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Parigi

Bonomi: «Stiamo vivendo un terremoto epocale»

14 Novembre Nov 2015 1451 14 novembre 2015
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L'analisi del sociologo per cui «ogni terremoto crea delle faglie. Abbiamo due strade: la prima è metterci l'un l'altro su queste faglie. Da una parte loro, dall'altra noi. Così il tema sarà come combattersi. La seconda è entrare nella dimensione epocale del cambiamento continuando a costruire luoghi soglia»

Aldo Bonomi

Non è compito nostro addentrarci nei dettagli tragici delle forme della guerra e di quelle del terrorismo. Ho l'impressione che sarebbe come colui che si guarda il dito e non la luna. Credo che siamo di fronte ad una dimensione epocale, a prescindere dalla sequenza tragica che potrebbe inziare con il Sinai o Beirut, e con tutta l'elencazione dei tanti attacchi tragici. Il vero problema è dunque che siamo dentro a questa dimensione epocale: un cambio d'epoca che muta completamente anche le forme dei conflitti e quelle del terrorismo.

Il problema è, come dicevo, non addentrarci alla tecnicità che sta dentro al problema della sicurezza e del conflitto. Altrimenti ci torveremo a discutere di forme di intervento militare. Il vero problema è che questo salto d'epoca ha mutato completamente una parola chiave che è quella dei confini. Dal punto di vista geoeconomico, geopolitico, culturale, religioso e nei comportamenti collettivi. Ad esempio è ovvio che verrebbe da dire che non ci sono più quei confini che l'epoca post coloniale aveva tracciato col righello e la Siria è il luogo emblematico di questo sfaldamento dei confini, si vede, è appariscente. Non parliamo solo dei confini degli Stati, ma di qualcosa di più ampio. Il Mediterraneo, che era il mare degli scambi, diventa un confine. Altri confini sono i muri che si erigono per arginare le mrigrazioni, altro fenomeno epocale, provocate non solo dalla fame e dalla povertà. Anche qui dimentichiamo la luna e guardiamo il dito chiedendoci quali siano i profughi per fame e quali per guerra. Questo mutamento produce luoghi faglia. È un terremoto epocale. E i terremoti aprono, rompono, la terra. Rompono le forme di convivenza provocando le faglie. E non c'è dubbio che quello che è successo ieri è un luogo faglia. Non sono più solo sui confini cui siamo abituati, sono anche dentro le città. Mi diceva stamattina un collega arrivato da Parigi, ad un dibattito sul tema della Sharing Economy a Milano, che uno dei luoghi colpiti, il Bataclan, era quasi un luogo soglia, un luogo dove quella componente di migranti o di cittadini d'oltre mare usavano per "entrare”.

Il girono dopo sull'asfalto di Parigi rimangono il sangue e i fiori

A fronte di queste chiose abbiamo solo due alternative: la prima è metterci l'un l'altro sulle faglie, da una parte loro dall'altra noi. Il tema diventa come combattersi. La seconda è entrare nella dimensione epocale del cambiamento continuando a costruire luoghi soglia.

Vale la pena continuare a costruire questi luoghi? Certo, se queste soglie non sono quei centri balbettanti che l'Europa ha deciso di costruire ad iniziare da Malta. Non si tratta di luoghi soglia ma posti in cui si mantiene l'altro fuori dall'uscio.

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