Salute

Aborti in Italia: per la prima volta meno di 100mila

3 Novembre Nov 2015 1105 03 novembre 2015

Nel 2014 sono state notificate dalle Regioni 97.535 interruzioni volontarie di gravidanza, pari a 198,2 aborti per mille bambini nati vivi. L’aborto farmacologico sfiora il 10%. Continuano a crescere gli aborti oltre le 12 settimane, sono il 4,2%.

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Donne Aborto TIZIANA FABI:AFP:Getty Images)
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Nel 2014 sono state notificate dalle Regioni 97.535 interruzioni volontarie di gravidanza, pari a 198,2 aborti per mille bambini nati vivi. L’aborto farmacologico sfiora il 10%. Continuano a crescere gli aborti oltre le 12 settimane, sono il 4,2%.

Il Ministero della Salute ha pubblicato la relazione sull'attuazione della legge 194. Per la prima volta il numero di aborti scende sotto i 100mila: nel 2014 sono state notificate dalle Regioni 97.535 IVG (dato provvisorio), il 5,1% in meno rispetto al dato definitivo del 2013 (102.760 casi) e meno de la metà rispetto alle 234.801 del 1982, anno in cui si è riscontrato il valore più alto in Italia. Ci sono stati 198,2 aborti per mille bambini nati vivi (erano stati 380,2 per 1000 nel 1982) e hanno abortito 7,2 donne su mille nella fascia anagrafica 15-49 anni (17,2 per 1000 nel 1982).

Tra le minorenni, il tasso di abortività per il 2013 è risultato pari a 4,1 per 1000 (nel 2012 era 4,4 per 1000), con livelli più elevati nell’Italia settentrionale e centrale; i 3.339 interventi effettuati da minorenni sono il 3,2% di tutte le IVG. Come negli anni precedenti, si conferma il minore ricorso all’aborto tra le giovani in Italia rispetto a quanto registrato negli altri Paesi dell’Europa Occidentale. Tassi minori si sono registrati solo in Svizzera, con 4,4 (2012) e in Germania con 4,8 (2013). Gli aborti clandestini sono stimati fra i 12.000 e i 15.000 casi, cifre che indicano una stabilizzazione del fenomeno negli ultimi anni.

E’ in aumento l’uso dell’aborto farmacologico: nel 2013 il mifepristone seguito da prostaglandine è stato utilizzato nel 9,7% dei casi, rispetto all’8,5% del 2012, pur con differenze molto significative fra le regioni. Confermata la tendenza all’aumento della percentuale di IVG oltre le 12 settimane di gestazione (quando L’IVG è consentita se la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna o quando siano accertati processi patologici nel feto): 4,2% rispetto al 3,8% nel 2012, e 3,4% del 2011. La percentuale rimane comunque fra le più basse a livello internazionale, dove solo in Germania (2.7%) e in Danimarca (4.0%) si registrano valori inferiori.

Le IVG oltre le 12 settimane riguardano donne italiane in misura più che doppia rispetto a donne straniere: il 5.3% contro il 2,1%. «Queste IVG riguardano nella gran parte dei casi gravidanze interrotte in seguito a risultati sfavorevoli delle analisi prenatali, a cui le donne straniere hanno generalmente minore accesso per difficoltà di conoscenza e costi non trascurabili». Il tasso più elevato di aborto dopo la 12esima settimana è in Sardegna (8,8) seguito da Bolzano 8,2 e Basilicata 7,6. Ultimo il Molise con il 2,4. In Lombardia è il 4,5.

Anche nel 2015 è proseguita l’attività del “Tavolo di lavoro per la piena applicazione della L.194”, attivato presso il Ministero della Salute, per verificare l’applicazione della legge anche localmente. Il numero totale delle strutture con reparto di ostetricia e ginecologia, a livello nazionale, risulta pari a 632, mentre il numero di quelle che effettuano le IVG è pari a 379, corrispondente al 60% del totale (era il 64% nel 2012). Solo due regioni hanno un numero di punti IVG inferiore al 30% delle strutture censite. Per il resto la copertura è – dice il Ministero – più che soddisfacente: ogni 7 strutture in cui si partorisce ce ne sono 5 in cui si fa IVG.

Il numero di non obiettori «risulta quindi congruo, anche a livello sub-regionale, rispetto alle IVG effettuate», e il carico di lavoro richiesto non dovrebbe impedire ai non obiettori di svolgere anche altre attività oltre le IVG e non dovrebbe creare problemi nel soddisfare la domanda di IVG. «Eventuali difficoltà nell’accesso ai servizi, quindi, sono probabilmente da ricondursi a situazioni ancora più locali di quelle delle singole aziende sanitarie rilevate nella presente relazione, e probabilmente andrebbero ricondotte a singole strutture».

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