. Draghi sa che deve impedire il processo di degrado della moneta oltre il 2,5%. Se lui facesse inflazione per il 3 o 4% se ne andrebbe a casa perché violerebbe lo statuto della Bce. Qualunque premier d’Europa non ha un vincolo del genere. Rajoy in Spagna, ad esempio, sta in piedi con un tasso di disoccupazione del 25%. Quello è il tasso di degrado della società. Ci sono 30 milioni di disoccupati in Europa. Ma questo non è un problema che qualcuno si pone. Non esistono vincoli di governo al riguardo. Questa è la prova che la moneta è più importante del benessere della collettività. Il tema della diminuzione delle diseguaglianze non è valutato come tema rilevante dalla politica per il semplice assunto che se lo fosse ci si comporterebbe in modo diverso.

Discorsi per cui alcuni detrattori la etichettano come “comunista”. È comunista Dacrema?
Sono un capitalista. Per me si tratta di salvare il salvabile. Salviamo ciò che di buono c'è nel capitalismo. Abbiamo avuto casi drammatici quando abbiamo voluto provare delle alternative. Io non dico che in Cina e in Russia ci sia stato il comunismo di Marx. Però abbiamo visto che disastri sono stati compiuti in nome di quella teoria. Il tema non è il monopolio della proprietà ma l’arginare i difetti del capitalismo. Non sono comunista ma capisco che ci sono forme di capitalismo inaccettabili. E noi ne stiamo vivendo una. Anche Deaton lo ha capito.

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