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Kosovo, il Paese dell'affido

3 Novembre Nov 2015 1709 03 novembre 2015

La partnership tra pubblico e privato che ha visto impegnati per tre anni Amici dei Bambini e tre ministeri kosovari - Welfare, Sanità e Educazione - ha promosso l'affido e sostanzialmente eliminato il ricorso agli istituti per i bambini temporaneamente allontanati dalla famiglia

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Rom ARMEND NIMANI:AFP:Getty
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La partnership tra pubblico e privato che ha visto impegnati per tre anni Amici dei Bambini e tre ministeri kosovari - Welfare, Sanità e Educazione - ha promosso l'affido e sostanzialmente eliminato il ricorso agli istituti per i bambini temporaneamente allontanati dalla famiglia

Nel cuore dei Balcani c’è un Paese senza istituti per i minori temporaneamente allontananti dalle proprie famiglie di origine: il Kosovo. La strategia che ha permesso di realizzare questo miracolo è la partnership tra pubblico e privato. Amici dei Bambini e tre ministeri kosovari - Welfare, Sanità e Educazione - insieme a una serie di organizzazioni della società civile hanno contribuito al successo del progetto “Kosovo AID 9497 – Rafforzamento dei servizi in favore dei minori in carico ai Centres of Social Work del Kosovo per motivi familiari”, ovvero i servizi sociali del Paese balcanico. Il progetto, realizzato con il contributo del ministero degli Affari Esteri italiano, è durato poco più di 3 anni, da dicembre 2011 a febbraio 2015. Ora che si sono raccolti i risultati è chiaro che la collaborazione tra pubblico e privato ha funzionato e potrebbe essere un esempio da seguire anche in Italia, dove circa 15mila minori fuori famiglia si trovano ancora in comunità.

In Kosovo il rafforzamento dell’affido familiare è passato attraverso il rafforzamento dei servizi sociali, a cui il progetto ha fornito gli strumenti per gestire in modo autonomo ed efficace il sistema dell’affido sul territorio. Intervenendo a livello locale si è potuto agire con successo sul potenziamento delle risorse materiali, sul miglioramento dell’organizzazione del sistema affido e sull’incremento delle competenze dei vari attori, compresi psicologi, insegnanti e operatori sanitari. L’aspetto più importante è quello che ha visto i servizi sociali dei diversi Comuni rafforzati da figure professionali nuove, formate dagli enti privati e poi assunte da quelli pubblici. Il privato continuerà a fornire servizi di consulenza centrale a beneficio dei servizi sociali locali, finché questi non avranno acquisito piena indipendenza nella gestione del sistema.

I luoghi chiave di questo progetto sono state le strutture di AiBi: la casa famiglia e i centri servizi alla famiglia “Pan di Zucchero” di Pristina e di Fushe Kosovo/Kosovo Polje. Qui sono stati offerti servizi di consulenza psicologica, educativa e sociale, e sono stati luoghi di accoglienza sia alle famiglie che ai minori coinvolti nei progetti di affido. Dal punto di vista culturale si è ottenuta una sorta di “conversione” dell’opinione pubblica kosovara dall’accoglienza intra-familiare, tradizionalmente preferita per motivi legati all’eredità, a quella etero-familiare, sostenuta in tutte le Convenzioni internazionali ed europee relative al tema dell’infanzia. Il tutto sostenuto da un’intensa campagna mediatica che ha contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica su un tema tanto delicato, rendendo sempre più il Kosovo il Paese dell’affido.

Foto ARMEND NIMANI/AFP/Getty

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