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Dalla Green economy, un futuro migliore non solo per l’Italia

3 Novembre Nov 2015 1238 03 novembre 2015
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Secondo GreenItaly 2015, il sesto rapporto di Fondazione Symbola e Unioncamere, in collaborazione con il Conai dall’inizio della crisi più di un’azienda su quattro ha scommesso sul green, vale a dire si è impegnata a investire in modo etico, responsabile e orientati all’ambiente

Dall’inizio della crisi più di un’azienda su quattro ha scommesso sul green, vale a dire si è impegnata a investire in modo etico, responsabile e orientati all’ambiente. Il processo di transizione del green economy passa infatti in buona parte dai cosiddetti eco-investimenti. Sono 372.000 le aziende italiane (ossia il 24,5% del totale) che dal 2008 hanno investito, o lo faranno quest’anno, in tecnologie green per ridurre l’impatto ambientale, risparmiare energia e contenere le emissioni di CO2. Una propensione che abbraccia tutti i settori della nostra economia, da quelli più tradizionali a quelli high tech, dall'agroalimentare all’edilizia, dalla manifattura alla chimica, dall'energia ai rifiuti, e che sale al 32% nel manifatturiero. Se si guarda alla geografia delle imprese green, il numero di aziende che hanno effettuato eco-investimenti è distribuita in modo piuttosto uniforme lungo tutto lo Stivale, ma trova nel Nord del Paese il suo punto di forza.

È quanto emerge da GreenItaly 2015, il sesto rapporto di Fondazione Symbola e Unioncamere, in collaborazione con il Conai, che misura e pesa la forza del green economy nazionale. Uno “spread verde” per l’Italia che si rivela importante in vista della COP 21 di Parigi, il summit mondiale sui mutamenti climatici che ha l’obiettivo di ridurre ad un massimo di due gradi l’aumento di temperatura sulla terra”, spiega il presidente di Fondazione Symbola, Ermete Realacci. Dopo oltre vent’anni di mediazione da parte delle nazioni Unite, si dovrebbe concludere nella capitale francese un trattato vincolante e universale per fermare il riscaldamento globale.

Insomma l’ambiente non è più considerato un vincolo ma un’opportunità. “Lo dicono i numeri che confermano come la scelta della sostenibilità non è rinviabile” ribadisce il presidente di Unioncamere, Ivan Lo Bello. “Peraltro alla nostra green economy si devono 102,497 miliardi di valore aggiunto, pari al 10,3% dell’economia nazionale”.

La green economy ha avuto anche il merito di creare professionalità del tutto nuove o ne ha modificate di esistenti al punto da renderle quasi irriconoscibili. Il 14,9% delle assunzioni previste per il 2015 (74.700 posti di lavoro) riguarda figure professionali che incorporano per definizione competenze orientate in senso ambientale, come ad esempio ingegnere energetico, ecobrand manager, esperto di acquisti verdi, espero nella commercializzazione dei prodotti di riciclo. E sono soprattutto le piccole e medie imprese che stanno avviando programmi di “riconversione verde” dell’occupazione: dalla fine del 2014, il 51% delle Pmi italiane ha almeno un green job, più che nel Regno Unito (37%), Francia (32%) e Germania (29%).

Secondo il rapporto, l’Italia fa molto bene anche nella riduzione dei rifiuti. A fronte di un avvio a recupero industriale di oltre 163 milioni di tonnellate di rifiuti riciclabili su scala europea, in Italia sono stati recuperati 25 milioni di tonnellate, il valore assoluto più elevato tra tutti i paesi europei (in Germania sono 23). E siamo anche avanti nel processo di transizione energetica verso un sistema più efficiente e meno dipendente dalle fonti estere. La produzione di fonti rinnovabili in Italia rappresenta ormai il 43% dell’elettricità totale generata nel paese. “Questo grazie anche agli italiani che stanno cambiando il proprio stile di vita, da spreconi a eco-attenti”, aggiunge Lo Bello. “È dalle scelte green delle imprese che possono arrivare risposte credibili ed efficaci per contrastare i cambiamenti climatici. Perché chi impoverisce l’ambiente si rende partecipe di un inarrestabile processo di esclusione, come ha spiegato di recente all’ONU Papa Francesco, autore quest’anno del documento più autorevole e visionario che anticipa Parigi: l’enciclica Laudato sì”.

Insomma, una sfida non solo ambientale ma anche sociale e geopolitica, come dimostrano i sempre più numerosi profughi ambientali. Secondo gli esperti, entro il 2050 si raggiungeranno i 200/250 milioni di rifugiati ambientali, mentre il Programma delle Nazioni Unite sull’ambiente (UNEP) prevede che nel 2060 in Africa ci saranno circa 50milioni di profughi climatici. Ancora più pessimiste, le stime del Christian Aid che prevede circa 1miliardo di sfollati ambientali nel 2050.

Il rapporto è consultabile qui

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